Le appendici esterne dei ristoranti in era covid

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Si sono moltiplicate, per far fronte alla pandemia, le installazioni all’esterno degli esercizi ristorativi: più spazio più distanziamento sociale. Alcune di tali attrezzature sono di aspetto piacevole, altre meno, dipende anche dalla loro sincronizzazione con l’arredo urbano.

L’emergenza Covid ha amplificato la tendenza, che, in verità, era già in atto, ad allargare le superfici dei bar e, pure, dei ristoranti, adesso, cioè con la pandemia, per distanziare i posti a sedere, mediante la collocazione all’esterno di tali locali di strutture amovibili. Tutto bene perché si va nella direzione della riduzione dei contagi se non fosse che, a volte, questi manufatti nonostante siano, per così dire, leggeri vengono a costituire degli elementi di un certo impatto visivo sul contesto in cui sono inseriti. Non è, cioè la costruzione di un padiglione da giardino, meglio dire da “giardino d’inverno”, all’interno di uno spazio per la ricreazione all’aperto, tipo quello realizzato presso il laghetto di S. Nazzaro a Monteroduni, dove costituisce l’unica presenza fisica, fornendo, comunque, un servizio di ristoro ai fruitori dell’area, quello a cui ci stiamo riferendo, bensì i dehors in ambito cittadino.

Il caso che si è appena citato è di un oggetto a sé stante, una sorta di maxichiosco per la sua mole rilevante, non un complemento di un’attività ristorativa al chiuso adiacente ad esso, ma di solito nell’agro incontriamo coperture smontabili, fatte di materiali diversi, a, appunto, copertura di più o meno piccole aree dove è possibile mangiare che sono in appendice di un qualche ristorante il quale destina solo alcuni tavoli per il consumo del pranzo al di fuori del fabbricato.

Sono l’evoluzione delle tradizionali locande con giardino, un tempo quest’ultimo coperto con un pergolato che, però, non stanno solamente in campagna seppure lì sono nate; infatti sono presenti anche in seno agli agglomerati urbani, dalla storica e ormai scomparsa Trattoria con Giardino a Boiano nel palazzo Tiberio fino ai recenti prolungamenti di esercizi ristorativi che affacciano sugli assi dello scacchiere viario del Borgo Murattiano (a Campobasso perciò) verso il retro occupando una parte degli enormi vuoti degli isolati racchiusi dalle cortine edilizie lungo il Corso, lungo v. Elena e v. Roma: il requisito comune è che vi sia il verde.

La condizione appena specificata ovviamente non sussiste nei centri storici. Qui per una malintesa idea di ambientazione, perseguendo il mito del “caratteristico”, anche per soddisfare le aspettative di un turismo massificato che va alla ricerca del folclorico, si installano finte baracche in legno in cui alloggiare i tavolini all’ingresso del ristorante, ve ne è un esempio pure nel capoluogo regionale e meno male che è gestito da un ristoratore di prim’ordine che serve piatti della cucina locale. Simili forzature che compromettono l’autenticità al borgo antico sono episodi isolati, l’etnico come moda snatura la zona medioevale come lo farebbe qualunque altro “falso”, la ristorazione made in Cina o le proposte culinarie americaneggianti dei fast food (il McDonald’s di piazza di Spagna a Roma).

In effetti, i pericoli esposti non sussistono realmente, eccetto quanto si è già verificato come detto sopra, nel nucleo originario della “capitale” del Molise per due motivi: il primo è la ristrettezza del suolo disponibile per tali installazioni e la seconda è che non vi sono ristoranti su strada, bensì ai livelli superiori (quello che si ha in mente si sviluppa su 2 piani) e a quelli inferiori, le famose grotte della città vecchia di Campobasso, per cui non vi è continuità tra il percorso viario o la piazzetta e i vani del ristorante (a meno di non voler pensare ad un’estroflessione dello stesso).

Si è parlato di minacce schivate e adesso vediamo quelle potenziali spostandoci più in là, precisamente nella piazza Falcone e Borsellino la cui notevole estensione finora occupata dalla viabilità e dai parcheggi si presterebbe, nell’ipotesi auspicabile di eliminazione del traffico dalla fascia centrale dell’abitato, a diventare un luogo del tempo libero, che porterebbe al sorgere di esercizi di ristoro al suo contorno ai quali potrebbero essere messi a disposizione degli angoli per posizionarvi i dehors; in una tale eventualità è necessario che le componenti dell’arredo siano coordinate con le modanature architettoniche in stile liberty delle villette dell’ultimo tratto di viale Elena.

È meglio qualche attrezzatura per lo svago e il ristoro che lasciare l’ampio areale della piazza deserto, desertificato. Lo stesso obiettivo del coordinamento formale dovrebbe essere perseguito per il “salotto buono” della città, piazza Pepe. I bar che affacciano su di essa sono molti ed ognuno ha scelto per la sporgenza esterna un proprio sistema di arredamento, differente dagli altri; per fortuna che l’unico ristorante che prospetta su tale piazza non ha una protuberanza “esteriore”! Si tratta di una piazza pensata sul modello delle place royal francesi, anche se qui la statua dell’eroe non è centrata, ovvero non è nel centro, bensì decentrata (Gabriele Pepe), con la quale ha in comune il connotato delle facciate degli stabili uguali fra di loro, pure la Prefettura, per cui è davvero inappropriata la dissonanza che esiste fra i dehor.

Tornando per un attimo a quanto si è detto a proposito del floreale è da aggiungere che l’impronta classicista delle pareti dovrebbe informare anche questi ultimi. L’uniformità non è, ad ogni modo, un valore assoluto, neanche quella tra le installazioni su strada dei ristoranti e dei caffè e l’arredo urbano pubblico (panchine, cestini, lampioni e così via), la varietà essendo ammissibile nei quartieri privi di una definita identità urbanistica. La dissonanza in certe situazioni è gradevole. Ben venga una diversità nel disegno delle aggiunte ai ristoranti se essa scaturisce dalla ricerca di qualità, estetica e funzionale, per tali attrezzature aggregate alle attività ristorative, in grado di produrre soluzioni architettoniche di piacevole effetto.

Francesco Manfredi Selvaggi393 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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