Noi siamo Pacman. Bandersnatch/Black Mirror

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Non è la prima volta che il cinema si confronta con il tema della “scelta”, stavolta però il tutto diventa una metafora potentissima del cinema contemporaneo.

Quello che tiene su questo episodio ponte tra la 4° e la 5° serie di Black Mirror non è tanto l’idea di marketing, cioè strutturarlo come un libro-game multimediale, in cui chi ha il telecomando in mano ha il potere di cambiare il corso degli eventi cliccando sull’opzione desiderata. Quello che salva Bandersnatch dalla banalità assoluta è un fortissimo impianto metaforico a scatole cinesi che è completamente funzionale al messaggio del film, ossia l’impossibilità di sottrarsi ad un destino scritto, l’illusione del libero arbitrio.

A metà visione, quando Stefan -il giovane programmatore protagonista dell’episodio- comincia seriamente a sentirsi vittima di un complotto ordito da un’entità superiore, il film diventa una specie di Truman Show che rompe la quarta parete e la sospensione d’incredulità in maniera radicale, come mai prima d’ora. La verità arriva dallo schermo nero (manco a dirlo) di un PC. E’ da lì che Stefan scopre, in pieno burn-out da lavoro, che questa sorta di “Venom virtuale” che sembra muovergli letteralmente le mani e che lo sta lentamente trasformando in un mostro come il suo idolo letterario, viene dal 21° secolo e si chiama Netflix. In altre parole, siamo noi.

La scoperta ha tutta una serie di conseguenze, alcune grottesche, prima fra tutte il fatto che Stefan finisca sul lettino di una psichiatra per colpa nostra. Per la prima volta lo spettatore si ritrova nei panni di un dio sadico che gioca con la vita del protagonista da una sala monitor che compare in soggettiva ad ogni snodo di sceneggiatura. In una delle bamboline di ceramica più piccole della matrioska, invece, il deus ex-machina è Stafan, alle prese con l’universo da creare nel videogame interattivo Bandersnatch (trasposizione del romanzo). Ma il tutto può essere anche letto come metafora potentissima di un certo cinema commerciale contemporaneo, in cui il pubblico e la rete la fanno da padroni, scegliendo e addirittura a volte creando i contenuti audiovisivi.

Il resto può essere riassunto come “Gli anni ’80 in chiave Black Mirror”. Se dovessimo trovare una sintesi estrema a questa interminabile ora e trentatrè minuti di visione potrebbe essere questa, anche se il concetto di sintesi non si sposa bene con un esperimento che fa della dilatazione temporale e del “what if” la propria ragione d’essere. Se siete dei fans della prima ora e avete ancora nel cuore cose come San Junipero vi verrà da chiedere: “E allora? Tutto qui?” Ecco, il punto è proprio questo e sarà la dannazione dei Black Mirror a venire. Concludendo, Bandersnatch è un prodotto molto valido che nasce da radici cinematografiche fin troppo evidenti, che mette qua e là easter eggs e chicche in 8 bit per i nerd degli anni ’80, che cita chiaramente i testi sacri della letteratura distopica (1984 di Orwell, Le porte della percezione di Huxley) arrivando a trovare degli arditi parallelismi con i classici del divertimento videoludico da fare invidia al primo Tarantino, leggasi P.A.C. MAN.

Roba mainstream, vendibile, al passo coi tempi ma qui sembra davvero di trovarsi di fronte ad un prodotto di intrattenimento puro che, di per sé, non è un male ma ci allontana dal tratto distintivo del primo Black Mirror, ossia riuscire a raccontare i giorni nostri, le nostre paranoie digitali, gli interrogativi etici, attraverso delle raffinate (perché splendidamente inserite nel contesto) falle hi-tech all’interno di un futuro asettico molto prossimo a noi. E’ la prova definitiva di quanto Black Mirror non sia più- e da tempo- Black Mirror ma abbia fagocitato tanto cinema moderno e contemporaneo, anche in termini di regia e fotografia.

Per alcuni sarà una genialata, per altri un ottimo prodotto ma nulla di rivoluzionario, per altri ancora il punto più alto di un’insopportabile autoreferenzialità di casa Netflix e di Black Mirror in particolare (il poster di Metal Hedd, il videogame Caduta Libera ecc.).
Si tratta di scelta, anche qui.

Giuseppe Piacente2 Posts

Nato a Isernia (IS) nel 1980. Si è trasferito a Roma molto più tardi, laureato in Scienze della Comunicazione, “masterizzato" in Scrittura creativa, ha ricevuto il tesserino da Giornalista pubblicista nel lontano 2008. Ha scritto, redatto, corretto, intervistato, editato, indicizzato e continua ancora a fare tutte queste cose. Vive tra Molise, Lazio e World Wide Web. Il suo blog di cinema: copyisteria.altervista.org

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