Legge elettorale regionale: superare e rovesciare il modello maggioritario e plebiscitario del “Tatarellum”

legge regionale

E’ in corso da qualche mese una discussione sulla legge elettorale regionale, che si è finora concretizzata con la presentazione, da parte di singoli esponenti politici e/o di strutture di partito, di tre proposte.

E’ senz’altro positivo che in alcune di queste proposte sia presente l’abolizione del “listino”, un vero obbrobrio giuridico, una sopravvivenza feudale, attraverso la quale il presidente “plebiscitato” promuove al rango di rappresentanti del popolo una propria corte personale. Così come è legittimo che si ponga il tema di una adeguata rappresentanza territoriale nell’ambito della massima istituzione regionale. Anche se, su questo terreno si dà piuttosto l’impressione che ciascun proponente tiri la coperta dalla propria parte, in vista di un proprio rafforzamento personale o di gruppo, che non di una adeguata riflessione sul rapporto tra Regione e Territori.

Il limite di fondo della discussione fin qui svolta consiste però, a parere del Partito della Rifondazione Comunista, nel fatto che essa si muove all’interno di una logica puramente emendativa della legge in essere (“Tatarellum”), mentre di essa va messo in discussione, strutturalmente, l’impianto. Il “Tatarellum” è figlio dell’infatuazione maggioritaria e plebiscitaria che si ebbe all’inizio degli anni ‘90 del Novecento e che, sull’onda del malcontento popolare e della deriva populista cui esso diede luogo, impose un vero e proprio “ritorno al passato”: dalla democrazia ampia ed avanzata (pur con le sue contraddizioni) figlia dell’antifascismo e del patto costituzionale, fondata sulla centralità delle assemblee elettive e sulla interlocuzione di queste con una fitta trama di corpi intermedi della società, alla riproposizione dell’impianto istituzionale dell’ italietta liberale prefascista, fondato sul notabilato di antico e nuovo conio, sulla primazia degli esecutivi e di cariche monocratiche di diretta “emanazione popolare” e (per raggiungere questi obiettivi) sull’alterazione maggioritaria del voto dei cittadini.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
1. L’elezione diretta del Presidente della Regione e la sua inamovibilità (un vero e proprio dominus ) impedisce lo svilupparsi di una libera dialettica sulle scelte politiche;
2. Proliferano i gruppi politici dalla denominazione improbale e privi di ogni visione strategica d’ insieme , con il solo scopo di conquistarsi spazi di sottogoverno;
3. I fenomeni di mala gestione si espandono, a causa della rigida subordinazione del legislativo all’esecutivo, che indebolisce le necessarie forme di controllo sull’ operato di quest’ultimo;
4. I rapporti tra l’Istituzione regionale e i cittadini si allentano, come dimostrano gli altissimi tassi di astensionismo elettorale.

Dalle considerazioni sviluppate risulta chiaro che il PRC propone un sistema elettorale proporzionale, senza premio di maggioranza e con elezione del Presidente da parte dell’assemblea.
E’ probabile che una riforma come quella da noi indicata e auspicata richieda una modifica dello Statuto regionale. Non è questo un motivo per rigettare la nostra proposta, ma per predisporre urgentemente gli strumenti giuridici per approvarla.

Silvio Arcolesse
Segretario PRC Molise

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