Il Molise dopo il Coronavirus

Martedì 10 marzo su Primo Piano Molise, l’unico quotidiano ancora distribuito nella nostra regione, l’Arcivescovo di Campobasso-Boiano Monsignor Giancarlo Bregantini ha pubblicato un articolo intitolato “Meno è di più”, centrato sugli esiti e sulla prospettiva imposta dal contagio da Covid-19.

Il coronavirus – ha scritto Padre Giancarlo – è una potatura dell’albero della nostra vita che può tornare a germogliare più saldo e vigoroso, una volta superata l’attuale difficoltà; si riferisce all’Enciclica “Laudato sì” di Papa Francesco del 2015, dalla quale ha desunto anche il titolo del suo intervento.

Prende ad esempio il coprifuoco di via Ferrari che ospita la movida a Campobasso e i supermercati costretti alla chiusura settimanale, richiesta invano da anni dalla Chiesa molisana.

“Grazie” al coronavirus (scrive Bregantini forzando pericolosamente il paradosso) le famiglie che abitano in via Ferrari hanno riconquistato la pace che gli viene sottratta dall’assembramento dei giovani che affollano fino a notte fonda i locali affilati nella strada centrale del capoluogo e ai lavoratori della grande distribuzione (nemmeno a tutti per la verità, visto che alcuni supermercati rimangono ancora aperti anche la domenica, mattina e pomeriggio) è stata restituita la gioia di trascorrere i giorni di festa con le loro famiglie.

Non basta esasperare gli appelli al consumismo per far ripartire un’economia malata dalle fondamenta; l’Arcivescovo auspica che sappiamo far entrare ”l’intelligenza nell’emergenza” che ci devasta, per educarci alla “sobrietà felice” predicata, oltre che dal magnifico papa Francesco, anche dal poeta/contadino francese di origini algerine Pierre Rabhi, per riconciliarci finalmente con la Terra che abitiamo, ma che stiamo distruggendo con insensata e autolesionistica determinazione.

Insomma, addirittura la pandemia può essere un’ opportunità (tragica e perniciosissima) per dare senso e prospettiva al nuovo umanesimo del quale abbiamo bisogno. Il coronavirus è una specie di campanello d’allarme che ci sta facendo comprendere l’insensatezza del mondo nel quale viviamo.

Per ingrassare grumi di potere collusi o coperti da una politica sempre più svilita e inadeguata, stiamo smantellando il sistema sanitario nazionale; Trump dichiara spudoratamente di voler comprare dalla Germania il brevetto del vaccino contro il Covid-19 per un miliardo di dollari (la notizia è del 15 febbraio), magari pensando al buon affare che gliene potrà venire rivendendo il farmaco a chi se lo potrà permettere; in Siria è in corso un’emergenza umanitaria di dimensioni assai più imponenti degli esiti attuali della pandemia, ma che sta passando inosservata per il sistema mediatico impegnato altrove e per il silenzio complice e criminale della comunità internazionale.

Quasi un milione di persone, donne e bambini in numero preponderante, sta scappando dalle bombe di Bashar al Assad coperto da Putin e dalla Cina e si ammassa sul confine fra Turchia e Grecia, generando una crisi umanitaria paragonabile all’olocausto nazista; lo documentano i tremendi reportage realizzati anche di recente da Francesca Mannocchi.

E’ questo il mondo nel quale viviamo e che nella pandemia ha trovato un’ambientazione orrida e coerente nello stesso tempo. Il nuovo umanesimo del quale abbiamo bisogno, però, non nascerà dalle battute d’arresto di questo Sistema; il meno può essere effettivamente di più, a patto che con coraggio e generosità sappiamo progettare un mondo nuovo; che sconfiggiamo una volta per tutte la delinquenza e la speculazione che permea il nostro spazio sociale per restituirlo alla democrazia partecipata, alla cooperazione e alla solidarietà.

Le regole del mercato non ci salveranno dalle catastrofi che s’annunciano.

Se negli ultimi trent’anni ci hanno fatto credere che la competizione avrebbe regolato e ordinato la scena dell’economia e di conseguenza le nostre vite, dobbiamo ripartire dal convincimento che solo la collaborazione fra le persone e i territori potrà rigenerare le comunità, rifondandole su obiettivi e valori del tutto diversi.

Il Molise, in questa prospettiva può diventare una regione/laboratorio, trasformando le sue deficienze (la marginalità e la risibilità della sua condizione, lo spopolamento) in un vantaggio, clamoroso e paradossale.

Questo però è un progetto di sofisticata complessità che richiede la collaborazione attiva delle energie migliori della nostra comunità; “Un altro Molise è possibile” davvero, ma a patto che sappiamo risanare e riabilitare il nostro Spirito Pubblico vilipeso e mortificato, dando vita alla “prima rivoluzione molisana”.

Una rivoluzione autentica, innovativa e solidale ma soprattutto pacifica e pacifista, basata sulla partecipazione attiva e consapevole dei cittadini, sulla cura e la coltivazione del bene comune; sulla Costituzione e sulla cultura del lavoro buono; dei suoi diritti e anche dei suoi doveri. Una rivoluzione basata sulla cooperazione e sul coordinamento armonioso; che si muova nel mercato, in quello allegro e colorato dei rioni, popolato di uomini e soprattutto di donne, anziché in quello asettico, spietato e criminale della finanza.

Il Molise, i suoi 300.000 abitanti ancora residenti, devono fare una rivoluzione dei bisogni e dei consumi. Meno merci e più valori. Più servizi e meno supermercati; più scuola, più università, cultura, ricerca e innovazione; più sanità pubblica e meno privata, più ruralità, agricoltura biologica e produzioni tipiche, ma raccontate con con una lingua colta e contemporanea. Meno rifiuti, tutti differenziati e poi riciclati; recupero e riqualificazione dei fabbricati invece di nuove costruzioni; tutela ambientale e paesaggistica; trasporto pubblico efficiente e sostenibile per un turismo selezionato e di qualità; una cultura e una sensibilità non più senile, conservatrice e d’apparato.

Poche infrastrutture, funzionali e indispensabili, e infostrutture diffuse capillarmente su tutto il territorio; internet veloce che metta in rete i nostri 136 comuni, anche quelli minuscoli e spopolati. Accoglienza e integrazione di chiunque voglia risiedere con noi, in modo da affrontare con rigore e serietà la nostra questione fondamentale, quella demografica. Un nuovo rapporto, amichevole e maturo, con i tanti nostri corregionali residenti altrove nel mondo, che rappresentano un patrimonio prezioso e mai messo a frutto. Il Molise, per la sua prima rivoluzione, prima di tutto, ha bisogno della letteratura, del cinema, della musica, del teatro, delle arti visive e della comunicazione.

Tutto questo dobbiamo inaugurarlo mentre sconfiggiamo il coronavirus, assimilando la lezione che questa battaglia esiziale ci lascerà in dote.

Lo deve sapere la nostra Chiesa, il nostro sindacato, le associazioni di categoria e professionali, oltre a quelle sociali e culturali; tutti quelli che possono contribuire a ridefinire l’impianto e la prospettiva della nostra comunità perché, in definitiva, quello che diventeremo dipenderà da quello che noi sapremo diventare.

Antonio Ruggieri67 Posts

Nato a Ferrazzano (CB) nel 1954. E’ giornalista professionista. Ha collaborato con la rete RAI del Molise. Ha coordinato la riedizione di “Viaggio in Molise” di Francesco Jovine, firmando la post—fazione dell’opera. Ha organizzato e diretto D.I.N.A. (digital is not analog), un festival internazionale dell’attivismo informatico che ha coinvolto le esperienze più interessanti dell’attivismo informatico internazionale (2002). Nel 2004, ha ideato e diretto un progetto che ha portato alla realizzazione della prima “radio on line” d’istituto; il progetto si è aggiudicato il primo premio del prestigioso concorso “centoscuole” indetto dalla Fondazione San Paolo di Torino. Ha ideato e diretto quattro edizioni dello SMOC (salone molisano della comunicazione), dal 2007 al 2011. Dal 2005 al 2009 ha diretto il quotidiano telematico Megachip.info fondato da Giulietto Chiesa. E’ stato Direttore responsabile di Cometa, trimestrale di critica della comunicazione (2009—2010). E’ Direttore responsabile del mensile culturale “il Bene Comune”, senza soluzione di continuità, dall’esordio della rivista (ottobre 2001) fino ad oggi. BIBLIOGRAFIA Il Male rosa, libro d’arte in serigrafia, (1980); Cafoni e galantuomini nel Molise fra brigantaggio e questione meridionale, edizioni Il Rinoceronte (1984); Molise contro Molise, Nocera editore (1997); I giovani e il capardozio, Nocera editore (2001).

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