Il Coronavirus e la seconda grande frana della globalizzazione

“La prima, quella del 2008 appunto, è dipesa dall’ipertrofia della finanziarizzazione; troppi titoli tossici in giro, troppi rischi non controllabili, troppa economia di carta. La seconda, quella attuale, dipende dalla diffusione di un’epidemia che sta paralizzando la circolazione di merci, persone e capitali”. L’analisi di Alessandro Volpi

Quanto lo scenario mondiale stia cambiando rapidamente è testimoniato da un dato molto significativo. Le quotazioni dell’oro, il bene rifugio per eccellenza, sono crollate in un giorno del 3% e continuano a restare molto basse, rappresentando un’anomalia rispetto a quanto accade di solito nelle crisi quando  l’oro tende invece a salire. Ciò accade perché le perdite subite dai mercati finanziari, le peggiori dalla crisi del 2008, questa volta sono così pesanti che, per coprirle, tanti operatori devono vendere i titoli legati all’oro di cui dispongono.

Solo per fornire un indicatore della tempesta in atto è sufficiente ricordare che in una settimana sono stati bruciati nelle borse mondiali oltre 6mila miliardi di dollari, una cifra pari all’intero Pil del Giappone, e che gli inevitabili rimbalzi successivi hanno una chiara natura limitata e temporanea. È evidente, dunque, che siamo davanti alla seconda grande frana della globalizzazione. La prima, quella del 2008 appunto, è dipesa dall’ipertrofia della finanziarizzazione; troppi titoli tossici in giro, troppi rischi non controllabili, troppa economia di carta.

La seconda, quella attuale, dipende dalla diffusione di un’epidemia che sta paralizzando la circolazione di merci, persone e capitali. Si tratta di una prospettiva di recessione ancora più dura della prima perché si fonda su una paura che non si limita alla comunità, pur estesissima, dei mercati finanziari come nel 2008. Ora la paura è davvero globalizzata perché corre attraverso la rete, i social, i media che arrivano ovunque e, soprattutto, non sono né governabili, né veritieri.

I titoli tossici della crisi del 2008 erano gestiti da istituzioni e da soggetti parzialmente definibili e regolabili; oggi la paura è globale e pare pertanto in grado di indurre la paralisi delle forme dell’economia contemporanea.

In queste condizioni decrescita, autarchia, protezionismo saranno effetti inevitabili, così come il ritorno alle comunità chiuse. In estrema sintesi, se la paura diventa il motore di ogni scelta, quella che ci attende non è una recessione ma un vero e proprio cambiamento di fase storica, a cui approderemo in un clima ostile e feroce.

Certo, di fronte a tutto ciò sono da scongiurare due ipotesi, che stanno circolando nel nostro Paese. La prima è quella di sostenere la necessità di un “governissimo”, di natura istituzionale, che sostituisca l’attuale esecutivo per fronteggiare l’epidemia del Coronavirus perché è davvero quanto di più incredibile si potrebbe immaginare, soprattutto ora dopo la chiusura delle scuole. Significherebbe affermare che l’Italia non sta gestendo l’emergenza, che l’emergenza è gravissima, che i danni economici saranno devastanti e che il rimedio, ad un simile disastro, dovrebbe essere un governo elettorale.

Il “governissimo” ipotizzato peraltro mette insieme, in maniera del tutto incongrua, l’idea di un gabinetto per arrivare alle elezioni che è, per sua natura, precario e privo di reali poteri, con quella, opposta, di un “governo di guerra”, impegnato nell’affrontare una minaccia gigantesca e spaventosa. In pratica siamo di fronte ad un ossimoro che sarebbe risibile se non producesse effetti nefasti per la già affossata credibilità italiana.

La seconda ipotesi da evitare -ma purtroppo già in parte posta in essere anche a causa degli obblighi parlamentari- sarebbe quella di quantificare, ora, gli effetti della recessione in termini di Pil e avanzare alla Commissione europea la richiesta di margini di flessibilità rispetto ai vincoli dei Trattati; sarebbe un errore perché è davvero troppo presto per formulare qualsiasi cifra e soprattutto perché le criticità poste in essere dall’epidemia e dalle sue psicosi imporrano una generale rivisitazione dei Trattati stessi.

I vincoli di Maastricht sono stati definiti quando l’Europa era un focolaio di inflazione, con i prezzi dell’energia che salivano e con i consumi che correvano. Il Coronavirus piomba su una situazione di già marcata deflazione, raggelando ancora di più gli scambi e i consumi per rianimare i quali, oltre alle politiche monetarie iperespansive -la cui efficacia sta restringendosi, dato il largo uso fattone- occorre, una vera e propria sospensione generale dei medesimi vincoli europei, propedeutica ad una loro riscrittura condivisa.

Le regole dell’Europa nata negli anni Novanta sono state tramortite da due crisi violentissime che le rendono ormai fuori dalla storia e che obbligano a cambiare, in modo radicale, prospettiva perché, dopo il dilagare della paura, la vera esigenza diventa quella di ricostruire la fiducia e il rigore non pare, in alcun modo, capace di avviare una nuova stagione di ripresa reale, bisognosa di enormi risorse.

In chiusura, una considerazione che lega, purtroppo, la finanza malata e la malattia reale. Stanno circolando titoli finanziari, per decine di miliardi di dollari, che hanno scommesso sullo scoppio di una pandemia. Naturalmente, quando sono stati emessi, la prospettiva di un evento di tal genere era assolutamente improbabile e dunque gli “scommettitori” finanziari hanno puntato sull’ipotesi che non ci sarebbe stata alcuna pandemia.

Ora, se l’OMS  proclamasse l’inizio della pandemia, quegli scommettitori perderebbero cifre enormi. I titoli in questione scadono però a fine marzo; è possibile immaginare che solo dopo quella data l’OMS proclamerà la pandemia (in realtà è stata proclamata l’11 marzo, ndr).

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