Elezioni a Campobasso: comunque vada sarà una sconfitta

senza nome

di Paolo Di Lella

Diciamo subito che mai come quest’anno la partita tra gli aspiranti sindaci del capoluogo è aperta. A questo, però, non corrisponde un particolare fermento, come ci si aspetterebbe. Paradossalmente, la sfida per lo scranno più alto di Palazzo S. Giorgio si svolge in un clima di generale rassegnazione e disillusione.

Tira un’aria triste. Sarà per il degrado urbano che attanaglia questa città allo stremo, o per i servizi pubblici sempre più inefficienti; sarà, più che altro, per lo spirito di competizione primitivo e selvaggio che si sta impossessando dei suoi cittadini, esito drammatico di una politica che ormai da decenni ha perso la stella polare del bene comune, o perlomeno del bene pubblico. Sta di fatto che la famosa partecipazione – tanto evocata ultimamente dai partiti post-moderni, che però non hanno saputo suscitarla – non è mai stata così scarsa. Le liste civiche si sono più che dimezzate rispetto alla scorsa competizione e anche i candidati consiglieri sono passati dagli oltre 500 del 2014 agli attuali 309. I comitati elettorali, sono quasi sempre desolatamente vuoti.

I nostri amministratori, quelli a cui avevamo affidato la cura della nostra comunità, percependo la totale mancanza di controllo sociale, si legano agli interessi delle lobbies, spostandosi senza ritegno da un campo all’altro seguendo le oscillazioni di un elettorato sempre più volubile a causa della scomparsa dei corpi intermedi nei quali si esercitava la democrazia e la condivisione delle conoscenze, nonché l’organizzazione del dissenso, e anche a causa di un sistema dell’informazione che punta al sensazionalismo piuttosto che al racconto e all’analisi dei fatti.

Il centrosinistra, essendo guidato da un partito che si è auto-liquidato rompendo con la sua base sociale storica, e avendo amministrato (male) negli ultimi 5 anni, è il campo che ha pagato il prezzo maggiore in termine di ammutinamenti. Ben 11 consiglieri, di cui 3 componenti della Giunta, tutti passati nelle file del centrodestra. Questo la dice lunga anche sul fatto che la coalizione guidata dal PD venga percepita come la classica nave che imbarca acqua da ogni parte. Senza contare che dall’altra parte c’è la Lega col vento in poppa grazie allo stile comunicativo aggressivo e semplicistico attuato da Matteo Salvini.

Parentesi: a livello nazionale già si stanno aprendo piccole crepe nella Lega, effetti dell’offensiva lanciata dall’Europa e dalla chiesa (aspettando la magistratura), ma il fatto è che qui in Molise le tendenze si affermano con anni di ritardo cosicché per i prossimi mesi (se tutto va bene) i leghisti locali potranno ancora sfruttare localmente l’onda lunga del rancore piccolo-borghese che la Lega nazionale ha saputo fomentare nel Paese.

Non è un caso se il candidato sindaco del centrodestra sia proprio espressione del partito di Salvini. Maria Domenica D’Alessandro è sicuramente il personaggio più sconosciuto tra i candidati sindaco, ma poco importa; la tattica del centrodestra è quella di replicare lo schema risultato vincente alle scorse regionali: super carrozzone di otto liste con dentro un po’ di tutto, dai transfughi del centrosinistra ad Alberto Tramontano, di cui si sono occupate anche le cronache nazionali per i cambi di casacca (Democratici di sinistra, Udeur, Democrazia popolare, Città amica, Lega), passando per Alessandro Pascale, anche lui affetto da opportunismo inguaribile (Socialisti, Udeur, Forza Italia, Margherita, Lega), che ha rimpinguato la propria fortuna sul business dell’accoglienza grazie al quale ha potuto valorizzare, affittandoli ad una società accreditata, diversi locali di sua proprietà, siti nella zona industriale del capoluogo, destinati all’abbandono. Altro che “fine della pacchia”.

Il problema è che una simile tattica, per quanto miserabile possa apparire, in occasione di elezioni amministrative, che di politico hanno ben poco, rischia di risultare vincente. Anche perché il centrosinistra neanche su questo piano così infimo è riuscito a tenere testa agli avversari. Appena tre liste, neanche complete, a supporto di Antonio Battista, che però è convinto di aver fatto benissimo e ha intitolato la sua campagna “continuità è futuro”. Staremo a vedere.

Comunque, se ce la farà a passare al secondo turno, il centrosinistra potrebbe tornare clamorosamente in vantaggio contro il centrodestra probabile mattatore del primo turno, dal momento che ingloberebbe, in una sorta di fronte unitario antileghista, buona parte dei voti dei 5 stelle e di “Io amo Campobasso”, la lista civica che sostiene Paola Liberanome (candidata alle scorse regionali col cdx, nella lista dei Popolari per l’Italia) e che ha provato a costruire un movimento dal basso partendo da un manifesto a cui hanno aderito diversi intellettuali e tanti giovani animati dalle migliori intenzioni. Purtroppo però, i processi partecipativi non si costruiscono a pochi mesi dalle elezioni ma hanno bisogno di anni per radicarsi e per auto-correggersi. E comunque, dalla semplice sottoscrizione di un manifesto al consenso reale ce ne passa, tant’è che non sono riusciti neanche a completare la lista. Più che al quorum (che sarebbe comunque un’impresa) non possono puntare.

Diverso è il discorso per il M5S. Roberto Gravina ha l’aria di essere un ragazzo dall’animo puro. In più il gruppo costituito dai 4 consiglieri uscenti è stato grossomodo sempre sul pezzo, denunciando i tentativi di lobbing e proponendo una gran quantità di emendamenti e controproposte. Tuttavia pagano e pagheranno – oltre al sentimento diffuso di disillusione verso il Movimento per le note vicende del governo giallo-verde – l’impotenza che hanno dimostrato come opposizione in Consiglio comunale, dove sono stati sistematicamente isolati, e il fatto che il voto locale segue dinamiche che hanno poco a che fare con la politica in senso stretto. Quel poco di sano entusiasmo rimasto gira attorno ai 5 stelle, ma in una città di piccole dimensioni come Campobasso l’aspetto quantitativo è preminente. Anche qui è utile ricordare quanto avvenne in occasione delle ultime regionali. In quell’occasione scrivemmo che i bagni di folla che avevano accompagnato le uscite pubbliche del Movimento non dovevano trarre in inganno, perché per ogni cittadino entusiasta che scende in piazza ce ne sono almeno tre incattiviti che tramano nell’ombra accomodati sul divano di casa, pronti a raccogliere il tozzo di pane gettatogli dal padrone di turno.

E sappiamo come andò a finire.

Paolo Di Lella79 Posts

Nato a Campobasso nel 1982. Ha studiato filosofia presso l'Università Cattolica di Milano. Appena tornato in Molise ha fondato, insieme ad altri collaboratori, il blog “Tratturi – Molise in movimento” con l'obiettivo di elaborare un’analisi complessiva dei vari problemi del Molise e di diffondere una maggiore consapevolezza delle loro connessioni. Dal 2015 è componente del Comitato scientifico di Glocale – Rivista molisana di storia e scienze sociali (rivista scientifica di 1a fascia), oltre che della segreteria di redazione. Dal 2013 è caporedattore de Il Bene Comune e coordinatore della redazione di IBC – Edizioni. È autore del volume “Sanità molisana. Caccia al tesoro pubblico”. È giornalista pubblicista dal 2014

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