La teoria del tallone di Anchise

Recensione a «Il mio Enea», a cura di Filomena Giannotti, nel trentennale della scomparsa di Giorgio Caproni

L’Enea di Giorgio Caproni è un simbolo vivo, che si fa carne di nuovo, e in modo ancora più evidente, in questo periodo epocale che stiamo vivendo. Eppure, l’Enea di Caproni non è l’eroe dinamico e volitivo raccontato da Virgilio. Non è guida, artefice di delusioni d’amore, guerriero. È una statua di marmo – “nulla di eccezionale da un punto di vista artistico” – che ha terminato solo da qualche anno l’umile servizio di rifornire d’acqua, con il suo basamento, le erbivendole di Genova.

L’incontro con Enea, nel 1948, in una città distrutta dalla guerra, rimane segno indelebile nella vita del poeta ed è il centro di un libro che Filomena Giannotti, nel trentennale della morte di Caproni, ha curato e pubblicato per Garzanti («Il mio Enea»). Su quell’incontro – “la mia emozione non fu minore di quanta ne avrei provata incontrando Enea in carne e ossa” – Caproni si impegnerà in tanti articoli, poesie, recensioni e interviste che sono raccolti con cura filologica rara – rara perché persino l’apparato di note è scrigno di umanità e poesia. La prefazione è di Alessandro Fo, la postfazione di Maurizio Bettini.

«Il mio Enea» è un libro prezioso, anche solo per il lungo articolo che Caproni dedica a Genova nel 1979 e che chiude la prima parte del lavoro della Giannotti. Una prima parte che mette in fila i vari interventi di Caproni che, su varie testate (dal «Corriere Mercantile» alla «Fiera letteraria», da «L’Italia Socialista» a «Il Lavoro Nuovo»), ribadisce la densità della solitudine di un uomo (“non come progenitore della stirpe Julia, di cui non m’importa gran che”) che è orfano, perché figlio di una dea, che è vedovo e che porta sulle spalle il padre non più in grado di aiutarlo e per mano il figlio non ancora capace di sostenerlo.

È proprio questa solitudine, così tanto umana, a emozionare Caproni. La statua è posta in una piazza di Genova, tra le più colpite dai bombardamenti, tra cumuli di macerie, intatta comunque, se non per il piede di Anchise appena “sbocconcellato”, ferma nel persistere, ferma nella sua volontà di vita, pur avendo da poco attraversato l’ennesima guerra.

E quel portare sulle spalle Anchise, la tradizione oramai inservibile, e per mano Ascanio, il futuro non ancora definito, coglie Caproni in una posizione simile e lo commuove, mentre si allontana dalla Seconda Guerra Mondiale come Enea dalla distruzione di Troia.

E se tale coincidenza fu puntuale nel 1948, nelle città italiane distrutte dalla guerra, quanto simbolica potrà essere quell’immagine per l’uomo del 2020, costretto ad abbandonare l’anziano genitore nel momento della morte, perché non autorizzato per motivi di sicurezza a stargli accanto? Quanto potrà essere significativa per quello stesso uomo che avrà difficoltà a immaginare la sua progenie e a sistemarla con certezza nel proprio progetto di vita a causa di un futuro che, nonostante lo sviluppo sempre più sorprendente della scienza e della tecnologia, si fa incerto e insicuro?

Se l’Enea di Caproni viveva la sua solitudine più profonda avendo accanto Padre e Figlio, l’uomo del 2020 è costretto a procedere solo, anche fisicamente, sul tapis roulant dell’avvenire. E il piede “sbocconcellato” dalle bombe che caddero su Genova diventa il tallone di Anchise (non quello di Achille, certo) dell’umanità contemporanea, potentissima ma non del tutto, invincibile ma non in senso assoluto, iperdifesa e comunque attaccabile in qualche piccolissimo punto del suo complesso e affascinante microcosmo.

Così come i poemi epici, pur essendo in versi, sono l’embrione di ciò che sarà successivamente il romanzo, «Il mio Enea» di Caproni, per lo più in prosa, è un libro di pura poesia. Per l’umanità resa dalle parole, per la musicalità della struttura del periodo, per i dati polisemici così interessanti ed emozionanti, per le evocazioni che produce nell’animo di chi legge. Per il conforto che, come tutta la grande poesia, offre all’uomo di ogni luogo e di ogni tempo.

Giovanni Petta33 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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