Salute, quanto mi costi

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Francesco Manfredi-Selvaggi

Nella spesa per la sanità rientrano tantissime cose, tra le quali vi sono pure i costi che i nostri corregionali sostengono per farsi curare altrove, accessori alle prestazioni ospedaliere

Il “piano di rientro” del disavanzo finanziario del sistema sanitario regionale ha un avversario fortissimo, più forte dello spreco che si è avuto in passato, ed è l’aumento inesorabile dei costi nel campo della sanità. Tale incremento della spesa è destinato a diventare una costante negli anni futuri. I fattori che influiscono sono molteplici tra i quali, ai primi posti c’è l’invecchiamento progressivo della popolazione; l’aumento dell’aspettativa di vita coincide con un aumento dei malati cronici perché le malattie croniche sono caratteristiche della vecchiaia.

Vi sono, poi, a determinare la crescita della spesa le scoperte, anch’esse senza interruzioni, di nuove terapie e di strumenti sempre più aggiornati; il rinnovamento degli apparati diagnostici così come delle tecnologie operative sia o non sia indispensabile alle cure è, specie negli istituti privati, una ragione pure di marketing. All’attrezzatura diagnostica, per così dire, fissa si è aggiunta quella portatile della quale dotare i mezzi di soccorso che prima ne erano completamente privi, di qui ulteriori acquisti. La ricerca scientifica e quella applicata ad essa collegata stanno facendo passi molto veloci e privi di interruzioni, per dirla con una metafora, in un ulteriore ramo sanitario che è la farmaceutica; oggi sono disponibili a prezzi elevatissimi farmaci destinati a curare patologie rare, infezioni e tumori, si fa per dire, di ogni tipo; si affacciano forme morbose che forse non esistevano in passato o semplicemente non le si conosceva per le quali occorre approntare specifiche tecniche terapeutiche e appropriati medicinali.

L’introduzione di tecnologie e principi attivi farmacologici con un grado di sofisticazione sempre maggiore porta ad un innalzamento inevitabile dei costi dei trattamenti medici. Non si è mai avuta un’epoca con una così vertiginosa escalation dello sviluppo tecnologico con le macchine in uso da poco che sono destinate a diventare subito obsolete. Poiché la coperta è sempre corta, altra espressione metaforica, si pone il problema per i decisori di quale macchina comprare, se quella per contrastare le sindromi cardiovascolari o tumorali e, nel secondo caso, che tumori privilegiare; poiché investimenti onerosissimi si impone una scelta, sia pure dolorosa.

Il cambiamento in campo tecnico porta con sé, di certo, un cambiamento nell’organizzazione sanitaria che deve aggiornarsi e, per le stesse ragioni, bisogna modernizzare l’assetto architettonico. I fondi necessari per la ristrutturazione edilizia sono, di regola, ingentissimi e nel territorio molisano ancora più ingenti essendo una zona interamente sismica. La gestione dell’apparato ospedaliero evidentemente si fa più complessa e il governo di servizi e prestazioni di livello elevato hanno conseguenze significative sul bilancio dell’istituto. Alla luce di quanto illustrato e tornando al tema dello spreco si può riconoscere che incide relativamente il risparmio sempre invocato sulle prescrizioni di esami e radiologie, la cui effettiva indispensabilità chiama in causa la responsabilità morale dei medici.

Questo non è che uno dei punti critici su cui intervenire per ridurre il deficit finanziario che ci ha condotti al piano di rientro, ma ve ne sono molti altri, anch’essi non decisivi, anche se il Molise su alcuni versanti si dimostra dal punto di vista economico virtuoso come nel valore della cosiddetta giornata alimentare che qui da noi è inferiore a quello della media nazionale (12,7 euro). Il debito ha bisogno di ben altro per diminuire non fosse che per il fatto che le masse monetarie in gioco nel campo della sanità sono ingenti. L’Italia spende per questo comparto circa l’8% del PIL e gran parte dei consumi sanitari del Paese, quasi l’80%, sono a carico del servizio sanitario nazionale.

Alla sfera regionale si riscontra nel bilancio di questi enti che il principale capitolo di uscita, e di gran lunga, è la sanità che rappresenta quasi il 70% della spesa. Per fare davvero economia bisognerebbe tagliare su cose sostanziali come le tecnologie e particolari categorie di medicinali oltre che rinunziare ad azioni di riqualificazione immobiliare ai fini, pure, sismici; è come il cane che si morde la coda, poiché qualora non si dispone di attrezzature e dotazione farmacologica idonea si rischia di non poter soddisfare i parametri prestazionali richiesti da alcuni specifici LEA (livelli essenziali di assistenza). Se tutto quanto detto è vero se si guarda in giro per l’Italia, nel Molise e in altre parti del Sud i costi sono ancora maggiori a causa del notevole flusso di persone, e conseguentemente di fondi, che si spostano per farsi curare, in direzione di regioni con realtà ospedaliere considerate migliori.

La “mobilità interregionale” è diretta non solo verso gli istituti clinici caratterizzati per le alte specialità, ma è attratta anche da ospedali nei quali si trattano patologie curabili qui da noi, riconosciuti essere qualitativamente superiori per i servizi che offrono e per la preparazione professionale del personale. Essa si chiama mobilità passiva, mentre quella dei pazienti che vengono da fuori regione nel Molise è definita mobilità attiva; tali movimenti vengono descritti mediante due indici, rispettivamente l’indice di fuga e l’indice di attrazione.

La comparazione tra questi indicatori permette di capire quanto sia efficace fornire soddisfazione al bisogno di salute il servizio sanitario regionale. Unicamente la Neuromed (in primo luogo e dalla Campania innanzitutto) e la Cattolica richiamano malati extraregionali. Di questi spostamenti bisogna tener conto nella pianificazione dell’offerta sanitaria nella nostra regione, monitorandoli accuratamente. Il risparmio nel trattenere gli ammalati in sede non sarebbe soltanto dell’istituzione in quanto il trasferirsi altrove per farsi curare è costoso.

Tra le spese da sostenere vi sono quelle di viaggio e di sistemazione per i familiari al seguito che i poveri, peraltro, non possono permettersi. Quelli delle famiglie sono ulteriori costi legati alla sanità la quale rimane in vetta ai consumi individuali nelle statistiche economiche (famiglie chiamate inoltre a collaborare alla copertura del disavanzo con l’introduzione del ticket e con la maggiorazione dell’aliquota fiscale).

Francesco Manfredi Selvaggi161 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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