Il migliore dei mondi possibili

Riceviamo e pubblichiamo questo contributo nella speranza di suscitare un dibattito più ampio

di William Mussini

Sostenne il filosofo tedesco G.I. Leibniz nell’opera Teodicea del 1710: ‘L’Universo si fonda sulla giustizia, sulla saggezza e sulla libertà di Dio: dunque non può essere che il migliore fra gli infiniti universi possibili. […] Come un male minore è una specie di bene, così un bene minore è una specie di male, se agisce come un ostacolo per un bene maggiore, e nelle azioni di Dio vi sarebbe qualche cosa da correggere, se Egli aveva la possibilità di far meglio’.

Ho sempre fatto molta fatica ad accettare il pensiero accomodante ed indulgente con il presunto Creatore del filosofo Leibniz, egli infatti presentava una delle tesi più accreditate fra uomini di fede per ‘giustificare’ anche ciò che di questo mondo ‘creato’, fosse sbagliato, lontano dal bene, dannoso. ‘Dalla perfezione suprema di Dio deriva che, creando l’Universo, ha scelto il miglior piano possibile, nel quale la più grande varietà (possibile) è congiunta con il massimo ordine (possibile). […] E ciò perché, nell’intelletto divino, in proporzione alle loro perfezioni, tutti i possibili [enti] pretendono [aspirano] all’esistenza; il risultato di tutte queste pretese deve essere il mondo attuale, il più perfetto possibile. Senza di ciò non sarebbe possibile rendere ragione perché le cose siano accadute così e non altrimenti’.

Tralasciando approfondimenti e speculazioni sui significati profondi, sia teologici sia metafisici presenti nei suoi distinguo fra il ‘semplice’ e la ‘complessità’, evitando di citare le numerose digressioni e confutazioni come quelle dei suoi maggiori critici Malebranche e Arnauld, proverei ad inventare una nuova teoria utopica del mondo, sulla scia appunto di quella immaginata da Leibniz. Tenterei innanzitutto di non giustificare razionalmente il male come fosse mera conseguenza matematica di una mancanza di bene, direi invece che il male c’è perché conseguenza di una scelta, quindi evitabile; andrei oltre anche la sua benevola stima del divino di matrice tardo-medievale e prenderei semplicemente i fatti del quotidiano come oggetto di un ipotetico riesame del reale.

Nel mio mondo ipotetico, utopico perché non corrispondente a ciò che avviene nei fatti dell’oggi, proporrei molto più banalmente di Leibniz, alcune proiezioni logiche di quanto sarebbe potuto accadere di meglio negli ultimi due anni appena trascorsi. Se questo fosse stato, non il migliore dei mondi possibili, ma più semplicemente, il mondo generato dall’insieme delle decisioni umane sagge e non corrotte dagli interessi materiali, allora probabilmente adesso, non ci ritroveremmo a dover temere una nuova estinzione planetaria.

Nel mio ipotetico mondo il libero arbitrio umano, attraverso la facoltà di scegliere cos’è giusto, rappresenta la sola via per il raggiungimento di uno stato etico dell’esistenza terrena. L’uomo delle istituzioni non cede a corruttele, non agisce per interesse personale o per conto di chi promette ricompense. Nel ripercorrere, alla luce di questo principio, quanto è accaduto negli anni della psicopandemia potrei quindi immaginare un mondo ben diverso questo attuale.

Per cominciare: il Ministro della salute pubblica ed il suo staff, nel mio mondo utopico ed equanime, avrebbero potuto aggiornare ed attuare il fantomatico piano pandemico come da protocollo previsto dalla Legge 138/04, cosa che, nel migliore dei mondi possibili di Lebiniz invece, non è stata fatta. Ed ancora, nel mio mondo, gli ospedali italiani non si sarebbero trovati impreparati di fronte l’emergenza poiché nessun politico, in anni precedenti, si sarebbe mai permesso di chiudere i nosocomi, tagliare i fondi alla sanità, diminuire il numero dei reparti di terapia intensiva.

Nel mondo utopico ed eticamente giusto, non avremmo visto regie televisive nel mostrare i camion militari attraversare Bergamo, né avremmo assistito a cremazioni ingiustificate, né avremmo visto negare ai parenti rinchiusi in ospedali stracolmi e in Rsa, la visita sacrosanta ai loro congiunti malati. Avremmo visto certamente umanità e comprensione, quella vera e spontanea di medici e di infermieri, in equilibrio con quella professionalità che non ha bisogno di pubblica adulazione, né di suscitare pietismi pomeridiani nei talk show.

Non avremmo assistito all’irrispettoso mercimonio di immagini di sofferenza, né allo stillicidio quotidiano da parte di tutti i media, fatto di numeri di decessi e contagi, per l’ottenimento dello stato di terrore nazionale istituzionalizzato. Avremmo visto il mondo scientifico confrontarsi per il bene della collettività. Avremmo ascoltato medici onesti e non consulenti di case farmaceutiche, suggerire precauzioni e comportamenti sani con il buon senso e l’esperienza di chi ha a cuore la salute del paziente e non il proprio portafoglio. Avremmo saputo sin da subito che l’agente virale in questione, sia in realtà di origine non naturale, come affermato da insospettabili medici e ricercatori (vedi il Prof. Joseph Tritto), ma bio ingegnerizzato in laboratori finanziati da governi e multinazionali senza scrupoli.

Nel mondo utopico dell’eticamente saggio, non avremmo pianto le dipartite della logica aristotelica, della ragione e del buon senso. Non ci sarebbero stati lockdown inutili, debilitanti per psiche, salute ed imprese. Non avremmo assistito al balletto dialettico fatto di slogan miserevoli: “abbraccia un cinese” prima, “due mascherine sono meglio di una” poi. Di più, non avremmo fatto i conti con la maggioranza della popolazione in preda all’isteria sanitaria, completamente manipolata da un’informazione censoria e faziosa, né ci saremmo ritrovati mal governati da un arco parlamentare quasi del tutto etero diretto.

Si è deciso, nel mondo capovolto dell’oggi, di consigliare fortemente la cosiddetta terapia della tachipirina e vigile attesa anziché curare subito. In proposito ecco quanto sostiene Mauro Rango, fondatore del movimento di medici IppocrateOr: “(quando ancora i vaccini non c’erano), si è preferito attendere e lasciare morire. Poi si è preferito vaccinare anche contro la ratio medico-scientifica, contro il rapporto rischio/beneficio, contro patologie che rischiavano di aggravarsi, contro il fatto che non si vaccina chi ha avuto la malattia. Sostenendo prima che il vaccino non avrebbe fatto circolare il virus – cosa rivelatasi una bugia di dimensioni gigantesche – e poi che avrebbe contribuito a raggiungere l’immunità di gregge – altra fandonia che verifichiamo quotidianamente. L’unico dato reale consiste nell’aver ridotto, in modo considerevole, la letalità della malattia. Ad oggi non si sa a quale prezzo, perché mentre gli eventi avversi di medio – lungo periodo di cortisone, eparina, antibiotici e plasma si conoscono, quelli relativi al vaccino ad mRNA non si conoscono. Si è rinunciato a curare persone anziane e con patologie concomitanti, si è vaccinato bambini sani, che non rischiavano di morire, con un vaccino sperimentale. Insomma, si è compiuta un’operazione che la storia ricorderà come una aberrazione medico/scientifica”.

Nel mondo ipotetico, utopico ed eticamente saggio, la stampa tutta avrebbe svolto semplicemente il proprio ruolo di informatrice, avrebbe poi indagato alla ricerca della verità, avrebbe offerto spazio per il confronto ed il dialogo socratico e non invece al turpiloquio di opinionisti, influencer e personaggi da operetta fatti passare per esperti inattaccabili. Come ultima giustificazione che dia conforto a chi ha creduto ed ancora crede che tutto questo scempio sia stato inevitabile, cito ancora il pensiero del buon Lebiniz: “Così se il più piccolo male che accade nel mondo, non accadesse, non sarebbe più questo mondo, che tutto sommato e soppesato, è apparso il migliore al Creatore che l’ha scelto”.

Mentre assistiamo al rotolamento inesorabile della nostra civiltà dei consumi verso un baratro predestinato, noi utopici ed ottimisti confutatori del vero più vero del reale, già siamo nel mondo nuovo a godere di ciò che siamo, uomini e donne libere dalla paura, dal materialismo, dalle affabulazioni di tecnocrati in giacca e cravatta, artefici dell’ombra e attaccati con denti ed artigli alla loro idea di mondo, oramai decadente, fallita, in via di disfacimento.

 

William Mussini55 Posts

Creativo, autore, regista cinematografico e teatrale. Libertario responsabile e attivista del pensiero critico. Ha all'attivo un lungometraggio, numerosi cortometraggi premiati in festival Internazionali, diversi documentari inerenti problematiche storiche, sociali e di promozione culturale. Da sempre appassionato di filosofia, cinema e letteratura. Attualmente impegnato come regista nella società cinematografica e teatrale INCAS produzioni di Campobasso.

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