Borgo fortificato a protezione della taverna

A Macchia d’Isernia il borgo ha il ruolo di presidio a garanzia della sicurezza delle attività che si svolgono nella sottostante taverna. Si parlerà anche del rapporto tra castello e centro abitato

di Francesco Manfredi Selvaggi

Non si può parlare del castello di Macchia senza prima aver evidenziato la sua posizione strategica, collocato così come deve essere in altura, a controllo della strada di fondovalle che insiste su un tracciato viario di epoca romana, la Via Latina, la quale conduce a Isernia, non per niente si chiama Macchia d’Isernia, alla stessa maniera di Acquaviva pur’essa di Isernia che presidia un’altra importante arteria della provincia pentra, la Statale Istonia. Macchia, il suo castello, sembra anche essere preposta ad assicurare la tranquillità degli scambi e degli incontri pure non di natura commerciale, non un vero e proprio mercato, che dovevano svolgersi nella Taverna posta nel fondo della vallata sempre lungo la Via Latina lì dove c’è lo svincolo per il paese. Non è certo, va detto, l’unico caso in cui taverna e centro abitato sono prossimi, vedi Cantalupo, Pettoranello e Sepino, il che pone la questione, quella classica dell’uovo e della gallina, se è precedente la taverna all’aggregato urbano o viceversa, con il secondo che sta più su a garanzia della sicurezza della prima, la strada rimane, comunque, l’elemento attrattore dell’una e dell’altro. Va notato, inoltre, che il castello in quale sta a monte dell’insediamento abitativo, cosa abbastanza scontata con poche eccezioni quali Castropignano, Riccia e Pescolanciano, è contiguo al varco di entrata al borgo, sicuramente per impedire gli accessi indesiderati o ostili all’interno dello stesso.

Non è, però, altrettanto scontato che l’ingresso in un nucleo insediativo debba avvenire dall’alto eppure succede pure altrove, prendi, ad esempio, Spinete e Tufara. Usualmente la sommità di un colle è la zona più impervia e perciò è la localizzazione privilegiata per i castelli costituendo la morfologia aspra una difesa naturale che si aggiunge alle fortificazioni per rendere inespugnabile il maniero. A Macchia così come a S. Agapito e negli altri Comuni citati un attimo fa non è così e così il percorso stradale che conduce all’insediamento antropico non si imbatte in difficoltà orografiche nel raggiungere la cima del rilievo sopra cui quell’entità urbanistica si colloca, mentre, magari, la sua parte bassa insiste su un versante scosceso scomodo per l’avvicinamento da percorrenze extraurbane. Non sarebbe lecito, sì parva licet componere magnis, confrontare la situazione di Campobasso con quella di Macchia e, però, lo facciamo lo stesso: nel capoluogo regionale le porte urbiche, ben sei, stanno nel piano, adiacenti all’area dove si svilupperà il Borgo Murattiano mentre il feudatario è arroccato sul culmine della Collina Monforte. Il castello del Conte Cola, si avverte ora stiamo per istituire un raffronto in relazione ad un ulteriore tema, è isolato dall’aggregato edilizio e ciò è quanto succede pure a Longano, Roccamandolfi, Boiano (Civita Superiore) e via di seguito, al contrario di Macchia dove esso è a contatto stretto con il centro storico. Tale contiguità, va da sé, non è affatto inusuale, è solo che qui il castello non partecipa della forma urbis presentandosi per un consistente pezzo del suo perimetro nel verso rivolto all’agglomerato come una semplice muraglia, un muro informe senza partecipare alla definizione di spazi cittadini architettonicamente definiti; il palazzotto Lemme che è un manufatto di grande dignità affaccia verso una parete del castello con tessitura dei conci irregolare, qualcosa di grezzo, niente di meno appropriato in un ambito urbanizzato decoroso, una immagine quella del setto che sa di spalto di forte, non è il prospetto di un’architettura civile. Altrove, si dia un’occhiata alle altre due Macchie presenti nel Molise, Macchiagodena e Macchiavalfortore, il castello, rispettivamente dei Centomani e dei Gambacorta, risvolta nel luogo pubblico antistante con una facciata appropriata. A Macchia d’Isernia il castello inizialmente fortezza si è evoluta in palazzo rinascimentale solamente per una porzione, il resto ha continuato a svolgere la funzione di locali accessori, dal magazzino di derrate alimentari alla rimessa di legname al ricovero per la guarnigione militare, una serie di volumi aggregatisi alla residenza del signore durante i “secoli bui” del medioevo. Non è una caratteristica precipua della nostra Macchia in quanto è in comune con molti, perlappunto, Comuni la vicinanza tra chiesa-madre e palazzo baronale, le rappresentanze, cioè, dei due poteri, quello religioso e quello politico; l’insieme costituisce un polo direzionale della comunità il quale è reso manifesto dalla ridottissima distanza tra la torre, campanaria, associata all’edificio di culto e la torre collegata al maniero. L’autentico torrione e il campanile sono “segni” evidentissimi per la loro altezza che è equiparabile, dominanti nel panorama urbano, ed entrambi a pianta quadrata.

Per quanto riguarda la torre castellana è da dire che una torre così alta e per di più svettante sulla dimora feudale è inusuale, di norma non supera le mura della stessa salvo che a Torella e Carpinone, a meno che non ne costituisca il mastio, il donjon nel qual caso è a base circolare e quindi cilindrica (Colletorto e Riccia, angioine tutt’e due) e non parallelepipeda. In conclusione il castello di Macchia d’Isernia ha caratteri condivisi con alcune delle strutture castellane molisane e altri suoi propri, per cui non è un “unicum” ma poco ci manca; a proposito va sottolineato che la ricchezza del patrimonio nostrano di castelli/manieri/rocche/fortezze sta nel numero elevatissimo di opere e soprattutto nella sua varietà.

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