La teoria del 2084

zingaretti

di Giovanni Petta

Necessità dell’abolizione della privacy

Le maratone televisive per seguire la formazione del nuovo governo hanno evidenziato un problema serio e fondamentale: quello dell’ipocrisia. Cosa si sono detti prima di andare dal Capo dello Stato? Cosa si sono detti in presenza del Capo dello Stato? Cosa hanno taciuto nelle dichiarazioni pubbliche e ufficiali alla Vetrata rispetto a quanto detto a porte chiuse? Lo streaming – come quello del 2014, tra Grillo e Renzi – in una sua evoluzione tecnologica e istituzionalizzata, potrà essere la soluzione?

Ascoltare una “versione ufficiale” invece che la verità è abitudine degli umani. Forse persino l’homo aeserniensis, per allontanarsi dalla Pineta, avrà detto alla compagna che la famiglia aveva bisogno di cibo. E la compagna avrà accettato la “versione ufficiale” del suo uomo per toglierselo dai piedi per un po’.

La “versione ufficiale” è a volte comoda. In altri casi non ci soddisfa. È innegabile, tuttavia, che impregna le nostre giornate: dal motivo del ritardo al lavoro ai rapporti con i nostri clienti, dai colloqui con gli insegnanti dei nostri figli alle relazioni tecniche che chiediamo o che ci vengono chieste, dalle cause del nostro prendere chili al perché non facciamo sport…

Così, allo stesso modo, ci ritroviamo un nuovo governo e tante “dichiarazioni ufficiali” che, a seconda delle nostre simpatie politiche, ci soddisfano, ci fanno arrabbiare o ci lasciano indifferenti. Ma la verità dov’è? Possiamo davvero farne a meno?

Il genere umano migliorerà con la diminuzione degli spazi di privacy. Lo stesso Dio – che vuole per costituzione il miglioramento del genere umano – si è sistemato “in cielo, in terra e in ogni luogo”, come fosse un sistema di telecamere di controllo in perenne funzionamento.

Le parole di Dio, se vogliamo dar credito alla protofilosofia della religione, non sono mai pronunciate a caso. E se Dio dice che sarà ovunque non lo dice certo per spaventarci. Lo dice perché vuole il nostro miglioramento.

Inoltre, se Dio è in ognuno di noi, come Lui stesso dice, il fatto che si posizioni ovunque è un modo per indicarci la strada: quando sarete in ogni luogo (voi umani che siete anche Dio), quando dunque vi osserverete sempre, in ogni momento, solo allora sarete sulla via giusta che vi porterà in Paradiso.

Ora, questo paradiso è un luogo reale. Anche per chi non crede. Per chi non crede il paradiso è qui, sulla Terra, ed è quella dimensione di spazio e di tempo in cui stiamo bene con noi stessi, non ci vergogniamo di noi stessi, ci stimiamo, siamo contenti di noi.

Il raggiungimento di tale dimensione, tuttavia, non è semplice. Se lo fosse saremmo tutti santi o, se non crediamo, tutti felici. Invece è difficile e, allora, Dio si è sistemato ovunque perché in questo modo, essendo Dio in ognuno di noi, dà ad ogni essere umano la possibilità di osservarsi sempre e rimanere sulla via che conduce al Paradiso o, per chi non crede, alla felicità.

Il problema è che, quando furono scritti i testi sacri, l’informatica non esisteva e nessun profeta si chiamava Orwell. Dunque, nessuna parabola o salmo poteva immaginare un Dio che fosse ovunque per mezzo di una web-cam.

Quasi tutti i filosofi e i cercatori di verità hanno fondato una scuola. L’hanno fatto non certo perché avevano bisogno della quota di iscrizione e della rata mensile. L’hanno fatto perché spesso l’uomo dimentica se stesso, dimentica di osservarsi, e le attività in comune e la presenza dei colleghi all’interno di una scuola stimolano il “ricordo di sé”. È più facile, all’interno di una scuola, permettere al Dio che è dentro di noi (o a noi stessi, se non crediamo) di osservarci.

L’informatica ci salverà perché, quando smetteremo di pretendere la nostra privacy, quando non avremo alcuna possibilità di nasconderci, lavoreremo continuamente al miglioramento di noi stessi. Magari, come adesso, sbaglieremo o non riusciremo a raggiungere i nostri obiettivi ma saremo giustificati dalla buonafede (visibile) che è all’origine delle nostre scelte e dal fatto che, comunque, tutti potranno vedere i nostri tentativi di riuscire.

Nessuno si scaccolerà nel bagno perché anche nel bagno sarà osservato. Nessuno più dirà al figlio: “scusa, chiudo subito… stavo inviando un messaggio importante…” perché lo schermo del suo telefonino sarà condiviso e visibile da tutti. Nessuno più preparerà ordigni esplosivi e attentati perché la sua attività sarà sempre on-line e visibile.

C’è un’esperienza ulteriore che ci toccherà vivere: quando anche i nostri pensieri saranno visibili a tutti, in tempo reale, saremo costretti a lavorare continuamente sulla nostra mente per indirizzarla a oggetti di riflessione positivi. Saremo finalmente capaci, tutti, di meditare e di indirizzare la nostra attenzione verso cose belle e virtuose.

Se anche i nostri sogni, infine, saranno proiettati e visibili a tutti, mentre noi dormiamo, ci impegneremo nel corso della giornata ad evitare di sognare cose che, al risveglio, potrebbero farci sentire in imbarazzo.

La tecnologia, insomma, ci costringerà a un miglioramento che sarà, finalmente, non più solo formale ma autentito, vero. Sarà come andare nudi in una spiaggia di nudisti. Dopo l’imbarazzo iniziale, tutto sarà naturale. E, a quel punto, ci sembrerà inutile la privacy così come i vestiti in un campo di nudisti. Liberi e felici senza alcun nascondimento. Non era forse così nel paradiso terrestre?

Giovanni Petta17 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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