Il CEP, quartiere modello senza, però, una piazza

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Neanche nella toponomastica di questo che è stato un laboratorio urbanistico per Campobasso vi è l’indicazione di una piazza. Non è solo una questione di luoghi di aggregazione, ma soprattutto di identità dell’insediamento perché la piazza fornisce all’aggregato abitativo una decisa riconoscibilità. Ha un forte valore simbolico che si lega al concetto di civitas.

Il CEP sembra essere dotato di tutte le attrezzature pubbliche indispensabili per un quartiere e ciò, nell’ottica corrente, è sicuramente vero; se invece lo guardiamo con gli occhi, non di un contemporaneo, ma di un molisano di 2 generazioni fa notiamo che ci manca qualcosa che è la piazza. È questa un elemento della composizione urbana un tempo sempre presente e che, invece, è quasi scomparso nelle espansioni urbanistiche dell’ultimo mezzo secolo (salvo alcune eccezioni come la piazza G. D’Uva a Isernia, la piazza antistante il municipio di Campomarino, la piazza Molise nel capoluogo regionale la quale, però, è piuttosto informe e poche altre).

Nei piani regolatori e di conseguenza in quelli particolareggiati c’è la previsione delle opere di urbanizzazione senza, comunque, un esplicito riferimento alle piazze. Eppure, riprendendo la questione del CEP, la Campobasso moderna è una città caratterizzata proprio dalla ricchezza di piazze, tutte, di certo, concentrate nella sua area nodale.

È una componente ritenuta tanto importante per il nostro centro che Berardino Musenga nel progettare il Nuovo Borgo, all’epoca un quartiere periferico come lo è oggi il CEP, lasciò ampi spazi liberi, tra i quali quello occupato ora dalla piazza del Municipio; al contrario in altre realtà che avevano adottato anch’esse la scacchiera viaria (si pensi alle città coloniali) essa veniva intesa semplicemente quale sistema per ripartire in lotti edificabili il suolo, senza che venissero lasciati luoghi ad uso collettivo al di dentro.

Una piazza al quartiere CEP servirebbe a confermare questo tratto peculiare della struttura insediativa del nostro comune, il suo genius loci, al di là della necessità o meno di provvedere ad assicurare un tot di superfici libere, in rispetto degli “standard urbanistici”. La piazza, oltre ad omogeneizzare le periferie con il centro in termini figurativi, fa sentire più centrali, per così dire, i cittadini di un sobborgo tipo questo, non periferici, specie se tale piazza è pensata in funzione dell’intero agglomerato, non solo di una sua parte. Così come a ciascuna delle principali piazze campobassane è attribuito una sorta di tema che è, poi, un conferimento di senso, da piazza Prefettura a piazza Municipio a piazza della Vittoria (per via dell’obelisco) alla recentissima piazza Musenga, alla stessa maniera pure qui sarebbe opportuno individuare una tematica alla quale legare la realizzazione della piazza.

Ad esempio, invece di cambiare lo storico nome di piazza Savoia che comunque appartiene alla memoria comunitaria forse sarebbe stato opportuno creare una nuova piazza da intitolare ai due eroi contemporanei Falcone e Borsellino. Forse si ha paura che dedicare una piazza di quartiere a qualcuno porti a sminuire il valore di questo qualcuno (non solo un personaggio benemerito bensì pure un avvenimento significativo) o, perlomeno, che passandoci un minor numero di persone il suo ricordo non risulti sempre vivo nella cittadinanza.

Ciò che occorre è una piazza di portata urbana se non regionale trovandoci nella “capitale” della regione, indifferentemente celebrativa di un evento fondante della civitas come potrebbe essere la Pace fra Trinitari e Crociati perché è vicina la chiesa del S. Cuore, nata quale Templio della Pace, o, mettiamo, di un valore costituzionale o della Resistenza, dell’emigrazione, oppure di una conquista sociale tra cui vi è il diritto alla casa che è emblematicamente rappresentato proprio dal CEP.

Una piazza che potrebbe essere capace di richiamare in determinate occasioni persone provenienti dagli altri quartieri magari per assistere ad una rappresentazione o, per partecipare ad una manifestazione, un po’ come succede nel Parco di via Lombardia i cui spettacoli estivi sono visti sia da chi vive lì sia da abitanti del resto della città se non dei paesi circostanti; il teatro all’aperto viene a colmare una carenza nell’offerta culturale cittadina. Il Quartiere di S. Giovanni dei Gelsi diventa esso, per una serata, il cuore della città, ribaltando il rapporto centro-periferia (in effetti, una funzione analoga per il CEP la svolge il campo sportivo Don Sturzo).

Se il CEP sembra una zona appartata, specie se messa a confronto con la contigua XXIV Maggio che è, invece, estremamente convulsa se non caotica, esso non è affatto un posto chiuso avendo molteplici strade di accesso; per capirci non è come Nuova Comunità, un ulteriore quartiere satellite che sta al capo opposto dell’abitato, nel territorio di Ferrazzano, dove le entrate sono solo 2, una a monte e la seconda a valle.

Se si deve parlare di ghetto come si è fatto in passato per il CEP in quanto i residenti originari appartenevano ad un’unica classe sociale, quella con reddito basso, è più opportuno usare questa parola per indicare la citè radieuse, la garden city ferrazzanese in cui il limitatissimo numero di accessi suggerisce l’immagine di un aggregato isolato dall’intorno, con gli abitanti esponenti del ceto borghese segregati al suo interno. Dunque il CEP non è un’unità insediativa “introversa” e, probabilmente, non è neanche corretto chiamarlo unità.

Infatti esso è un acronimo che sta per Coordinamento Edilizia Popolare che in base alla legge da cui deriva del 1954 aveva il compito di aggregare in un’unica iniziativa costruttiva, e quindi mediante un piano urbanistico, gli interventi dello IACP, dell’INA Casa, dell’UNRRA-CASAS (finanziata dalle Nazioni Unite e dai fondi americani del Piano Marshall, siamo nel dopoguerra), dell’INCIS (Istituto nazionale per le case degli impiegati dello Stato).

A tale pluralità e varietà di organismi promotori corrisponde una diversità di tipologie edilizie, rispettando ognuna gli indirizzi regolamentari dell’ente committente, e se a ciò si aggiunge che il principio compositivo da seguire nella pianificazione dell’insieme urbanistico dettato dalla manualistica dell’INA Casa, il soggetto che agisce da guida, è quello della irregolarità nella forma degli isolati, una differenziazione fra di loro e la conseguente articolazione della viabilità in segmenti di differente lunghezza con direzioni che cambiano di continuo si coglie la ricchezza visuale che offre questo pezzo di città.

L’assenza di monoliticità nel disegno dell’insediamento, l’unico connotato abbastanza costante essendo quello dell’aspetto delle facciate nelle quali convivono i mattoni dei paramenti murari e il cemento a faccia vista del telaio strutturale, quindi antico e moderno, spinge a ritenere che il ricavare fra i corpi di fabbrica di una piazza non porti a determinare degli squilibri nella strutturazione dello spazio in quanto non univocamente definito.

Francesco Manfredi Selvaggi311 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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