L’iconoclastia di monumenti/Abbattere una statua è grottesco, parola di comunista

Nelle sue lucide ed esaustive riflessioni sui monumenti scomodi ricevuti in eredità dal passato, Ketty Iannantuono sostiene la necessità che “un paese selettivamente smemorato come il nostro guardi a esempi di rideterminazione degli spazi della memoria”. E cita acutamente Robert Musil: “non c’è niente in questo mondo invisibile come un monumento”. Solitamente infatti le statue che popolano le nostre piazze passano piuttosto inosservate.

La Iannantuono (fa sempre piacere scoprire ogni tanto delle corregionali di gran valore), avrà sicuramente in mente la più appariscente statua del Molise, quella di Gabriele Pepe eretta al centro di Campobasso che, malgrado la sua imponenza finisce col rimanere appunto “invisibile” alla cittadinanza.

Eppure, nell’immediato dopoguerra molti di noi giovani nauseati da anni di retorica nazionalista (oggi si dice sovranista), quel solenne monumento lo guardavamo male. Non dico che gli avremmo riservato il trattamento ricevuto da Montanelli a Milano, ma ci chiedevamo perché mai al suo posto non ci fosse Vincenzo Cuoco che era pure parente di Pepe e come lui era nato a Civitacampomarano. Entrambi furono protagonisti del Risorgimento italiano, ma Cuoco ne rappresentava il versante intellettuale. Perciò vedevamo meglio lui come icona risorgimentale, magari con un libro in mano che è sempre meglio di una sciabola. (Per noi drogati da frasi tipo “Libro e moschetto, fascista perfetto”, le sciabole erano come i moschetti.)

Come sappiamo, il tema è di grande attualità. A New York la statua di Theodore Roosevelt, che dal 1940 troneggiava all’entrata del Museo americano di storia naturale, sarà rimossa per decisione presa dal museo stesso perché mostrava il presidente a cavallo con ai piedi un indiano americano e un africano.

Eppure c’è chi sostiene che “abbattere una statua è sbagliato e grottesco quando non si tratta di tiranni”? Lo dice Aldo Tortorella, oggi 93enne, successore di Natta alla presidenza del Pci, direttore dell’Unità, deputato, partigiano, definito da qualcuno l’ultimo togliattiano d’Italia. “Quando venne il 25 luglio del 1943 – racconta – dalle finestre venivano giù le teste marmoree del Duce. Furia popolare, ansia di rivalsa dopo una guerra e vent’anni di dittatura. Cose ovvie, umane, ma noi dirigenti del Pci ci siamo guardati bene dal togliere di mezzo i simboli del passato, lasciando in piedi l’obelisco del Foro italico, quello su cui a Roma è leggibile la parola “Dux” e che a distanza di settant’anni si vorrebbe abbattere”.

Per Tortorella “questa furia iconoclasta avrebbe fatto orrore a Gramsci, che come tutti i marxisti era uno storicista. Se cancelli il passato non puoi cambiare il presente, se rifiuti di capire da dove vieni, rinunci a immaginare dove intendi andare. Una società che vive il momento e non sa niente del passato, non si pone il problema dell’avvenire”. Parole sagge: da oggi non polemizzerò più contro il nome GIL del Palazzo della Cultura.

*Postilla – Come pochi sanno, Tortorella ha frequentato da bambino le scuole elementari a Campobasso. Il suo nome appare nella locandina dell’operetta Fior di Loto andata in scena nel 1933 al teatro Savoia per iniziativa del Patronato scolastico. (Vi figura anche Giulio Bollati, futuro italianista e importante editore. Cito per curiosità decine di noti cognomi: Sabelli, Ciotoli, Jasonna, Laccetti, Paglione, Calenda, Cicchese, Fusco, Giarletta, Mastropaolo, De Chiro, De Gregorio, Palmieri, Brienza, Santoro, Marino, Trombetta, Terziano, Scocchera, Nerilli, Arcolesse, Palange, Venditti, Lardera, De Gaglia). La locandina è disponibile a richiesta: gius.tab26@gmail.com

Giuseppe Tabasso184 Posts

(Campobasso 1926) ha un nipotino, due figli e una moglie bojanese, sempre la stessa dal 1955. Da pianista dilettante formò una band con Fred Bongusto. A suo padre Lino, musicista, è dedicata una strada di Campobasso. Laureato in lingua e letteratura inglese, è giornalista professionista dal 1954. Nel 2018 è passato dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio a quello del Molise per terminare la carriera dove l’ha iniziata. Ha lavorato in vari quotidiani e periodici (Paese sera, Corriere lombardo, Ore 12, L’Europeo, Annabella, Gente, Radiocorriere). Inviato di politica estera per il GR3 della RAI, ha lavorato a Strasburgo come redattore parlamentare, a New York presso la Rai Corporation, nelle sezioni italiane della BBC a Londra e della Deutschland Funk a Colonia. Pubblicazioni: Il settimanale con Nello Ajello (Ediz. Accademia, Roma 1978); Facciamo un giornale (Edizioni Tuttoscuola, Roma 2001); Il Molise, che farne? (Ed. Cultura & Sport, Campobasso 1996); Post Scriptum, Prediche di un molisano inutile (Bene Comune Edizioni 2006), Gaetano Scardocchia, La vita e gli scritti di un grande giornalista (2008), Moliseskine (Bene Comune Edizioni, 2016). Per le stesse Edizioni è in corso di pubblicazione Fare un giornale, diventare giornalisti, Manuale di giornalismo per studenti, insegnanti e apprendisti comunicatori.

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