Densità, intensità e provocazione. Quindici anni senza Vincenzo Ucciferri

Il 16 marzo di quindici anni fa ci lasciava Vincenzo Ucciferri. E non manca solo l’uomo; manca anche l’artista.

Manca l’uomo, crudo e diretto nel riferirti il suo pensiero, attento al sociale e ai diritti. Manca l’artista sempre in cerca di nuove strade, osservatore critico e curioso insieme di ciò che la contemporaneità produceva senza sosta. Un vulcano sempre in eruzione e non solo per l’energia esplosiva della creatività.

All’interno della sua anima c’era un motore instancabile, un generatore di protesta inarrestabile, anche nelle opere più intime e solitarie, in quelle più liriche. E la protesta era contro tutto e contro tutti: contro la natura e contro la Natura, contro la politica, contro i comportamenti ipocriti dei suoi contemporanei.

Vincenzo Ucciferri al lavoro nel suo studio

Qualche mese prima della sua morte, il 7 gennaio del 2007 si era chiusa la sua ultima personale, “See me”, una mostra in cui il ribollire instancabile della sua mente e del suo corpo avevano dato la sensazione di un ammorbidimento, nel tentativo di trovare l’altro con una modalità nuova che non pretendeva ma abbracciava, che non censurava ma comprendeva e perdonava.

Tre anni dopo la sua morte tornai a visitare il suo studio e respirai di nuovo la persona scomoda e tenera attraverso gli oggetti dello spazio che aveva vissuto per tanti anni: la bandiera comunista e le conchiglie raccolte in riva del mare dalla sua compagna, “La pianta del tè” di Fossati e le palline da golf regalate da un amico, guanti di cotone che i medici prescrivevano ma che lui non usava perché “Io mi devo sporcare!”.

Fu un’esperienza emozionante perché ebbi modo di ripercorrere tutta la sua carriera artistica e di ricordare le mostre che avevo visitato a partire dal realismo figurativo dell’inizio e poi, via via, tutte le esperienze successive che Giovambattista Faralli – critico attento a tutta la produzione di Ucciferri – descrive con la sua solita puntualità: “l’esperimento astratto, un certo impressionismo surreale, il ritorno a un mimetismo di tipo pop”. E, poi, c’è tutta la parte finale della sua produzione, quella dei codici a barre che, evidentemente, lo avevano ossessionato più dell’impressionismo surreale di cui parlava Faralli, e che oggi, così come l’artista aveva immaginato, sono parte integrante della nostra vita e, persino, della nostra identità più intima e personale. E, infine, l’orizzontalità di “See me”.

Per descrivere Vincenzo Ucciferri a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo, bisogna ricorrere ancora a Giovambattista Faralli: “Se c’è qualcuno in questo lembo di provincia che ha scommesso tutta la sua esistenza sulla propria vocazione di artista, infrangendo schemi e luoghi comuni, camminando col suo laborioso bastone su percorsi difficili, rifiutando la normalità, la regola comune, il facile adattamento, l’integrazione, costui è stato Vincenzo Ucciferri”.

Ucciferri, nato ad Isernia nel 1953, aveva frequentato l’istituto d’arte “Manuppella” di Isernia e si era poi iscritto all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Successivamente, trasferitosi a Napoli, si era diplomato sotto la guida di Armando De Stefano. La sua prima mostra risale al 1972. Da allora le sue opere sono state esposte ininterrottamente in Italia e all’estero, in centinaia di mostre personali o collettive.

«Tutto per me è muto, tranne la tela che a tratti interloquisce meco e conforta la mia in comunicante solitudine». Così Ucciferri provava a descriversi e coglieva, in questo modo, quella frammentarietà della comunicazione tra sé e il mondo che era caratteristica peculiare della sua poetica e che forse può essere osservata nell’opera nell’intermittenza dell’uso del nero che a volte è presente in maniera totalizzante e in altri periodi viene allontanato dalle tele quasi fosse un nemico terribile contro cui combattere.

Beccafumi per la luce, a volte persino Luca Signorelli del duomo di Orvieto, ma anche De Chirico per alcune solitudini siderali e metafisiche, protagoniste, in Ucciferri, di una provocazione stanca ma efficacissima nell’anticipare certe “malattie” politiche che abbiamo vissuto successivamente e che ancora viviamo; per vaticinare quella malvagità inspiegabile e innata dell’essere umano che ancora oggi sentiamo dolorosamente sulla nostra pelle. Non siamo forse spettatori, nel 2022, di una guerra sul territorio europeo?

Vincenzo Ucciferri nel 2004

Il punto d’arrivo della sua opera, tuttavia, rimangono gli orizzonti glaciali delle ultime opere. Tele in cui la figura umana non compare più. Piani di colore in cui i corpi – proprio quei corpi che Ucciferri aveva amato e da cui era stato artisticamente ossessionato – mancano. L’incomunicabilità già presente nelle opere del secolo che si era appena concluso, quell’incomunicabilità tipica del Novecento, diventava, nel nuovo millennio, qualcosa di ancora più intenso e definitivo: una incomunicabilità che colpiva non solo gli esseri umani ma, persino, gli oggetti e gli elementi della natura. Forse ancora un presentimento e la visione profetica dell’allontanamento ulteriore che il digitale ha prodotto nelle nostre esistenze.

Nel quindicesimo anniversario della sua morte, sentiamo fortemente la necessità di parlare di queste cose, dei temi sempre presenti in questi dipinti; sentiamo il bisogno di essere stimolati a una riflessione scomoda, a volte persino dolorosa, che le opere di Vincenzo Ucciferri ha sempre provocato. Provocato in tutti i sensi.

Giovanni Petta62 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017), «Cinque» (2017) e «Terra» (2021) ; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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