Al Loto l’ironia tragica di Enrico Ianniello

Dopo il successo nell’ultimo weekend de “I giocatori”, Enrico Ianniello è andato in scena al Loto per la terza serata consecutiva, stavolta con un testo tratto dal romanzo di Giuseppe Montesano, “Di questa vita menzognera”, edito da Feltrinelli e vincitore del premio Viareggio.

Un grande successo testimoniato dalla sala insolitamente strapiena per un lunedì e dal lunghissimo applauso finale.
EterNapoli è uno spettacolo estremamente complesso, godibile – soprattutto nella prima parte – grazie al doppio registro che Ianniello utilizza in modo brillante ed efficace, e al tempo stesso tragico, con lampi improvvisi di paradossi, citazioni filosofiche, componimenti poetici che aprono a riflessioni esistenzialistiche dalla profondità imponderabile.
Sul palco, una quindicina di personaggi tutti interpretati dall’attore casertano cresciuto nella Bottega Teatrale di Firenze di Vittorio Gassman. Un’interpretazione difficilissima tra improvvisi cambi di ritmo e di registro, tra chiari e scuri, luci e ombre che si alternano per dar conto della dinamica narrativa.

Tutto si svolge in un antico palazzo borbonico, simbolo di un potere tirannico inestinguibile, dove la famiglia dei Negromonte, che a sua volta racchiude in sé i tratti anacronistici di una vecchia famiglia mafiosa e quelli moderni di una grande lobby finanziaria, prepara in segreto un piano per mettere le mani sulla città di Napoli, un po’ come nel film di Francesco Rosi.
Un’operazione molto più sofisticata di quanto si possa immaginare, perché stavolta non ci si limiterà a fare affari con il cemento. L’avidità dei Negromonte li porterà a puntare, inaspettatamente, sulla cultura.

Non nel senso, però, di porre in risalto ciò che di più bello l’umanità ha saputo tramandarci, bensì di impadronirsi della coscienza dei cittadini, in modo da farne dei sudditi. Moderni, s’intende. Infatti, la drammaturgia, curata dallo stesso Enrico Ianniello insieme all’autore del romanzo, è più di ogni altra cosa, un affresco della società liberista, quella in cui l’opportunità di possedere cose e uomini viene scambiata per libertà.

Mentre l’intreccio dei rapporti familiari, tra uno zabaione e pranzi che ricordano la “grande abbuffata”, ben rappresenta questa nietzschiana “volontà di potenza”, Cardano – personaggio chiave –, dandy con sfumature crepuscolari, è un elemento esemplare di quella decadenza spirituale che il filosofo tedesco aveva così visionariamente anticipato in “Così parlò Zarathustra”. Individualismo esasperato, cinismo, ironia dissacrante e anti-borghese, sono i tratti distintivi del personaggio.

Una trama un po’ troppo complicata che Ianniello, nella veste di regista (anche regista!) avrebbe potuto semplificare ulteriormente, per far sì che agli spettatori non girasse la testa come invece è accaduto a fine spettacolo anche ieri sera al Loto. Comunque sia, l’interpretazione di Enrico Ianniello è stata davvero strepitosa. Lo spettacolo, nel complesso è di quelli che fanno piombare il pubblico in una riflessione che va molto al di là della quotidianità a cui siamo abituati.

Un altro bel colpo che il Teatro del Loto, grazie al suo geniale direttore artistico, ha messo a segno quest’anno.

Paolo Di Lella100 Posts

Nato a Campobasso nel 1982. Ha studiato filosofia presso l'Università Cattolica di Milano. Appena tornato in Molise ha fondato, insieme ad altri collaboratori, il blog “Tratturi – Molise in movimento” con l'obiettivo di elaborare un’analisi complessiva dei vari problemi del Molise e di diffondere una maggiore consapevolezza delle loro connessioni. Dal 2015 è componente del Comitato scientifico di Glocale – Rivista molisana di storia e scienze sociali (rivista scientifica di 1a fascia), oltre che della segreteria di redazione. Dal 2013 è caporedattore de Il Bene Comune e coordinatore della redazione di IBC – Edizioni. È autore del volume “Sanità molisana. Caccia al tesoro pubblico”. È giornalista pubblicista dal 2014

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