La teoria della scuola senza valutazione

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di Giovanni Petta

L’avvio del nuovo anno scolastico coincide con la nomina del nuovo ministro dell’istruzione.

Il nuovo anno e il nuovo ministro si troveranno a navigare in un mare di scarsa scientificità e, soprattutto, di scarsa umanità.

Rimandando al futuro una riflessione sulla natura anticostituzionale di alcune pratiche del nostro ordinamento scolastico (il numero chiuso all’università, per esempio, o il costringere fuori dall’aula, fino all’ora successiva, gli studenti che arrivano in ritardo), c’è da rilevare il fatto che, in questo momento, i docenti sono impegnati in riunioni di dipartimento che hanno l’obiettivo di rendere “sempre più scientifici e omogenei” gli strumenti di valutazione del lavoro degli studenti.

Più che per rendere scientifici tali strumenti, però, le energie dei docenti vengono spese per convincere loro stessi di detta scientificità.

Le griglie di valutazione o di osservazione, utilizzate non più solo per le singole prove di verifica ma anche per le valutazioni finali di un intero corso di studi, diventano sempre più puntuali e precise. Ma, proprio per questo, più false.

Gli studenti hanno un’anima e un corpo, hanno una famiglia, hanno un ambiente in cui vivono e lavorano… Applicare gli stessi standard di valutazione a un’intera classe o, addirittura, a un insieme di classi parallele diventa l’obiettivo per cui vengono spese ore e ore di riunioni di dipartimento. È come se, all’Enea, gli scienziati venissero chiamati e pagati per trovare il modo di rendere sempre più precisa una bilancia con cui valutare la bontà di una mela. Senza tener conto del profumo, del sapore, del colore della mela stessa.

Alcuni dirigenti, in apertura di anno scolastico, hanno invitato i loro docenti a incontri sull’importanza delle emozioni nel processo di valutazione di uno studente invece che puntare su lunghe riunioni di dipartimento in cui discutere le migliori pratiche standardizzate di valutazione. Qualcosa si muove, dunque, ma sono solo piccoli episodi.

Applicare una griglia a una prova di verifica non è un lavoro da docenti. Qualsiasi genitore può farlo, rifacendosi alle sue conoscenze personali o facendo riferimento al libro di testo in uso nella classe del figlio.

Il docente è altra cosa. Il docente conosce i suoi allievi, percepisce difficoltà e desideri, ansie e curiosità personali… Su questo materiale (che poi sarebbe il risultato di un vero test d’ingresso) costruisce un percorso e guida, stando accanto, il cammino.

Invece, ragazzi diversissimi, con percorsi di studio e di vita altrettanto diversi, vengono sottoposti a prove di verifica standard che rilevano conoscenze di misere nozioni e competenze che non hanno alcuna relazione con l’anima di quel ragazzo, con il suo progetto di vita, con la cultura insomma. E, ancora di più, non hanno alcuna relazione con la riuscita del percorso di formazione o con la felicità.

Parte un nuovo anno scolastico con griglie forzatamente condivise che non daranno valutazioni oggettive, con riunioni in cui si cercherà di “mettere a posto” le carte per arginare gli eventuali ricorsi dei genitori, con insegnanti chiusi in aula a fare un lavoro tutto personale (strepitosa libertà ancora concessa) e poi portare gli studenti, un paio di volte all’anno, all’ammasso delle prove comuni. Con l’emozione finale, tutta da viversi, del confronto tra scuola italiana e scuola norvegese, tra i risultati degli studenti del liceo di Reggio Calabria e i risultati degli studenti del liceo di Lodi, tra i voti degli studenti della propria classe e i voti degli studenti del collega dello stesso istituto. Tutto scientificamente ottenuto somministrando la stessa prova…

Quanto sarebbe meglio se i docenti fossero esonerati dalla valutazione! Sarebbero liberi di seguire i propri allievi senza doverli accorpare in gruppi collegati a numeri (quelli del 5, quelli del 6…)… ragazzi diversi con lo stesso numero sulla maglietta… che tristezza!

I giovani seguirebbero le proposte dei loro insegnanti per piacere, per passione o per utilità, qualora volessero già pensare con spirito positivo al proprio futuro e alla formazione della propria professionalità e della propria persona. Oppure, rimanderebbero all’anno successivo lo sfruttamento dell’opportunità offerta dalla scuola. Consapevolmente o inconsapevolmente, deciderebbero da soli di rimandare all’anno successivo l’apprendimento di ciò che è necessario alla loro formazione. Senza l’umiliazione, spesso terribile e drammatica, della bocciatura.

Giovanni Petta18 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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