Lo splendido isolamento del castello Monforte

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Da quando il conte Cola decise la demolizione della parte di abitato immediatamente sottostante il suo maniero per farne una sorta di “cittadella” si è creata una separazione tra il nucleo urbano e la fascia culminale della collina. Il terreno su cui poggiano la fortificazione e il santuario di S. Maria del Monte è diventato acropoli, luogo del culto delle memorie cittadine e della divinità protettrice, frequentata saltuariamente. Occorre superare questa frattura, l’estraneità attuale.

Innanzitutto è da dire che la cosiddetta collina Monforte è un rilievo davvero singolare, unico nell’orografia della regione, per la sua forma a cono. Il castello si trova nella sua sommità, una posizione strategicamente importante perché il monte S. Antonio, così si chiama ufficialmente, è completamente isolato dall’intorno. Dal punto di vista geologico il colle in oggetto costituisce un fatto a sé per il suo substrato calcareo che sui versanti si disvela in superficie e non solo dai lati interessati dalle cave, mentre il comprensorio circostante ha una matrice arenacea-argillosa.

La sua conformazione conica rimanda un po’ all’immagine di un vulcano se non che le sue pendici sono maggiormente inclinate perché fatte di materiale lapideo e non di lapilli e lava i quali sono materia sfusa, disposta a scivolare. Raffigurandocelo come un enorme spuntone roccioso che in ere lontane è emerso dal sottosuolo, un sorta di protuberanza della superficie terrestre ne cogliamo distintamente la sua possanza la quale congiunta con quella del maniero sovrapposto nel tempo ad esso suscita una certa impressione e non solo a chi visita la nostra città per la prima volta.

Oltre alla morfologia c’è la questione della roccia di cui è fatta questa emergenza collinare, che è, poi, la stessa con la quale, ricavata dalle cave ai suoi fianchi, è stata costruita l’opera castellana e l’intero centro storico, cui si associa l’idea di forza, di resistenza, di durabilità. Tutto concorre ad attribuire ai “monti” campobassani valenze di luogo ostico, severo, se non minaccioso. Non conta tanto la quota assoluta, circa 900 metri, quanto il dislivello tra essa e la quota del piano (le Campere da un lato e Fontanavecchia dall’altro) ai suoi piedi, a dare garanzia sulla difendibilità del posto, anche se dobbiamo rilevare che a valle mancano corsi d’acqua, pure questa è una singolarità della Campobasso antica, i quali avrebbero potuto rappresentare dei fossati naturali, peraltro larghi essendo dei corpi idrici e non semplici trincee, quelle che si scavano all’interno di una roccia, i fossati artificiali.

È scontato che la parte meno esposta agli attacchi esterni sia quella culminale, che è, dunque, un punto naturalmente protetto. Vale la pena farlo notare adesso che, comunque, c’è poco da invidiare perché l’essere arroccati se assicura la difesa, nel medesimo tempo (in verità ciò si verifica molto tempo dopo allorché vengono a cadere le esigenze difensive) provoca il suo stato di isolamento; il vantaggio dello stare sul colmo, muta nell’estraneamento dal resto dell’insediamento. È proprio quanto si è verificato qui e adesso siamo al cuore del tema che si è deciso di trattare, cioè che lo “splendido isolamento” non è affatto tale o, almeno, non lo è per sempre.

Aveva un senso, un’utilità, stare appartati in epoca medioevale e (si ricordi il nostro “eterno medioevo”) il conte Cola fece di tutto per raggiungere questo obiettivo. A cominciare dalla demolizione dell’edificato che era nei pressi del castello, del quale non rimangono resti perché raso al suolo, ma del quale rimane un indizio che è nell’intitolazione della Parrocchia di S. Antonio Abate in cui compaiono accanto a questo Santo pure i nomi d S. Mercurio e di S. Angelo al quale ultimo era dedicata la chiesa situata in vicinanza del maniero che, dunque, doveva essere sede parrocchiale, inglobata in seguito nell’altra.

Era necessario liberare il terreno antistante (retrostante?) il fortilizio per permettere l’acquartieramento delle guarnigioni. È da ricordare, prima di proseguire, che il castello del capoluogo regionale non era un castello qualsiasi, uno dei tantissimi che costellano il paesaggio molisano, frutto del fenomeno detto dell’incastellamento avvenuto nel periodo normanno-svevo, perché appartenente alla gens dei Monforte o meglio Gambatesa-Monforte. Questo casato, il cui principale esponente è stato il già nominato Cola, Nicola, nutriva una grande ambizione che era di creare qualcosa di simile ad una signoria, ante litteram essendo ancora nel XV secolo, la cui capitale sarebbe dovuta essere Campobasso.

In tale ottica il castello, non più ad esclusiva difesa dell’abitato sottostante, sarebbe diventato il polo di riferimento, innanzitutto militare, per l’insieme dei domini di questa famiglia feudale, una specie di quartier generale. Di qui l’ampiezza dello spazio sgombro di pertinenza del manufatto castellano. Tale ricerca di, con termine odierno, riservatezza, stare da soli, una volta cadute le ragioni legate all’”arte della guerra” con l’avvento degli spagnoli i quali tolsero autonomia ai baroni, si rivolse contro il titolare del feudo il quale constatò che il suo castello inteso quale bene immobiliare, si era svalutato ed egli stesso, il feudatario pro-tempore, decise di abbandonarlo (nonostante il prestigio che derivava dall’abitare in una dimora baronale, vedi i Pignatelli a Monteroduni e i D’Alessandro a Pescolanciano) di cercarsi una nuova dimora all’interno del borgo, il palazzo Cannavina.

Troppo scomodo vivere isolati in altura, meglio trasferirsi in basso, nel nucleo abitativo. Il castello andò in decadimento e, probabilmente, la zona che Cola di Monforte aveva svuotato per ottenere il vuoto, le motivazioni guerresche dette sopra, progressivamente si inselvatichiva; il conte se fosse rimasto lì su si sarebbe trovato dopo un pò in mezzo ad una boscaglia. Con l’abolizione del feudalesimo, due secoli fa, il castello passò in possesso del Comune e ovunque così è avvenuto quando esso, essendo ubicato fuori mano, ovvero fuori porta, è disabitato, e invece, rimane alle famiglie nobiliari (a Torella, Trivento, Spinete, ecc.) se è nell’agglomerato urbano: fu una cosa appropriata poiché l’ente pubblico ha le risorse per la conservazione (ci si illude!).

Certo l’amministrazione civica del momento aveva valutato il significato storico e simbolico di questo monumento (che in quanto tale, nota bene, per i Francesi va isolato per un certo raggio di distanza, non per la cultura del restauro italiano) nel farselo intestare e, però, da subito non mette in campo le disponibilità finanziarie e, allora, il maniero, dismessa finalmente la finalità militare, viene adattato ad usi non qualificanti. Sfruttando la sua posizione lontana dal contesto cittadino diviene prigione ma in breve, ultimato il carcere borbonico, cessa questo utilizzo.

L’essere posizionato in un sito assai elevato è un vantaggio che gli uffici comunali non si fanno sfuggire di mano, stando nel punto più alto, la sua potenzialità di contenitore del serbatoio dell’acquedotto, di quell’acqua il cui arrivo da Monteverde sul finire del 1800 era stato celebrato con l’inaugurazione della fontana in piazza Municipio; anche per questa via il castello è semanticamente rilevante. Una proposta antagonista a questa è quella di farne un belvedere, una terrazza da cui godere la vista della città, una passione, quella dei panorami, propriamente ottocentesca.

Ad essere attuata è solo l’ipotesi di sfruttarlo, parzialmente, quale osservatorio meteorologico, la stazione dell’Aeronautica Militare che è, psicologicamente un ritorno all’antico, alla destinazione, appunto, militare. La separatezza di cui gode l’ambito spinge a sentirlo quale luogo della riflessione sulle cose tanto religiose, S. Maria del Monte che perciò viene riconosciuta santuario, e la Via Matris, quanto civili, il Viale delle Rimembranze, il Sacrario e la stessa architettura castellana, memoria della civiltà del passato.

Per superare il suo essere, per mezzo millennio, separato dalla realtà urbana occorre, comunque, un progetto complessivo (o una somma: camminamento sul retro del castello, lì dove c’è il ponte levatoio, un’area picnik alle spalle della chiesa di S. Giorgio e così via) che si basa sulle qualità culturali e naturalistiche di quest’area iscritta nei Siti di Importanza Comunitaria; la pineta è un notevole polmone verde (merito, va ammesso, pure dell’abbandono del sito prolungato) della città e ne va incentivata la sua frequentazione da parte della cittadinanza. Detto diversamente, è necessario mettere in campo idee per restituire alla popolazione cui per troppo tempo è rimasta estranea una fetta di città.

Francesco Manfredi Selvaggi344 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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