Il minimalismo in piazza

di Francesco Manfredi-Selvaggi

L’uso della pietra vulcanica per pavimentare una decina di anni fa la piazza Duomo nel pieno del centro storico di Boiano suscitò molte polemiche. Qui ci interessa, al di là del materiale impiegato non in linea con la tradizione costruttiva, ma in virtù di quel materiale il particolare disegno delle della superficie di questo slargo connotato da semplicità delle linee e regolarità dello schema, un po’ minimal (ph F. Morgillo)

Una precedente proposta progettuale prevedeva la realizzazione di una pavimentazione riproducente quella presente dentro la chiesa. La perplessità era legata all’adozione di un disegno pensato per l’interno e non per l’esterno. Più che altro si trattava di un divertissement. Costituiva un’ideazione fantastica, cioè di fantasia, che avrebbe prodotto una straneazione del luogo con la configurazione, tramite la pavimentazione, di una piazza semicircolare la quale evidentemente non vi è mai stata; secondo la visione dell’architetto, Carlo Melfi, essa era ben più ampia dello slargo attuale.

Le fasce curvilinee si sarebbero spezzate in coincidenza con la cortina edilifia fronteggiante il duomo, continuando nel vicolo retrostante. Questo della sottolineatura delle impronte di un preesistente, ipotetico assetto urbano è una costante in tanti progetti contemporanei di sistemazione di spazi pubblici nei centri storici. Tale sottolineatura sarebbe stata leggibile pienamente solo dall’alto, magari da quella mongolfiera concepita dai giovani partecipanti del workshop estivo organizzato una decina di anni fa nel centro matesino dalla Facoltà di Architettura di Napoli, ancorata nel cuore di piazza Roma.

Il progetto, anche nella versione successiva, quella attuata, come la gran parte dei progetti in Italia per le aree ad uso collettivo negli agglomerati antichi, riguarda solo il pavimento, non occupandosi di molto altro più. Esso non è collegato ad un piano del colore per gli edifici che le contornano i quali in piazza Duomo formano facciate pressocché continue su due dei lati che racchiudono questo spazio e nemmeno ad un rifacimento dell’illuminazione e alla dotazione di arredo.

La messa in opera di una nuova pavimentazione si associa spesso con la pedonalizzazione dell’ambito la quale, seppure giunta in ritardo rispetto ad altre realtà urbane dove si è vietato da tempo il traffico veicolare nelle zone più significative, è la benvenuta. È rimasto, comunque, il marciapiede il quale serve da divisione tra veicoli e pedoni, ma qui essendo in un ambito interdetto alle automobili esso non ha nessuna utilità, piuttosto rischia di compromettere la leggibilità di questo luogo quale piazza e non strada.

L’intervento attuato è stato oggetto di accertamento di compatibilità paesaggistica, procedura prevista dalla legge per le opere realizzate senza la preventiva autorizzazione della Soprintendenza; il procedimento ha avuto esito positivo. L’oggetto del contendere, se così si può dire, è stata l’utilizzazione del basalto il quale, infine è stato considerato ammissibile in quel contesto. Messa una pietra sulla pietra vulcanica la quale ha, comunque, in sé qualcosa di sensuale, di evocativo rimandando il pensiero al Vesuvio siamo pronti per l’esame del disegno architettonico.

Ciò che colpisce maggiormente in un colpo d’occhio iniziale guardando il nostro spiazzo è il suo essere una superficie ininterrotta, senza cioè alcuna partizione interna. Non si individuano, perché proprio non vi sono, quei componenti che usualmente compaiono nella pavimentazione delle piazze, dalle converse agli incavi ai bordi, i quali hanno un valore funzionale, in particolare per evitare il ristagno delle acque di scorrimento meteoriche, prima che formale. L’eliminazione di cornici e riquadri lo rende uno spazio uniforme, uniformità dovuta anche all’impiego di un materiale unico.

I conci del pavimento sono stati posati in maniera continua per intenderci alla stregua di un battuto di cemento e ciò lo connota quale distesa, in maniera etimologicamente esatta, monolitica oltre che monocroma, il colore comune è una variazione del grigio, un grigio scuro. I pezzi che formano il pavimento, per settori, hanno un trattamento superficiale differente, una differente zigrinatura per renderlo antisdrucciolevole, il quale lo si scorge unicamente se si guarda con occhio attento.

Questa dei dettagli è una questione cruciale: sono loro a caratterizzare veramente lo spazio, ma sono pressocché invisibili per un visitatore disattento e vengono registrati solo se li si cerca. L’abitudine a vedere il dettaglio, in effetti, si sta perdendo. Quando ci si sofferma con la vista, osservando con attenzione, sul piano della piazza, si scorgono le fasce secondo le quali è organizzato il lastricato, individuabili esclusivamente dalla specifica rigatura delle “piastrelle” lapidee; niente di vistoso, non sono per niente assimilabili alle “cornici e riquadri” di cui sopra che, in genere, hanno un’altra colorazione e pezzatura dei pezzi differente.

Siamo di fronte a filari rettilinei di quadrotti basaltici, la cui “pelle” sembra essere stata graffiata, giusto un po’ di più che grattata, un gatto chissà, con zaffate nella medesima direzione, con i quali si compongono figure geometriche regolari e ripetitive. I moduli di pavimentazione non sono tanto grandi (sarebbero inidonei per un disegno articolato) né tanto piccoli (il quadro grafico risultante sarebbe troppo particolareggiato), si è scelta una scala dimensionale intermedia.

È inutile ricordare al proposito che la larghezza delle mattonelle in coordinamento con lo spessore dipende dal peso che si deve sostenere, superiore qualora l’ambito sia carrabile. Affinché non si interrompa la regolarità visuale occorre che non si vedano le linee di congiunzione tra i vari elementi della pavimentazione e ciò lo si è ottenuto curando il perfetto accostamento dei conci; meno sono e, quindi, più ampi, meno giunzioni ci sono. Dalla descrizione passiamo alla valutazione senza prima non aver rammentato che, lo ha detto Vitruvio, l’obiettivo primario è l’utilitas, l’utilità, la necessità di pavimentare il sagrato del duomo, in precedenza asfaltato, poi la firmitas, la corretta fattura del manufatto e, infine, al terzo posto, la venustas, la bellezza.

L’intervento si presta a molteplici interpretazioni che vanno anche al di là delle intenzioni del progettista: da quella di un design “minimalista”, a quella di una ricerca di ordine, a quella di una volontà di purezza con la rinuncia a ogni motivo ornamentale, a quella di una espressione di semplicità ovvero di sobrietà ovvero di austerità e così via, fino ad una lettura quale segno Zen. Sono, comunque, ancora vive nella comunità locale le polemiche sull’operato progettuale le quali hanno riguardato soprattutto l’utilizzazione di una “materia prima” estranea alla tradizione costruttiva del posto.

Francesco Manfredi Selvaggi428 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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