Un palazzotto tipologicamente esatto, o no?

Si parlerà del Palazzo Tortorelli a S. Massimo la cui conformazione architettonica ha subito condizionamenti da parte della struttura urbanistica

di Francesco Manfredi-Selvaggi

La realtà che si sta per descrivere, quella del palazzo Tortorelli nella piazza centrale di S. Massimo, è, in qualche modo, esemplificativa di alcune tendenze in campo architettonico e urbanistico che si colgono in tanti borghi molisani. È un fenomeno comune quello della comparsa del palazzo signorile nella prima metà del XIX secolo o, almeno, del consolidarsi di questa speciale forma di residenza la quale si affermerà pienamente nel corso dell’’800. In precedenza, durante il millenario regime feudale il quale verrà abolito nel Decennio Francese durante cui vennero importate le idee riformatrici figlie dell’Illuminismo, l’unico edificio di grandi dimensioni presente nel nostro paese era la “casa” del feudatario, in genere ammodernamento degli antichi castelli. L’avvento della classe borghese, un fenomeno storico che interessò l’intero continente, portò alla nascita di diversi fabbricati abitativi di una volumetria consistente in ogni comune, quindi non uno solo com’era al tempo del dominio baronale. Ciò che si vuole sottolineare ora sono le differenze che intercorrono tra queste due categorie di abitazioni le quali, si precisa, facendo la tara dei locali accessori, non comprendono la cubatura che, a volte, è rapportabile, ma la collocazione urbana e l’organizzazione degli spazi interni. Per quanto riguarda quest’ultimo punto, si rileva che mentre i palazzotti del ceto dei Gentiluomini sono caratterizzati da una definita tipologia architettonica le dimore degli antichi baroni costituiscono di frequente riattamento di vecchie rocche per cui la distribuzione funzionale dei vani è condizionata dagli impianti murari preesistenti conformati fondamentalmente quali apparati difensivi.

Teniamo in mente il concetto appena esposto perché lo metteremo in campo nel parlare espressamente del palazzo Tortorelli e passiamo al tema dell’ubicazione di questi due tipi di strutture residenziali: i titolari dei feudi vivono in luoghi appartati, di frequente in cima al colle, a S. Massimo il Colle di Corte, feudale quest’ultima è sottinteso, per esigenze di protezione militare, al contrario della borghesia che predilige il, per l’appunto, borgo, un’appendice insediativa al nucleo medioevale che sta arroccato, più favorevole dal punto di vista edificatorio, peraltro è l’unico terreno disponibile per l’edificazione, fuori dalle mura urbiche. In più va evidenziato che i borghesi tendono ad affidare alla loro abitazione anche una funzione rappresentativa, un’esibizione dello status sociale raggiunto all’indomani del feudalesimo per cui accanto alla collocazione in una zona che per merito anche dei loro palazzi ha un carattere signorile, pongono cura all’immagine della costruzione. Fatte queste dovute premesse che hanno in un certo qual modo l’impronta di un ragionamento teorico e perciò astratto vediamo come si inverano nella pratica, il caso concreto che si esamina è quello del palazzo della famiglia Tortorelli. Per quanto riguarda la questione tipologica l’esattezza della tipologia non è stata conseguita in quanto non risulta esserci, è un dato fondamentale per verificare se è stato seguito nella sua edificazione uno schema distributivo compiuto, si sta per ribadire esatto, una sequenza dei vani rispondente ad una precisa logica, un’unitarietà, in fin dei conti, dell’intervento costruttivo. Infatti, si coglie il palazzo essere costituito di due parti distinte, invero di diverso peso volumetrico più grande quella che volge verso la piazza e neanche il numero dei piani è identico, quello che prospetta, che ha il suo ingresso su via S. Rocco per, poi, protendersi lungo la stradina che separa il palazzo in oggetto dal palazzo Gioia (solo un breve tratto del corpo di fabbrica maggiore, quasi per trascinamento da parte di quella minore, si inoltra in tale minima strada seu vicolo) ne ha in questo secondo pezzo uno in meno. A proposito della faccenda della rappresentatività è evidente, poiché affaccia sul luogo centrale dell’abitato, che la ricerca di una forma altamente rappresentativa nel palazzo Tortorelli è massima, non se ne può esimere data l’ubicazione, questo nucleo familiare si è addossato l’onere di conferire dignità ad uno dei fronti lunghi della piazza, una sorta di obbligo morale, compensato comunque dall’onore di primeggiare nel contesto cittadino. Un’attenzione alla qualità urbana la dimostra anche lateralmente aprendo una porta secondaria in asse con via S. Rocco, la strada d’ingresso al paese costeggiata per intero da palazzi anch’essi stilisticamente apprezzabili e così ne viene a costituire un degno fondale, un muro cieco anche se solo nella fascia inferiore, non sarebbe stato uno sfondo apprezzabile.

La balconata dei Tortorelli che dalla piazza rigira in via S. Rocco tende a unificare i due prospetti. Soffermandoci ancora su questa seconda entrata essa ci rivela che i palazzi della borghesia a differenza di quelli feudali potevano anche contenere appartamenti in affitto, qui è proprio quello cui si accede da tale ingresso. Le condizioni perché vi fosse un “quartino” in fitto sono due, una che l’accesso fosse autonomo dall’esterno, non, dunque, dall’atrio che conduce all’alloggio del proprietario, l’altra è che gli affittuari fossero di un livello sociale adeguato, non gente comune; i requisiti richiesti per il fitto qui vi sono entrambi avendovi alloggiato per decenni il Parroco. È scontato che l’appartamento che si affitta non è quello più bello, né che stia al “piano nobile” e né che la sua metratura sia superiore a quella dell’abitazione del proprietario. In ultimo, la percentuale delle case in fitto ieri come oggi è bassissima nei Comuni di scarsa consistenza demografica.

ph. Il fronte del Palazzo della famiglia Tortorelli a S. Massimo

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