Fabbriche, architetture senza architetti

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di Francesco Manfredi-Selvaggi

La presenza delle fabbriche non compromette i valori paesaggistici degli ambiti in cui ricadono i nuclei industriali, almeno nel Molise.

Siamo portati a ritenere che l’attività produttiva possa essere oggetto, sempre, di una interpretazione architettonica, che sia possibile trovare soluzioni formali soddisfacenti per le imprese industriali, in ogni occasione. Non è, però, così perché ci sono processi lavorativi che non è possibile ricondurre ad architettura che sarebbe l’optimum, ma neanche a volumetria la quale è il minimo indispensabile per parlare di “forma” nel suo senso classico. A volte, si pensi all’ex Energonut di Pozzilli, alle industrie chimiche di Termoli, alla Fattrer di Campochiaro l’immobile dello stabilimento, o almeno di una sua parte, si identifica con quella dei suoi macchinari, non si può assimilare ad un edificio quella fabbrica che è priva di un involucro chiuso che la rivesta.

Il «contenuto», per capirci, è anche il «contenente», mutando e adattando al caso i concetti di «significato» e «significante», della semiologia. Tutto, quantomeno le cose che sono in primo piano, è alla vista, non vi è un’interfaccia che si proponga di mediare tra gli spazi della produzione e la visione di chi si trova a guardare in tale direzione, cioè tra «interno» ed «esterno». Del resto, sarebbe molto complicato ricomprendere in un «solido» geometrico momenti della lavorazione che, di frequente, non sono allineati né in profondità né in altre direzioni; non si individua una disposizione in serie delle fasi produttive in tanti casi, bensì una sequenza su piani differenti delle stesse che può apparire casuale tanto che le figure dei macchinari che emergono allo sguardo dell’osservatore richiama la poetica degli object trouvès di Marcel Duchamp.

Non vi è alcuna definizione volumetrica capace di contenere gli apparati della lavorazione perché qualunque sia il fronte di tale oggetto scatolare che si tenti di delineare vi è sempre qualche protuberanza meccanica che lo verrebbe a forare. Sotto l’aspetto figurativo viene immediato il richiamo oltre che al Dadaismo alle cattedrali romaniche francesi, costituendo gli apparecchi tecnologici, altrettante emergenze mostruose (in scala gigante rispetto ai doccioni delle chiese romaniche); i camini, poi, numerosi e di differente altezza hanno un non so che di Futurismo.

Si prova uno strano sapore nel vedere, senza nessuna schermatura, i vari meccanismi contenuti nella fabbrica la quale sembra aver messo in bella mostra i suoi organi, quando c’è, l’intelaiatura (antisismica?) che li sostiene (senza, però, riuscire ad irreggimentarli in un reticolo spaziale chiaro come si è detto) assomiglia ad uno scheletro. Rimanendo nel campo delle industrie chimiche, va precisato che non è escluso che non vi siano elementi che sono fatti da un volume quali quelli destinati agli uffici, agli spogliatoi, ai servizi igienici, alla mensa o al magazzino, anzi è probabile, ma essi rappresentano quelli che Louis Kahn chiama gli spazi “serventi”, mentre in quelli “serviti”, cioè il cuore della produzione, se vi sono volumi lo è perché sono chiamati ad ospitare una macchina.

Si ha un’integrazione tra edificio e macchina e qui l’uomo è praticamente assente potendosi solo trovare una cabina di controllo con pochi addetti. Degli stabilimenti produttivi in questione non si sa normalmente l’autore. Si tratta di un manufatto architettonico anonimo, tutt’altra cosa dello stabilimento Olivetti di Pozzuoli dell’ing. Cosenza un notevole esempio di architettura contemporanea. Quello voluto da Adriano Olivetti è, comunque, un’eccezione e non unicamente per la sua bellezza. In genere, la progettazione industriale non muove, come è normale, da una volontà espressiva bensì da esigenze funzionali.

Qualora, ammettiamo, si conferisca una precisa caratterizzazione formale allo stabilimento essa verrebbe ad essere un po’ pregiudicata da addizioni successive che si rendessero necessarie a seguito di evoluzioni del mercato. Pure per un simile tipo di ragione che le fabbriche sono costruite con sistemi prefabbricati. Dalla prefabbricazione viene, di conseguenza, la standardizzazione e, ulteriore conseguenza, l’anonimato. La fabbrica ordinaria non è altro che un assemblaggio di campate in c.a. o in acciaio ricoperto da pannelli, o in cemento o in metallo, tagliati ad una certa altezza da una fascia di finestre a nastro, l’unico particolare, peraltro, insieme alle dimensioni che distingue questi manufatti da un container.

Essi possono accrescersi in quanto ampliabili sui lati. Ad attribuire una riconoscibilità alla struttura sono proprio quei macchinari a vista illustrati prima; il capannone è per antonomasia un “contenitore”, impiegabile per molteplici usi anche con funzioni variabili nel tempo e ciò lo rende inespressivo, incapace di comunicare, muto semanticamente. È molto più forte, al contrario, l’incidenza visiva delle macchine e degli impianti tecnologici posti allo scoperto, non inseriti in un involucro. È l’effetto più forte che si ha percorrendo la Bifernina con le ciminiere, specialmente quando sbuffano vapore, che dominano gli scorci panoramici congiuntamente a quel groviglio di tubature, di silos, ecc. dal quale si dipartono verso l’alto.

Alla grande scala è questo l’impatto percettivo maggiore per mitigare il quale c’è ben poco da fare; un impegno particolare, ad ogni modo, va messo per curare la qualità paesaggistica della fascia fluviale del Biferno cercando di mitigare la percettibilità da tale lato dell’ultima fila, quindi la più prossima al fiume, degli stabilimenti del Nucleo Industriale. Attenzione, poi, va posta nel miglioramento anche estetico dell’ambiente produttivo per garantire condizioni di vita soddisfacenti ai lavoratori. Sia a livello delle aree pubbliche sia a quello dei singoli lotti industriali.

È fondamentale il verde pure perché esso è un fattore di regolazione climatica e di miglioramento qualitativo dell’aria. Va incrementata la piantumazione di essenze arboree e di siepi al contorno delle aree di pertinenza degli stabilimenti. Nelle superfici tanto consortili quanto private si potrebbe prevedere la realizzazione di vasche d’acqua sia per questioni di abbellimento estetico sia quale bacino idrico per l’irrigazione del verde sia come riserva antincendio. L’impostazione delle istruttorie in sede di rilascio dell’autorizzazione paesaggistica dovrebbe basarsi proprio sull’analisi delle aree libere piuttosto che dei fabbricati al fine di assicurare una vivibilità adeguata a quanti, impiegati nelle attività produttive, trascorrono in questo ambito una parte consistente della giornata.

Francesco Manfredi Selvaggi114 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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