Brutti, sporchi e cattivi

di William Mussini

Brevi considerazioni sul capolavoro di Ettore Scola

Da sempre reputo Nino Manfredi, in assoluto e a livello internazionale, uno degli attori più talentuosi di tutti i tempi e, certamente, non sono solo i cinque nastri d’argento e gli otto David di Donatello vinti nella sua incredibile carriera cinematografica a stabilire ‘tecnicamente’ la misura della sua bravura.

Una delle sue interpretazioni più memorabili è stata, indubbiamente, quella nel ruolo del truce Giacinto Morzella, pugliese d’origine, residente nelle baraccopoli romane, degno rappresentante del sottoproletariato italiano che, sul finire degli anni 70, fu protagonista di una drammatica trasformazione di cui parleremo in seguito. Giacinto Morzella è il personaggio principale del film più cinico e grottesco di quegli anni, cioè, il lungometraggio intitolato “Brutti, sporchi e cattivi” che permise allo sceneggiatore e regista Ettore Scola di ottenere, nel 1976, il premio per la miglior regia nella ventinovesima edizione del Festival di Cannes.

Giacinto e la sua numerosa famiglia abitano in una fatiscente baracca nel parco di Monte Ciocci. Da lì, il cupolone e la Roma dei potenti, diventano il panorama consueto che ogni mattina ricorda ai miserabili delle periferie quanto sia incolmabile il distacco sociale che li divide dalla gente in città. Scola mostra, in modo diverso, la stessa categoria umana ghettizzata di altri film, come quella, ad esempio, di Uccellacci e uccellini di Pierpaolo Pasolini, che generava moti di compassione verso l’indigenza involontaria e di critica al sistema consumistico con una pur minima speranza di riscatto.

Il sottoproletario di Scola, invece, pare non conservare alcuna genuina dignità: il cinismo, la violenza, l’ignoranza e tutti i più spregevoli vizi, abitano gli animi dei protagonisti, tutti sporchi e cattivi, grottescamente brutti (perché non in grado di comprarsi un viso bello, a detta del regista), completamente assuefatti alla loro condizione di emarginati. Non tutti forse sanno che, lo stesso Pasolini, dopo aver letto il soggetto di Scola e Maccari, si offrì per scrivere una prefazione al film, considerandolo probabilmente meritevole rappresentante del miglior cinema neorealista tendente all’iperrealismo, in continuità con le sue opere più amate. Il poeta corsaro però, non riuscì nel suo intento: come ben sappiamo, il 2 novembre del 1975 fu assassinato e messo a tacere.

Per lo scrittore Alberto Moravia, la pellicola di Scola mostrò «un nuovo estetismo in accordo coi tempi, che viene ad aggiungersi ai tanti già defunti: quello del “brutto”, dello “sporco” e del “cattivo”». Moravia sostenne anche che il film si differenziava dalle opere neorealiste, solitamente indulgenti riguardo alle devianze comportamentali, grazie all’ostentazione dettagliata di brutture e violenze, di volti abbrutiti e privi di moralità, di gesti e volgarità imperdonabili, ossia, grazie a «la ricerca di un effetto che colpisca piuttosto che di un tratto che commuova».

Indubbiamente, “Brutti, sporchi e cattivi” è, nel complesso, un film brutale che non lascia spazio ad interpretazioni: mostra le peggiori pulsioni umane senza timore di essere sfacciato. Il film concede soltanto, in brevi, significative sequenze, una commovente rappresentazione dell’innocenza negata, quella di bambini rinchiusi in gabbie a giocare con sassi e rifiuti, oppure, nelle scene iniziali e finali, rari momenti di pseudo normalità. che mostrano una ragazzina con gli stivali rossi, intenta a riempire grosse damigiane di acqua. La perla più preziosa di questo capolavoro del cinema italiano è, senza dubbio, l’interpretazione di Nino Manfredi. Il suo personaggio, l’avaro capofamiglia Giacinto, in seguito alla perdita della vista all’occhio sinistro, riceve dallo Stato un milione di lire come risarcimento. Da quel momento, tutti i suoi familiari, figli, nipoti, la moglie e sua madre, bramano la propria parte del bottino, assillando continuamente l’alcolista e pluripregiudicato Giacinto, il quale si guarda bene dallo scucire un solo centesimo ai suoi parenti, sprofondando sempre più in uno stato paranoico.

Manfredi riesce ad assecondare ogni desiderio del regista; è palese il suo rigore nell’interpretare soprattutto l’animo di Giacinto, non soltanto attraverso la tecnica attoriale della quale aveva assoluta padronanza, ma anche attingendo, a piene mani, alla sua più recondita componente animalesca. Memorabili alcune sequenze in cui accidentalmente Manfredi si trova ad improvvisare, come quando ad esempio, nell’attraversare un rivolo fognario a cielo aperto, perde una scarpa che prontamente recupera completamente zuppa, per poi calzarla con naturalezza, proprio come farebbe Giacinto. Nella scena in cui Giacinto viene avvelenato con il topicida, Manfredi si spinge oltre il limite, riuscendo ad essere assolutamente credibile nel vomitare il cibo ingerito, suscitando nello spettatore un concreto senso di nausea, di disgusto ed, allo stesso tempo, di compassione.

L’intero cast del film, composto da attori in parte già noti ed in parte esordienti, disegna un affresco grottesco di volti repellenti, tutti rappresentanti di quella classe proletaria sconfitta perché privata di autenticità, di dignità, raggirata dall’avvento del consumismo che li ha relegati definitivamente nel ruolo di reietti. L’unica nota di emancipazione e di rivalsa identitaria la troviamo nella irriverente colonna sonora di Arnaldo Trovajoli, e, soprattutto, nei versi del brano cantato dalla Schola Cantorum, intitolato “ma ndo’ vai?”, che riesce a rendere simpaticamente ‘condivisibili’ anche le intenzioni più caustiche dei protagonisti.

Il film rappresenta ancora oggi una testimonianza lucida di quel periodo storico italiano, durante il quale si andava inesorabilmente formando una nuova classe proletaria, quella che, timidamente, compariva anche nei documentari inchiesta di Joe Marrazzo, nei quali si palesava la propensione e l’accettazione del compromesso con il padrone, per realizzare un progressivo, agognato riscatto sociale. Ad offrire una delle migliori critiche al film, è stato senza dubbio Alberto Moravia, il quale riuscì ad individuare, anche in tutta quella decadenza, piccoli frammenti di umanità vittima, da sempre, di chi, dai piani alti, impone disuguaglianza, ingiustizia, materialismo.

Così Moravia concluse la sua disamina: “La lotta di potere, ossessionata di concupiscenza, assatanata dall’istinto della prepotenza, è shakespeariana o elisabettiana nell’intensità istintuale e nella sordidezza della congiura. I protagonisti sono tiranni incatenati dalla povertà, cortigiani che nella miseria non rinunciano alle loro trame. Giacinto è il sovrano di una corte dei miracoli composta di paltonieri e baldracche. La carenza di belle maniere la inchioda all’esecrazione e al dileggio, ma la mancanza di ipocrisia, a differenza delle società abilmente mascherate, permette di comprenderla, se non di amarla, nel suo spietato mostrarsi per quella che è”.

William Mussini31 Posts

Creativo, autore, regista cinematografico e teatrale. Libertario responsabile e attivista del pensiero critico. Ha all'attivo un lungometraggio, numerosi cortometraggi premiati in festival Internazionali, diversi documentari inerenti problematiche storiche, sociali e di promozione culturale. Da sempre appassionato di filosofia, cinema e letteratura. Attualmente impegnato come regista nella società cinematografica e teatrale INCAS produzioni di Campobasso.

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