Il medio Biferno nel medio Molise

di Francesco Manfredi-Selvaggi

È un po’ l’arteria vitale di quest’area anche per le sue elevate valenze paesaggistiche e naturalistiche.

Pur avendo una sua riconoscibilità all’interno del territorio regionale, l’ambito interessato al passaggio della prima parte del corso del Biferno non ha un proprio nome. Di conseguenza sembra non avere un’identità definita nonostante che sia riuscito ad occupare un autonomo spazio, per così dire, nella letteratura molisana: con le opere di Eugenio e Alberto Mario Cirese, padre e figlio, di Fossalto dei quali il primo ha composto poesie su questo fiume e il secondo ha raccolto leggende popolari.

Neanche quando la regione è stata oggetto, a partire dall’ultimo dopoguerra, di suddivisione in comprensori per diverse ragioni (Consorzi di Bonifica Montane, Nuclei Industriali) non compare una denominazione sicura identificativa del contesto geografico in cui è compresa la valle mediana di questo fiume; del resto non c’è una entità amministrativa la cui delimitazione coincida con il nostro areale, il quale, quindi, non presenta specificità in materia di gestione territoriale. Forse a determinare ciò deve aver concorso il fatto che in tale zona è compreso, in maniera organica, il capoluogo regionale che sembra aver intenzione di fagocitare il suo intorno includendolo nell’Area Metropolitana di cui tanto si parla.

Campobasso, d’altro canto, per il suo ruolo di «capitale» della regione non può appartenere ad alcuna circoscrizione ristretta; per quanto riguarda la ripartizione in bacini idrografici si ha una conferma di questa non riconducibilità della città ad una definita unità territoriale trovandosi Campobasso a cavallo dei bacini del Biferno e del Fortore, un dono di ubiquità che non possiede, lo si fa notare, nessun altro centro molisano.

Non smentisce l’assenza di una chiara coscienza delle peculiarità del luogo da parte della comunità che qui vive, oltre che di incapacità di distinzione del circondario del medio Biferno come fatto a sé stante da parte di un osservatore esterno, neanche la constatazione che vi sono due Comuni che hanno l’appellativo connesso con il Biferno: Petrella Tifernina (dal latino Tifernus, Biferno) e Castellino sul Biferno. Se si considera che la maggioranza degli insediamenti posti lungo l’asta fluviale ha il nome legato al luogo (da Limosano a Ripalimosani, da Oratino (Laurentinum) a Spinete, da Pietracupa a Campobasso) non c’è da meravigliarsi nel richiamo “topografico” al Biferno di quei due abitati.

Eppure alla vallata del Biferno ci dovremmo sentire tutti particolarmente legati collocata com’è baricentricamente nel territorio regionale; è l’unico fiume per intero molisano se si escludono il Tappino e il Tammaro che non vengono considerati tali in quanto confluiscono in un’altra asta fluviale, rispettivamente il Fortore e il Volturno. Per essere, però, una precisa entità dal punto di vista politico, economico, etnico, ecc. il territorio che gravita su un corso d’acqua è evidente che necessiti che le due opposte sponde siano ben collegate fra loro.

Invece i ponti erano ben pochi, quello delle “lavandaie” sotto Limosano, quello di Castropignano lungo la strada Garibaldi per Trivento, il ponte “regio” per raggiungere Frosolone. All’epoca, 1821, della visita del futuro Francesco II il ponte della “fiumara” alla confluenza tra Rio e Biferno non c’era tanto che la carrozza reale dovette guadare l’alveo. Non riuscì invece secondo l’aneddotica a S. Casimiro (Casimirro?) convincere il traghettatore che pretendeva il pagamento ad aiutarlo ad attraversare il Biferno; il santo visto il rifiuto invocò che una frana (lanca in dialetto) portasse via con sé le case di S. Stefano, cosa che puntualmente avvenne.

Bisogna immaginare quale fosse in passato la portata del fiume quando le sorgenti ancora non erano state captate e, più in basso, quando non c’era lo sbarramento del Liscione. Il tratturo Castel di Sangro-Lucera nel momento in cui attraversa l’alveo si sdoppia in due: un ramo va a Campobasso sede di un importante mercato in occasione della transumanza e l’altro si dirige verso la taverna del Cortile, fondamentale snodo nella rete tratturale. Alla scarsa viabilità trasversale fa da contrappunto una nulla in senso longitudinale, cioè parallela all’asta fluviale per la ristrettezza del fondovalle.

Fu la Cassa del Mezzogiorno la quale perseguiva il sogno degli «assi di sviluppo» a costruire la Bifernina che trasvola con viadotti (non vi sono gallerie come nella gemella Trignina) da una riva all’altra del fiume con continuità. Questa arteria ha portato ad una inevitabile rigerarchizzazione dei tracciati viari esistenti e alla predisposizione di nuovi allacciamenti ad essa da parte dei nuclei urbani quali, il più antico, l’Ingotte, la Rivolo, la Fresilia e bretelle minori sia realizzate ex-novo (Casalciprano) sia frutto di adattamenti di percorsi stradali preesistenti (vedi Colledanchise).

Oggi la Bifernina che pure negli anni 70 era diventata un simbolo della modernizzazione della regione sta per essere superata coincidente il suo sedime con quello che dovrà occupare l’Autostrada del Molise anch’essa rispondente ad una visione che è quella di potenziare le connessioni tra Tirreno e Adriatico. In entrambe le prospettive strategiche, quella della Bifernina e quella dell’Autostrada, queste arterie sono dei semplici canali che conducono ai poli produttivi; nello svolgimento del percorso peraltro non sarebbe possibile far accadere un bel niente in quanto in questo segmento del Biferno manca una piana alluvionale.

Anche i Comuni più piccoli vogliono la loro microzona industriale e allora, pur nella ristrettezza delle superfici, se ne è fatta una a Lucito e una a Fossalto, quest’ultima però lungo una vallecola secondaria scavata dal torrente Fossaceca (toponimo molto azzeccato per una simile valle) nella quale a stento trova posto la Fossaltina. Si tratta, quelli della fascia intermedia del Biferno, di affluenti minimi che scendono rapidamente dai rilievi e entrano subito nel Biferno (l’Ingotte, il Rivolo, ecc., salvo l’appena citato Fossaceca); gli affluenti importanti stanno prima e sono il Quirino e il Rio.

Proprio l’assenza di cospicui episodi insediativi e la ricchezza di testimonianze storiche (mulini e centrali idroelettriche) rendono interessante l’ambiente fluviale spingendo negli ultimi anni ad intraprendere la pratica della canoa. Questa attività ludico-sportiva è alla portata di tanti essendo facile scendere nell’alveo non essendo incassato e potenzialmente fattibile in ogni stagione essendo il regime del fiume regolare in quanto alimentata da acque sorgive, regolarità, è da evidenziarsi, che spiega la presenza di numerosi mulini.

Francesco Manfredi Selvaggi207 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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