Anche i boschi invecchiano

View of forrest of green pine trees on mountainside

Specie i rimboschimenti di conifere se non viene effettuata una accorta gestione colturale la quale, però, non può essere semplicemente imposta ai proprietari, bensì stimolata da incentivi pubblici.

I problemi di conservazione del bosco di conifere presente nel comune di Palata sono, in qualche modo, esemplificativi delle criticità presenti nelle formazioni forestali simili, presenti in varie aree del Molise. Poiché il loro impianto risale, generalmente, a molti decenni or sono il tema principale è quello dell’invecchiamento. Gli alberi che compongono tali superfici boscate sono diventati vecchi tutti insieme; infatti le fustaie di pini, abeti, ecc. specie quelle di origine artificiale, create dall’opera di rimboschimento, hanno una struttura di norma coetanea. Tale uniformità dell’età degli alberi conferisce un carattere particolare a questi boschi dal punto di vista paesaggistico il quale viene accentuato dal fatto che essi sono generalmente abbastanza estesi come nel caso di Palata dove il bosco è circa 200 ettari. Da sottolineare poi che queste formazioni forestali oltre ad essere coetaniformi costituiscono una sorta di monocoltura.

Per esigenze di tipo produttivo, infatti, l’orientamento è stato quello della monospecificità. Il fatto di essere composti da piante dello stesso genere vegetale rende le distese boscose delle “masse” omogenee sotto l’aspetto coloristico e, dunque, ancora una volta paesaggistico; si distinguono, in definitiva, percettivamente dagli altri elementi del paesaggio, specie nelle aree collinari, quale quella di Palata, contraddistinta da segni più piccoli, da un’alternanza tra spazi aperti e coperti, ognuno di dimensioni contenute. Il colore verde intenso delle conifere si impone nelle vedute panoramiche e ciò succede anche qui. Rimanendo sempre nel campo paesaggistico e andando indietro nel tempo, a mezzo secolo fa all’incirca, le piantumazioni di conifere dovettero suscitare una forte impressione nella popolazione locale sia perché apparvero nel nostro territorio rurale essenze fino ad allora pressoché sconosciute sia perché si vennero a coprire di vegetazione arborea appezzamenti prima interessati dalle colture agrarie, in verità già allora destinate al progressivo abbandono.

Tanto più queste mutazioni dovettero suscitare qualche sconcerto in quanto le specie utilizzate sono state quelle a rapido accrescimento e ciò ai fini dell’incremento della produzione legnosa, cosa che ha causato una rapida modifica dell’immagine della nostra campagna. Alla stessa maniera oggi i tagli a raso che è la modalità di coltivazione prevista per i pini, giunti ormai alla scadenza dei turni di taglio che variano dai 60 agli 80 anni a seconda delle stazioni forestali, produrranno un effetto visivo consistente. Il trattamento a taglio raso è inevitabile per piante che sviluppatesi contemporaneamente con la loro chioma vengono a creare una sorta di ombrello che non permette ai raggi del sole di penetrarvi all’interno e raggiungere il suolo e, quindi, il seme.
Il governo del bosco a taglio raso, sia pure per sezioni di dimensioni contenute (max i 15 ha prescritti dalla L.R. 6/2000), può provocare un aumento dei deflussi idrici superficiali che possono destare una certa preoccupazione, la stessa che mosse al finanziamento dei rimboschimenti da parte delle istituzioni preposte alla prevenzione del dissesto idrogeologico. Quello che in realtà si è verificato è che non sempre si è rispettata la turnazione per cui vi sono porzioni di pinete nelle quali le essenze arboree hanno superato la fase dello sviluppo biologico ideale diventando mature, se non senescenti. Incomincia a vedersi, per il mancato rinnovamento delle conifere, l’affermarsi di specie autoctone in sostituzione delle prime.

Vi è una quota di soprassuoli misti di conifere e latifoglie, il cui affermarsi può essere inteso quale fenomeno di rinaturalizzazione del rimboschimento che richiede, però, per attuarsi di essere guidata da un progettazione accurata e da interventi mirati. Aumentare il grado di naturalità del sistema forestale è strategico, ma altrettanto rilevante è l’obiettivo della riqualificazione del paesaggio. Tradizionalmente, nelle aree di collina e di media montagna, il bosco è intercalato con altri usi del suolo, da quelli agricoli per le fasce di minore altitudine a quelli pascolivi. In questo modo il quadro paesaggistico viene a configurarsi alla stregua di un mosaico con tessere abbastanza minute. Un modo ricorrente di questa convivenza tra particelle boscate e campi coltivati è quello delle radure, cioè di aree prive di alberi inserite in superfici forestali. Le aperture di vuoti all’interno dei boschi innesca processi evolutivi nell’ecosistema forestale cambiando le condizioni di luce, di movimenti d’aria e di temperatura che hanno conseguenze sullo stato della vegetazione.

L’assetto del bosco diventa per così dire mobile poiché gli spazi aperti nella copertura arborea sono il volano di meccanismi successionali che iniziano con l’affermarsi di piante pioniere e mediante l’avanzamento del fronte boscato portano all’affermazione del bosco il quale man mano si viene sostituendo agli arbusti. La dinamica del popolamento arboreo la si legge pure nelle zone di margine della distesa forestale e nelle fasce contigue alle rive dei corsi d’acqua caratterizzate da piante igrofile che si vengono a mischiare con gli alberi presenti nel bosco. Tutto ciò fa sì che il sistema forestale sia qualcosa di variegato con vantaggio per il paesaggio e, nello stesso tempo, per la natura. Alla biodiversità si aggiunge, in altri termini, la diversificazione paesaggistica, valori entrambi importanti. In definitiva, si ritiene ammissibile effettuare uno sfoltimento della copertura boscosa mediante la realizzazione delle cosiddette cese, beninteso compensando, in ossequio alla legislazione vigente, i metri quadri di bosco eliminati con un’equivalente estensione di nuovo bosco nell’identico bacino idrografico.

È auspicabile allo scopo di un ottimale funzionamento della struttura boschiva e del suo miglioramento visivo giungere ad una diversificazione delle essenze arboree e delle classi d’età della popolazione forestale. Si otterrebbero benefici di carattere biologico, storico-culturale ed estetico. Si è consapevoli, comunque, che versando l’economia del legno qui da noi in una prolungata crisi è difficile motivare i proprietari ad adottare i principi della sostenibilità nella gestione del bosco se non stimolati da incentivi pubblici senza i quali è prevedibile che vi sarà un abbandono a sé stessi dei boschi i quali, lo si è detto, paradossalmente erano nati per recuperare terreni agricoli abbandonati.

Francesco Manfredi Selvaggi146 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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