Piccole immagini di raso bianco

Per l’editore Rubbettino Manuela Petescia, la direttrice della più diffusa emittente televisiva della nostra regione, ha dato alle stampe un romanzo al quale lavorava da quasi un decennio. Giovanni Mascia ce ne ha inviato una recensione che s’inquadra nel dibattito mai aperto davvero sulla natura, la qualità e la funzione della letteratura molisana contemporanea. L’articolo, che riportiamo integralmente, è pubblicato sul numero cartaceo di febbraio della nostra rivista.

di Giovanni Mascia

È una felice sorpresa Piccole immagini di raso bianco, il romanzo di Manuela Petescia apparso all’improvviso – ossia senza particolari annunci, a cose praticamente fatte − nel reparto “alta qualità” dell’editoria nazionale, ben rappresentato da Rubbettino con il suo ricchissimo catalogo di bestseller e libri di successo.

Tutt’altra cosa, dunque, rispetto all’instant book o al prodotto di immediato consumo che ci si potrebbe aspettare da un personaggio famoso, come è senz’altro da considerare Manuela Petescia, direttrice della più importante televisione regionale e di tutta la catena di media del gruppo editoriale Pallante, nonché protagonista di vicende sulle quali spesso si è appuntata l’attenzione delle cronache, a livello anche nazionale.

Un romanzo dalla lunga gestazione, in effetti già completato nel 2010 ma che, solo dopo il risolversi di quelle vicende, ha visto finalmente la luce, in un contesto favorevole per le lettere molisane che, dopo oltre sessant’anni dai favolosi Anni Cinquanta del secolo scorso, gli anni di Jovine, Rimanelli, Incoronato e Del Vecchio, stanno finalmente riguadagnando la ribalta nazionale.

A riannodare le fila con le vicende imperniate su personaggi che nella repubblica delle patrie lettere hanno avuto piena cittadinanza, pur se si aggiravano tra le vie e le piazze di Morutri, Morunni, Casacalenda, o a ridosso di monumenti medievali come la chiesa di Canneto, ci ha pensato Valentina Farinaccio, quando tre anni fa, ha esordito e si è affermata niente di meno che alla Mondadori con il romanzo La strada del ritorno è sempre più corta, libro che ha dato visibilità anche a Campobasso, anzi alla “provincialissima Campobasso”, con le sue “leggi ancestrali”, come è precisato nel risvolto di copertina. La Campobasso delle canzoni di Benito Faraone, per intenderci, capoluogo del Molise, “terra di mozzarella e pecore, di maiali e cavatelli, di funghi e tartufi, di campane, chiese, e donne chiatte”.

In precedenza era accaduto anche a Pier Paolo Giannubilo di ambientare a Campobasso il romanzo Lo sguardo impuro (Meridiano Zero, 2014), addirittura al tempo del terremoto che nel 2002 aveva provocato la morte di 27 scolari della scuola Jovine di San Giuliano di Puglia. Ma nel romanzo nero di Giannubilo, Campobasso è un puro riferimento geografico: il liceo cittadino e la piscina comunale, scrostati di ogni loro tipicità, di ogni possibile patina di campanile, appaiono come fondali di un teatro dove si muovono i personaggi-attori che non hanno abitudini e abiti mentali campobassani né tantomeno molisani, imbevuti come sono, loro come tutti, di sapienza televisiva spiegata su orizzonti internettiani. In queste ore Pier Paolo Giannubilo ha annunciato il grande salto: il suo nuovo romanzo, Il Risolutore, pubblicato da Rizzoli sarà in tutte le librerie italiane dal prossimo 29 gennaio. E staremo a vedere.

Dal canto suo, Manuela Petescia non sembra essersi preoccupata di dare un ambientazione riconoscibile al suo romanzo, il cui percorso narrativo, a dispetto del titolo, non porta nel mondo incantato di un romanzo rosa, scritto da una donna per un pubblico femminile. Le piccole immagini di raso bianco non hanno niente a che vedere con i fiocchi e le trine, né con i sospiri e i sogni di giovanette romantiche. Sono i simboli di una prova letteraria estremamente seria, condotta con l’attenzione e il rigore di una scrittrice autentica.

A partire, s’intende, dal linguaggio, ora tenue e rarefatto, ora profondamente lirico (“le vedo passare davanti, pulsare nel buio come le ultime lucciole di una stagione in declino per poi cadere di schianto, gocce d’acqua che si fondono con le lenzuola di raso bianco”), ma sempre asciutto e controllato, funzionale alla narrazione o alla caratterizzazione dei personaggi con quello spessore che è, probabilmente, una delle qualità migliori del romanzo, ricco di figure poste in rilievo con tratti nitidi e decisi, su uno sfondo che, al contrario, resta indistinto.

Nel romanzo, infatti, non sono descritti paesaggi, ambienti, panorami (l’unico viale alberato ha qualcosa di fatale). Tantomeno vi si trovano rimandi a eventi di cronaca o di vita tradizionale che permettono di sovrapporre la trama del racconto al reticolato stradale di una città o al tessuto orografico di una regione in particolare. Anche se affiorano da un passato non ancora perduto nel tempo, le immagini raccapriccianti del rituale contadino dell’uccisione del maiale, fissato in dettagli addirittura stomachevoli, perdono qualsiasi concreto aggancio territoriale, e spoglie di ogni suggestione e consolazione elegiaca, possono essere riconosciute da tutti e ovunque nella loro universalità.

Sono immagini di morte e di un destino di morte. “Ho scannato il maiale e mi ricorderò di lui mentre muoio”, confessa il protagonista, che si rivede, bambino di quattro anni, a “mantenergli la coda mentre l’ammazzano e a cercare “disperatamente un motivo perché quella sofferenza sia meritata”. Il racconto si muove secondo uno stile cinematografico nell’alternarsi dei piani e delle inquadrature, flashback e rapidi rientri, ribollire di memorie e ben congegnati colpi di scena, geometrie che sembrano già pronte a tradursi in immagini e sequenze, magari con le atmosfere e le tonalità cromatiche annunciate dallo spot televisivo – il booktrailer, per usare un altro inevitabile anglicismo − che ha accompagnato l’uscita del romanzo.

E il linguaggio non ha timore di farsi crudo, come abbiamo visto, o scabroso, quando deve aderire – mimeticamente – alla natura torbida o grottesca delle situazioni, trattandosi di un racconto che dopo tutto parte, in modo esplicito, da una volontà di possesso fisico, carnale, apertamente dichiarata (“fare sesso senza alcun coinvolgimento emotivo e umiliare una donna come non sarei capace di farlo mai se fosse la mia”), per poi evolversi in altre direzioni, ed esplorare orizzonti assai più vasti e impegnativi: la famiglia, il matrimonio, la professione, il perbenismo ipocrita e amorale di una realtà “socialmente camuffata” e, più in profondità, i sentimenti, le paure e le perversioni della psiche umana, freddamente catalogate – in certi casi limite – nella galleria dei pazienti del protagonista, affermato psichiatra e docente universitario. Materia sottile e complessa, trattata dall’autrice con straordinaria competenza, quasi con familiarità, e un tocco satirico che dona alla narrazione un gradevole senso di freschezza.

L’autrice tocca i nervi scoperti di quest’epoca, anche i più dolorosi (le molestie, lo stupro, l’omosessualità, la pedofilia), con intelligenza e sincerità, e il coraggio che proviene da una forte e sperimentata fiducia nelle proprie tesi, o in quella che si può definire, senza mezzi termini, la propria filosofia, la propria visione del mondo, lo sguardo superiore, la vista d’aquila del letterato vero, osservatore – anche spietato – di una realtà ingrata, segnata dalla malattia e dalla morte.

Temi, anche questi, che l’autrice affronta senza timori, né pudori o reticenze, come si spiega nelle utilissime note di copertina. A volte, anzi, con la precisione un po’ gelida di un referto medico; in altri casi, con il realismo scioccante, che fa letteralmente impressione, di un compiaciuto anatomopatologo. A ulteriore riprova di una ricchezza espressiva davvero fuori dal comune, e di un talento che si può senza ombra di dubbio definire autentico. Talento molisano, per chiudere il discorso dal quale siamo partiti, solo per mera circostanza casuale e anagrafica, giacché di molisano Manuela Petescia non sembra aver distillato niente tra le righe del suo romanzo. O forse tutto.

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