«Filo spinato», la nuova raccolta di versi di Alessandro Fo per Einaudi

L’attenzione di Alessandro Fo per le cose della vita diventa ancora più puntuale e profonda. Così come i telescopi e i microscopi sono sempre più efficaci e ci permettono di andare lontano nel micro e macrocosmo, la poesia di questo cavaliere del verso, di questo monsieur dell’eleganza mai fine a se stessa, diventa, ad ogni nuovo atto editoriale, più acuta e ficcante, nitida nel cogliere la realtà e rappresentarla, nell’evidenziare la densità umana contenuta in ogni oggetto ̶ anche in quelli insignificanti e abbandonati ̶ , in ogni movimento astratto di persone, in ogni filo di luce che riverbera negli occhi degli esseri umani, di tutti gli essere umani.

Da molto tempo, la poesia contemporanea incontra difficoltà enormi a provocare l’emozione del lettore. Diverte, stimola la riflessione. Si fa apprezzare, e molto, per la capacità di evitare l’iterazione di forme e modi conosciuti, ma spesso evita la definizione di “barocca” solo perché più scarna, sintetica allo stesso modo dei materiali usati nella quotidianità del nuovo millennio. Difficilmente tocca il cuore. Non è il caso di questo libro.

«Filo spinato» di Alessandro Fo, appena uscito per Einaudi, evidenzia momenti singoli di singole persone all’interno di un infinito spazio-temporale che avvolge e coinvolge. L’accadimento fatale di un uomo scelto tra miliardi di uomini, di un suo attimo ritagliato dalla serie dei miliardi di attimi che compongono la vita, posto su una linea del tempo che non ha inizio e che non ha fine ̶ eternità? ̶ , da Ovidio a Liliana Segre, trova equilibrio e armonia nello spazio, anch’esso non delimitato, in cui gli uomini si muovono non solo fisicamente ma anche attraverso le proiezioni della mente e dell’anima.

In questo universo, il dolore non è occasione di riscatto, non serve per ripartire e trovare la felicità, ma serve per trovare se stessi. L’esperienza del lutto e della malattia non è necessaria ma è, esiste. E il riconoscimento della Bellezza, non certo quella del dolore, ma la bellezza dei gesti e dei respiri che dal dolore scaturiscono, la bellezza delle donne e degli uomini che vivono con il dolore, tale riconoscimento non è soluzione ma carezza leggera, indispensabile per non perdersi, per non arrendersi. Un Alessandro Fo così crudo e vero non s’era mai letto prima.

Non stupisce, dunque, il fatto di trovare, in pagine vicine, la pandemia e i mondiali di volley del 1978, il prato verde dell’Orto de’ Pecci e una trincea della Grande Guerra, il muro di una pizzeria al taglio e quello dell’elettrauto, tappezzato da pin-up sbiadite. Non stupisce la visione della vecchina già dimenticata, pochi minuti dopo la sua morte, e la ragazza, «compresa nel suo footing», che passa accanto. Né le briciole di cornetto sul trafiletto «del lettore che al bar fa colazione» e le sfogliatelle dei «fratelli Brogi», Enzo Mazza e Mia Martini. L’umanità non è soltanto un “insaccato di angelo e bestia”, per dirla alla Nicanor Parra. E non è solo la produzione artistica che dell’umanità è vanto. Ma è l’insieme di gesti, cose non dette, riflessioni appena accennate e poi abortite, domande alle quali si rimanda la risposta, a causa dell’attenzione richiesta da ciò che accade nell’attimo che segue o per pigrizia. In questo insieme di cose finalmente considerate, Alessandro Fo cerca le sue verità e trova la sua poesia.

«E se poi domattina mi spegnessi? / Che senso ha tutto questo? / Dove me ne andrò? Che senso ha avuto / tutto ciò cui ho assegnato tanto posto, / anche se ci ho creduto, / anche se ho confidato che potesse / cambiare in meglio il mondo?…». E ancora: «Disporre a chi lasciare i libri, i quadri: / un giorno o l’altro ci dovrò pensare. / E anche giacche, cravatte, biancheria, / la vita dei bicchieri e delle pentole…». E, inoltre, ancora: «Nulla che abbia davvero rilevanza / da questo lato del mondo, se resta / solo la lapide, o pallida traccia / sul poco spazio di un’ultima stanza / vista su strada (e a volte neanche questa).»

Tuttavia, ad Alessandro Fo non interessa il momento finale della decisione e del gesto degli uomini illuminati dal suo verso, ma ciò che precede. La sensazione provata, l’attimo da cui si sprigiona la conseguenza. Per questo entra nei personaggi e con essi vive la sensazione provata, condivide la visione e il profumo, il suono che risveglia, il contatto e il sapore. Condivide. Condivide per il piacere di esaltare quanto accaduto e per salvare quel momento dall’oblio con una pietra, la poesia, che se la ride delle lapidi.

«…Se mai, pensiamo alla nostra sepoltura / con il suo piccolo eterno monumento… / Ma eterno quanto. Viene presto rimossa, / sostituita. Ho visto vecchie pietre, / già lapidi, illeggibili, spezzate / (…) / certo in frantumi e sparse anche le ossa / che ricopriva, o finite in un bidone / con i fiori marciti, e le corone / su cui la pioggia ha dilavato colore, / nome, mittenti».

È davvero poesia della salvezza. La felicità di questo libro è nel vedere salvate tante cose… Nel constatare che i vinti e gli inetti, i derelitti e gli umiliati, gli sconfitti abbandonati, i reclusi in carcere o in ospedale tornano alla luce ̶ nella grazia della poesia ̶ con la loro essenza fondamentale: vengono riconosciuti come essere umani.

Giovanni Petta48 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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