Senza cultura la vita è più dura…e anche più triste

cultura amore

Editoriale del numero di maggio 2017

Non è solo più dura la vita senza cultura, come “strilliamo” in copertina… è anche più triste.

E noi, nel piccolo, tenero e marginale lembo di terra che abitiamo, lo sappiamo bene. Viviamo con un profilo basso, ammorbati da un provincialismo nemico della felicità, che ha fatto della grossolanità la sua cifra distintiva e che per irradiarsi così pervasivamente come s’irradia, ha bisogno del collateralismo complice d’insegnanti a mezzo servizio, d’intellettuali da social network, ma, innanzitutto, di Amministratori incravattati che girano senza sosta fra conferenze, convegni, cene conviviali e inaugurazioni, essi lautamente retribuiti, a spiegare ai nostri giovani affamati di reddito e di futuro, che le risorse sono poche, ma che arriveranno tempi migliori se ci affi deremo a loro, mani e piedi legati.

Così, con un impatto a bassa intensità, si alimenta il disincanto e l’apatia e, addirittura senza intenzione, si diffonde la tristezza; per sé medesimi, per la propria condizione e per la comunità alla quale si appartiene. La cultura è un settore produttivo che da parte Pubblica andrebbe trattata come gli altri, come l’edilizia o la metalmeccanica; e come desterebbe scandalo che gli edifici fossero costruiti da muratori alle prime armi e senza salario o che le automobili fossero prodotte da operai amatoriali, lo stesso dovrebbe accadere per il vilipendio reiterato perpetrato ai danni della professionalità e del decoro degli artisti e dei lavoratori dello spettacolo di questa povera regione (la maiuscola ci va “a piacere”). Da noi è subdolamente impossibile fare l’attore, il musicista o il pittore di professione, anche a dispetto dei titoli accademici esibiti e delle capacità riconosciute, in alcuni e clamorosi casi, ben oltre gli angusti confini regionali.

La programmazione strategica delle politiche culturali deve avere come obiettivo la tutela e la valorizzazione del lavoro di chi opera in questo settore, invece che l’imbonimento, il foraggiamento mirato o l’allestimento del colpo a sorpresa, come succede. I lavoratori della cultura hanno bisogno di tutela sindacale e di considerazione politica. Sono molti meno dei lavoratori della GAM o della Ittierre, è vero, ma maneggiano una materia che, se adoperata con perizia, li aiuta a ricostruire la loro prospettiva offuscata, addirittura quella lavorativa. Su questo fronte, mettendo in campo ogni nostra possibilità, in questi mesi, abbiamo avviato una vera e propria vertenza nei confronti dei decisori politici regionali: Frattura, Ioffredi, Presutti, Mogavero e Fratangelo, per non rimanere nel vago. Il 31 maggio si è chiuso l’appello che abbiamo promosso a sostegno del Teatro del Loto che, inopinatamente nella ricorrenza del decennale dalla sua fondazione, rischia di chiudere i battenti.

E poi, il 14 giugno, ancora evocativamente al Loto di Ferrazzano, saremo a fi anco di Federcultura di Confcooperative Molise, per dar forza alla sua proposta di riforma delle politiche culturali, imperniata su tre punti fondamentali.
Uno: varare una legge di settore che valorizzi e qualifichi le attività sui territori, tuteli i lavoratori che le mettono in opera e faccia ordine fra i tanti soggetti, pubblici e privati, che operano in quest’ambito.
Due: trasformare la Fondazione Molise Cultura in house della Regione, cioè da soggetto con personalità giuridica privatistica ma finanziato esclusivamente dal pubblico, che non consente nella sua compagine l’ingresso di altri, in una “fondazione di partecipazione” aperta al contributo, anche economico, di Enti pubblici e di soggetti privati; innanzitutto a quello delle nostre istituzioni di alta formazione, l’Università e il Conservatorio.
Tre: riabilitare e rilanciare il ruolo e la funzione dell’Assessorato regionale alla cultura, come spazio pubblico e partecipato per l’elaborazione delle politiche culturali.

Dell’esito di questo sforzo progettuale che stiamo producendo in questi giorni in collaborazione con diversi altri soggetti, vi daremo conto nel prossimo numero.

Antonio Ruggieri49 Posts

Nato a Ferrazzano (CB) nel 1954. E’ giornalista professionista. Ha collaborato con la rete RAI del Molise. Ha coordinato la riedizione di “Viaggio in Molise” di Francesco Jovine, firmando la post—fazione dell’opera. Ha organizzato e diretto D.I.N.A. (digital is not analog), un festival internazionale dell’attivismo informatico che ha coinvolto le esperienze più interessanti dell’attivismo informatico internazionale (2002). Nel 2004, ha ideato e diretto un progetto che ha portato alla realizzazione della prima “radio on line” d’istituto; il progetto si è aggiudicato il primo premio del prestigioso concorso “centoscuole” indetto dalla Fondazione San Paolo di Torino. Ha ideato e diretto quattro edizioni dello SMOC (salone molisano della comunicazione), dal 2007 al 2011. Dal 2005 al 2009 ha diretto il quotidiano telematico Megachip.info fondato da Giulietto Chiesa. E’ stato Direttore responsabile di Cometa, trimestrale di critica della comunicazione (2009—2010). E’ Direttore responsabile del mensile culturale “il Bene Comune”, senza soluzione di continuità, dall’esordio della rivista (ottobre 2001) fino ad oggi. BIBLIOGRAFIA Il Male rosa, libro d’arte in serigrafia, (1980); Cafoni e galantuomini nel Molise fra brigantaggio e questione meridionale, edizioni Il Rinoceronte (1984); Molise contro Molise, Nocera editore (1997); I giovani e il capardozio, Nocera editore (2001).

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