Classico e Ribelle – Intervista con Giovanni Allevi

Giovanni Allevi

Le strade di Barcellona sono spolverate dalle ultime folate di brezza estiva, ottobre è oltre la metà e si accinge a finire, il cielo è sempre grande sulla città ma va via prima portandosi lontano qualche ora di luce, l’autunno bussa alle porte facendo volare le prime foglie secche sulle strade calpestate da eterni turisti.

E’ in uno di questi pomeriggi di passaggio che nella storica sede della Casa degli Italiani, a poca distanza da Piazza Catalunya, Giovanni Allevi con un pianoforte e la sua personalità, racconta un po’ di sé. L’occasione è la presentazione del suo ultimo libro “Classico Ribelle” e il concerto da tenere l’indomani. Sarà un successo, in entrambi i casi. Il pianista si dona al pubblico senza calcoli raccontando la sua storia con parole e con esecuzioni. Lo farà anche il giorno dopo, al teatro. Incontrarlo in Spagna, in una tappa della sua tournè mondiale ha un sapore diverso, diventa un momento artistico, affettivo, culturale e soddisfacente. E’ un inno alla vita e all’autostima quella che Allevi trasmette ai tanti giovani presenti in sala, molti dei quali probabilmente avevano attraversato Barcellona qualche giorno prima cercando di reclamare con gli Indignados un mondo migliore. Prendersi o riprendersi il diritto di vivere e di sognare, volare alto. E in questo la musica, la filosofia, su canali di semplicità e immediatezza sono davvero le armi non cruente di tutti quelli che vogliono ribellarsi. E con il “classico ribelle” c’è subito sintonia. Allevi si è dimostrato immediatamente disponibile a dialogare per i lettori de Il Bene Comune e per questo lo ringraziamo e incrociamo le nostre domande e le sue risposte.

Classico ribelle, o anche classico e ribelle, sono termini che possono spiegare e sintetizzare sia la tua musica che la tua personalità?

Come compositore, nel corso di questi ultimi quindici anni, ho fortemente voluto che la musica tornasse ad avere il volto di questo nostro tempo, sicuramente inquieto, ma ricco di dolcezza e slancio. Questo è un messaggio di ribellione nei confronti di quel sistema accademico rivolto esclusivamente al passato. Forse sono riuscito nel mio intento, nonostante abbia un carattere molto timido e delicato.

A  Barcellona, alla Casa degli Italiani, in occasione della presentazione del tuo libro, il giorno prima del concerto,  hai chiesto di iniziare suonando il piano, la stanza si è riempita immediatamente di un’atmosfera serena e tutti sembravano più a loro agio, è anche questa la forza della musica?

Direi che è la forza delle persone che erano presenti. Non c’è nessuna differenza tra la mia musica e l’anima di chi decide di accoglierla.

Spesso parli di quanto per te siano fondamentali la musica ovviamente e la filosofia. Per come ne parli ho la percezione netta che siano una “compagnia” quotidiana, in che rapporto sono tra loro?

Grazie alla Filosofia ho potuto mettere a fuoco la mia piccola rivoluzione “musicologica” (la Classicità come forma, lo Spirito del Tempo sempre nuovo, lo statuto ontologico della musica). E’ possibile che le mie idee facciano fatica ad essere accolte, ma per me è molto importante essere riuscito ad esprimerle.

Quando si parla di Allevi, del percorso musicale e dell’opera, spesso si deve far cenno anche ad alcune polemiche che i “poteri forti” del mondo accademico musicale in qualche modo muovono nei tuoi confronti.  Senza ripercorrerne tutte le tappe, mi piacerebbe che spiegassi sinteticamente ai nostri lettori la tua funzione di rottura rispetto a quella che negli anni Sessanta fu invece l’opera “eversiva” di musicisti come Berio, Stockhausen e simili, che poi sono stati assorbiti e accettati dalle istituzioni musicali.

Effettivamente è molto semplice. Come Berio e Stockhausen si ribellavano al romanticismo creando una frattura nel linguaggio, allo stesso modo io oggi mi ribello a loro, che sono diventati l’Accademia. Voglio ricomporre quella frattura, afferrare di nuovo quel collegamento con la tradizione e fare in modo che la musica torni ad inseguire la bellezza. Forse è possibile che un giorno verrò compreso, che il mio desiderio venga almeno riconosciuto come legittimo. Ma tengo a precisare che il mondo accademico è spaccato, e non schierato contro di me in modo compatto: sono molti gli insegnanti di conservatorio che hanno introdotto la mia musica nei programmi di studio, ed altri giovani compositori hanno compreso che la via della rottura del linguaggio è un vicolo cieco.

Giovanni Allevi piano

Joy, l’album che ti ha fatto conoscere al grande pubblico,  è stato un evento in più direzioni, aveva un portato emozionale importante, ha aperto parte delle nuove generazioni alla musica classica contemporanea, e creato un rapporto diretto con il pubblico, in qualche modo davvero gioioso, come hai vissuto quel periodo, dopo gli anni di studio e sacrifici?

Esattamente come adesso: con grande senso di responsabilità ed entusiasmo.

Per te il pubblico, le persone non sono mai un numero, questo cambia immediatamente l’approccio, anche ai concerti, è parte della creazione di un’atmosfera serena, in qualche modo si sceglie anche che persone essere, è un fatto, come dire, filosofico?

Tra i miei desideri c’è quello di portare l’ascoltatore sullo stesso piano del compositore e dell’esecutore. Questo crea un problema tra i sostenitori di un concetto elitario della musica, che vedono così demolita una loro presunta superiorità culturale. Ma io sono arrivato a questa convinzione dopo anni di concerti in tutto il mondo: è nell’ascoltatore che si realizza l’opera d’arte!

L’esperienza dell’arena di Verona rivela un Allevi forse diverso per chi non ti conosce a fondo, compositore, direttore d’orchestra, come hai cercato, realizzato e vissuto quel periodo?

Alle spalle di quel concerto ci sono gli anni di studio accademico durissimo della composizione, e la realizzazione delle mie partiture sinfoniche. Ma col senno del poi lo considero il coronamento della storia d’amore folle che mi lega al mio pubblico.

Chiudiamo con qualche curiosità: oltre il pianoforte, che strumento ti piace suonare?

L’Ottavino.

Potendo viaggiare nel tempo, in che luogo o che personaggio andresti a conoscere?

Certo, un giretto nel futuro, intorno al 2150 me lo farei. Magari trovo un conservatorio intitolato a me!

Qualche nome di gruppo rock che ascolti?

Mi sono imbattuto per caso nei Led Zeppelin in radio e pur non essendo un assiduo ascoltatore di Rock, ho capito pienamente il motivo per cui abbiano scavalcato il tempo.

Un libro da consigliare?

“Norvegian wood” di Murakami Haruki.

A parte Ascoli,  una città che ami?

Più che una città è un luogo: una gola nel deserto roccioso dell’Egitto vicino alla riva del Mar Rosso. Lì ho fatto un concerto con l’Orchestra de “I Virtuosi del Teatro alla Scala”. Sono tornato altre due volte in quel luogo magico, lontano da tutto e tutti, per ammirare il paesaggio del tutto privo di movimento, il suo silenzio irreale ed il cielo stellato di una bellezza indescrivibile.

In questo periodo la musica sta “venendo a cercarti”?

Si, e si esprime nella forma di un Concerto per Violino e orchestra. E’ quasi finito, ne sto mettendo a punto l’orchestrazione; sono anni che ci lavoro, la sua musica mi ossessiona giorno e notte.

Ernesto Razzano7 Posts

Nato a Benevento nel 1971, ha vissuto per molti anni a Firenze, dove si è laureato in Scienze Politiche/Storia. Dopo qualche anno a Bologna ritorna a vivere a Benevento, dove insieme ai suoi soci crea il Morgana Music Club. Giornalista pubblicista scrive di musica, cinema e libri per le pagine culturali di alcuni periodici. Ha scritto e pubblicato alcuni racconti. E’ stato ideatore e curatore di programmi radio. Da qualche anno collabora stabilmente con la rivista molisana Il Bene Comune.

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