La teoria delle barzellette che non fanno ridere

Non avevamo ancora dimenticato le barzellette del premier Berlusconi che, nel bel mezzo della crisi che stiamo vivendo, è arrivata quella del premier Draghi.

E mentre quelle di Berlusconi non facevano ridere perché sapevano della non accettazione dell’impotenza senile, quella di Draghi non fa ridere perché sa di consapevolezza della propria impotenza politica.

A ottobre, infatti, avremo circa quindici milioni di poveri. Oggi sono cinque milioni le persone che vivono in povertà assoluta, cioè con due euro al giorno, e sette milioni quelli che vivono in povertà relativa. Si stima che a loro, nei prossimi mesi, si aggiungeranno altri tre milioni di poveri. Si tenga presente – è importante – che quando si parla di poveri, oggi, non si deve pensare al barbone, al clochard a cui siamo abituati. Di questi poveri fanno parte anche i laureati che, di sera, portano le pizze in bicicletta a chi le ha ordinate.

La barzelletta di Draghi, dunque, non fa ridere. Non fa ridere non solo perché richiede la risata partendo da una situazione di malattia grave. Non fa ridere perché cerca di nascondere l’impotenza: la consapevolezza di non aver fatto nulla di diverso dai predecessori nonostante i poteri assoluti ricevuti dal presidente della Repubblica e dal Parlamento.

A chi non avesse avuto la “fortuna” di ascoltarla, diciamo che la barzelletta raccontava di un paziente in procinto di subire un trapianto di cuore. A lui viene chiesto di scegliere tra il cuore di un venticinquenne e quello di un banchiere di ottantasei anni. Il malato sceglie il cuore del banchiere, nonostante l’età, perché, dice, è un cuore che non è mai stato usato.

Questo è il nostro destino. Ascoltare barzellette di questo genere, mentre fatichiamo a pagare bollette, mentre subiamo un’assistenza sanitaria pessima, mentre usufruiamo di servizi pessimi. Questo è il nostro destino.

E chi è che, tramite lo strumento della barzelletta, viene a dirci che i banchieri – cioè la forza politica più importante degli ultimi trent’anni – non hanno cuore e decidono seguendo la legge del profitto? Viene a dircelo Mario Draghi: Governatore della Banca d’Italia, membro del Gruppo dei Trenta, presidente della Banca Centrale Europea.

Ma cosa voleva dirci con quella barzelletta? Mah… Le menti di questi personaggi diventano sempre più insondabili, capaci di una illogicità sorprendente. Forse voleva dirci – se analizziamo letteralmente ciò che ha pronunciato con sorriso impreciso – che i banchieri e i politici, gli uomini che decidono insomma, non usano mai il cuore? O, forse, voleva ribadire che il cuore non va mai usato nelle questioni politiche? Boh… chissà quale messaggio esoterico voleva farci arrivare…

Tuttavia, a questo nuovo adepto del club dei barzellettieri-politici italiani va ricordato

– che le teorie partorite dal cuore di Greta Thunberg, presa in giro da politici e banchieri, è ora nelle programmazioni di tutti i governi del mondo, anche del suo. E che se non le lasciasse lì, in bella vista, non riceverebbe i soldi del Pnrr;

– che le azioni fuoriuscite dal cuore di Gino Strada hanno salvato venticinque milioni di feriti di guerra; feriti dalle guerre volute da persone molto simili al banchiere della sua barzelletta;

– che la fotografia mostrata pochi giorni fa dall’ottantenne Biden era già stata mostrata all’umanità da filosofi e poeti (non ultimo Battiato) senza bisogno di altro strumento telescopico se non il cuore.

E potremmo continuare così, con innumerevoli altri esempi del genere. Ci fermiamo per non infierire sugli anziani, su noi stessi.

Ma cosa avrebbe dovuto fare il paziente della barzelletta? Avrebbe dovuto scegliere il cuore del venticinquenne. E non soltanto perché avrebbe avuto maggiori possibilità di sopravvivenza. Avrebbe dovuto farlo soprattutto perché quel cuore non avrebbe portato all’interno del suo corpo lo squallore umano che le generazioni mature hanno profuso a piene mani nei comportamenti e nelle decisioni politiche che hanno caratterizzato la seconda metà del Novecento e i primi decenni del secolo che stiamo vivendo. Quell’idea di profitto e sopraffazione, competizione senza solidarietà, squallore umano appunto, che lasciamo in eredità ai giovani. E abbiamo persino il coraggio di scherzarci su.

Giovanni Petta67 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017), «Cinque» (2017) e «Terra» (2021) ; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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