In carcere ma in città

L’evoluzione delle forme di privazione della libertà dagli antichi Romani ad oggi con le modalità alternative di punizione dei colpevoli di reati. La struttura carceraria del capoluogo regionale posizionata in area urbana favorisce una certa qual vicinanza tra la cittadinanza e i detenuti

di Francesco Manfredi-Selvaggi

All’epoca dell’antica Roma, unanimemente riconosciuta Patria del Diritto, il castigo per un delitto compiuto non era la detenzione bensì pene corporali, non esclusa la pena di morte, oppure la comminazione di “multe”, il pagamento cioè di somme di denaro in alternativa o in aggiunta alle fustigazioni o altre forme di tortura. La punizione per i nostri progenitori non consisteva nella privazione della libertà, non esisteva all’epoca la reclusione in luoghi simili alle nostre carceri. Una annotazione a margine è che, a ben vedere, perdere lo status di cittadino, diventare schiavo, è peggio che essere imprigionato, altro che superiorità della civiltà giuridica romana.

Le uniche strutture carcerarie esistenti erano quelle preposte alla detenzione di un individuo in attesa dell’esecuzione capitale, il Carcere Mamertino nell’Urbe è il più famoso. La società di quell’era lontana non sembrava interessata all’allontanamento dal consorzio civile di chi era potenzialmente in grado di commettere un crimine, se lo hai fatto una volta lo puoi fare ancora, una persona dunque pericolosa per la collettività, a dissuadere dal ripetere l’atto criminoso vi erano le sanzioni economiche e quelle fisiche. La prigione come posto finalizzato alla rieducazione del criminale è un’idea piuttosto recente espressa in modo compiuto nel XVIII secolo da Cesare Beccaria con il suo saggio “Dei delitti e delle pene”. In definitiva non ha senso una ricerca archeologica sulle opere destinate alla detenzione risalenti ai tempi remoti, non è vero ciò che si dice nella volgata popolare che quei piccoli varchi alla base della muratura di sostegno degli spalti del Teatro di Altilia per la ristrettezza della sezione e per l’essere chiusi con inferriate coincidono ad altrettante celle. La detenzione che, comunque, c’è sempre stata seppure il trattenimento in un locale custodito era limitato temporalmente, il tempo dello svolgimento del processo, quindi detenuti in attesa di giudizio, non avveniva in fabbricati appositi, la maggioranza delle volte nei sotterranei di manufatti edilizi a finalità militari tipo i castelli, il castello Monforte è uno di questi. Si tramanda attraverso narrazioni orali che i parenti erano tenuti a portare il cibo ai propri congiunti imprigionati nelle segrete di tale fortilizio.

Questo maniero sta in cima al colle sovrastante il capoluogo regionale, posizione, quella della separazione di questa rocca facente funzione da penitenziario dall’insediamento umano, che è a garanzia della sicurezza della cittadinanza. In via Ziccardi nella medesima città nel 1700 nella sede del, per così dire, Palazzo di Giustizia il piano interrato che non è altro che le grotte diffusissime nel centro storico, una vera singolarità di Campobasso, la “Campobasso sotterranea”, era destinato a celle per coloro che aspettano l’esito del processo in cui sono imputati; eventualmente condannati venivano tradotti nel carcere di Lucera al cui Giustizierato apparteneva il Molise. La vicinanza tra corte di giustizia e prigione non è casuale, essa si ripeterà in seguito qui da noi allorché verrà edificato l’attuale Tribunale proprio di fronte all’ingresso del Carcere. Vale la pena evidenziare che per la localizzazione di tali primarie istituzioni pubbliche non si è fatto ricorso ai siti dei vecchi conventi, gli ordini conventuali erano stati soppressi dal governo napoleonico, cosa che, invece, è avvenuta per tutte le altre funzioni istituzionali, dal Collegio Sannitico, il monastero di S. Francesco della Scarpa, al Municipio, quello dei Celestini, all’Ospedale, il convento di S. Maria delle Grazie e così via. Ne è a dire, per quanto riguarda il Carcere che esso dovendo stare fuori dall’area urbanizzata non poteva essere allocato in strutture conventuali perché c’era il convento di S. Pietro che è distante dal centro poi diventato Caserma dei Carabinieri. In verità, il carcere è borbonico e le trasformazioni delle opere conventuali vengono messe in atto dopo l’Unità d’Italia mentre il Tribunale è del Ventennio fascista quando ormai sono stati convertiti a nuovi usi gli edifici nati quali conventi, previ riattamenti beninteso, e perciò vi è stato un chiaro sfasamento dei tempi. Non è solo questo, però, c’è di più, Campobasso in quanto capitale di una Provincia di nuova istituzione, l’anno di nascita è il 1806, non poteva possedere, certo, un patrimonio di palazzi demaniali occupati dai diversi rami dell’amministrazione provinciale presenti altrove e ciò, però, non va visto esclusivamente come un limite perché ha rappresentato ad ogni modo un’opportunità. Il nuovo Carcere è appunto nuovo non solo perché prima non c’era ma perché risponde a criteri funzionali del tutto, ancora, nuovi, impostato com’è sulla logica della casa di reclusione quale posto dove si sconta la pena e nel contempo ci si redime, niente di più moderno.

Innovativa pure è la tipologia architettonica con l’impianto a stella che richiama il Panottico, l’occhio che controlla costantemente i detenuti l’esistenza dei quali è alla vista continua dei carcerieri, l’esatto contrario della dimora del Conte Cola in cui il recluso non era visibile da alcuno. La luce pervade il Carcere borbonico, l’esistenza quotidiana dei condannati era alla “luce del sole”, al contrario delle segrete del castello che sono sprofondate nell’ombra e quindi non c’è un controllo sistematico delle giornate trascorse dal condannato in “gattabuia”. Vivere in vetrina ti costringe ad atteggiamenti appropriati per cui quello di Campobasso è un carcere rieducativo.

ph. La mostra degli allievi del Liceo Artistico sul tema città e carcere

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