Fare cultura nelle aree interne

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di Redazione

Si è svolto ieri sera, a Bagnoli del Trigno, in una sala gremita, il primo incontro del ciclo “Fare cultura nelle aree interne” promosso dall’Università del Molise, dal Centro ARIA (Centro di Ricerca per le Aree Interne e gli Appennini) e dalla rivista semestrale “Glocale” (edita da IBC Edizioni) con la collaborazione dei Comuni di Bagnoli del Trigno e Pietracupa, e di alcune associazioni tra cui “Il Bene Comune” e “Cammina Molise”.

Gino Massullo, direttore di Glocale, preliminarmente ha chiarito il senso del titolo scelto per l’incontro. La cultura non è un qualcosa che si può importare dall’esterno in un luogo e in una comunità. Ogni territorio ha già la sua cultura e le sue agenzie che la promuovono, come la scuola, innanzitutto, e le associazioni. Considerati i processi di marginalizzazione che le zone interne del nostro Paese subiscono in termini di corrosione dei diritti fondamentali (il diritto alla sanità, alla scuola, agli spostamenti), imposti da un modello di sviluppo industrialista novecentesco che ha privilegiato le pianure e svuotato le aree collinari e montuose, occorre non soltanto supportare quello che già c’è, bensì apportare una qualità diversa al modo di fare cultura.

Le aree interne hanno attraversato sostanzialmente due fasi. La prima è quella dell’oblio, quella in cui, per effetto del cosiddetto boom economico, abbiamo assistito alla cancellazione della memoria e dei saperi locali, e quindi alla trasformazione dei costumi, delle nostre abitudini, anche alimentari, come anche dello spazio che ci circonda. La particolarità urbanistica dei nostri paesi, ad esempio, è stata brutalizzata per imitare le periferie dei grandi centri urbani e industriali.

Soltanto grazie alle seconde e terze generazioni, a partire dagli anni ’80 e ’90, si è attivato un processo di recupero della memoria per cui anche nei molisani c’è stata una rinnovata attenzione nei confronti della tradizione, quindi il tentativo di valorizzare il proprio patrimonio archeologico, la propria tradizione culinaria, lo stile architettonico delle sue strutture.

Questo è senz’altro un passo avanti, ma non può bastare. Non basta recuperare la propria tradizione, come se la cultura fosse una ciliegina da porre sulla torta dell’economia, considerato come unico vero elemento strutturale della società. Si tratta, invece, di lavorare ad un processo di ripatrimonializzazione del territorio, il che significa condividere con le popolazioni delle aree marginalizzate la consapevolezza dell’importanza di costruire un nuovo patrimonio territoriale, che fondamentalmente è un patrimonio culturale, ridefinito però alla luce delle necessità del presente e del futuro. Occorre, in definitiva, pensare ad un nuovo modello di sviluppo per le aree interne che sia diverso da quello che le ha condannate alla marginalità. Più che dirci che abbiamo dei tesori inestimabili, si tratta di capire non solo come tutelarli, ma anche cosa valorizzare del passato e cosa immettervi di nuovo per guadagnare una nuova identità del territorio e dei suoi abitanti, una nuova consapevolezza che è fatta anche dalla capacità di trasformare il territorio in nome del recupero dell’agricoltura multifunzionale, del turismo sostenibile, etc…

Il presupposto – ha concluso Gino Massullo – della rigenerazione territoriale è dunque il cambiamento culturale di cui dovranno essere protagoniste le comunità.

Rossano Pazzagli, co-direttore di Glocale nonché direttore di ARIA, ha iniziato il suo intervento notando che “l’Italia sta scendendo a valle”, riferendosi evidentemente allo spopolamento che colpisce le aree interne. Non per colpa del destino, ma come risultato di un modello di sviluppo che ha concentrato l’attenzione sui poli urbani, costieri e pianeggianti trascurando invece la maggior parte del suo territorio. Abbiamo dimenticato – ha detto Pazzagli – la maggior parte del territorio e abbiamo torturato quei poli in cui ci siamo concentrati. Da una parte quindi il problema dell’abbandono, dall’altra i problemi della congestione, del traffico, dell’inquinamento, dello stress. Un capolavoro. Un modello di sviluppo che ha fatto due danni in un colpo solo.

Da questa considerazione, secondo il docente dell’Unimol, scaturisce la necessità di un ripensamento, la necessità di sperimentare sentieri nuovi. Esperimento che non potrà avvenire laddove il modello industrialista del novecento si è affermato in maniera più matura, quanto piuttosto nei luoghi dove c’è rimasto spazio, dove c’è ancora terra.

La tesi del direttore di ARIA è che se ci sono state fasi storiche in cui le zone interne (come testimoniano i siti archeologici, i monumenti antichi e medievali) sono state all’apice, vuol dire che possono tornare in auge. Del resto, si stanno moltiplicando le iniziative che rafforzano questa idea della necessità di un ripensamento complessivo del modello di sviluppo.

Pazzagli ha concluso il suo intervento sottolineando il fatto che l’abbandono non è stato solo un fenomeno fisico, ma anche morale. Restare è stato a lungo percepito come una sconfitta al contrario di quanto afferma Vito Teti che ha coniato il termine “restanza” per indicare un sentimento nuovo.

Bisogna dunque, oltre agli aspetti materiali, curare i sentimenti, sostituire alla sfiducia la consapevolezza di quello che abbiamo, ribaltando così il metro usato dal modello dominante che misura queste aree per quello che non c’è piuttosto che per la presenza.

Questa dunque è la ratio del ciclo di incontri appena iniziato, riscoprire ciò che costituisce il nostro patrimonio territoriale. Ad esempio si può ripartire dai paesi e dai collegamenti tra i paesi.

Certamente sarà necessario segnare una forte discontinuità rispetto al modello già utilizzato al passato di portare qui cose non c’entrano niente come ha recentemente ha suggerito il nostro presidente della Regione Donato Toma il quale ha auspicato l’arrivo di aziende capaci di occupare centinaia di persone. Una ricetta che ripercorre l’errore dei nuclei industriali degli anni ’70 che hanno consumato il territorio per poi abbandonarlo. Le aree interne – ha concluso Pazzagli – non devono adottare il modello che le ha marginalizzate.

Per introdurre l’evento clou della serata, la proiezione del documentario “Vado verso dove vengo”, è intervenuto il regista Nicola Ragone che si è detto felice di essere stato invitato per la prima volta in Molise e ha sottolineato l’importanza di partire dalle aree interne per ristrutturare una strategia culturale che possa cambiare il modello in cui siamo stati costretti finora.

Vado Verso Dove Vengo – si legge nella descrizione degli autori – è un documentario e una video-installazione ideati nell’ambito del progetto Storylines -the Lucanian ways, co-prodotto dall’associazione Youth Europe Service, Fondazione Matera -Basilicata 2019 e Lucana Film Commission e sono stati inseriti nel cartellone culturale di Matera per il 2019.

L’obiettivo principale è, dunque, quello di interrogare e far riflettere, sull’impatto che l’emigrazione e lo spopolamento hanno generato e continuano a generare nei luoghi marginali d’Italia e contestualmente evidenziare la capacità di resilienza e di elaborazione di nuove soluzioni e progetti di ritorno.

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