Chiesa neoclassica più basilica che templio

È la Cattedrale di Campobasso che non assomiglia ad un’architettura templare salvo che per il pronao, richiama invece l’impianto basilicale per via delle navate. Quindi più Basilica di Altilia che Tempio B di Pietrabbondante

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Pur se forse lo vuol dare a intendere la Cattedrale di Campobasso non è uguale totalmente a un tempio classico. Forse la somiglianza maggiore la ha con una basilica sempre classica, quella di Altilia. L’aspetto fondamentale che distingue la nostra Cattedrale da un templio è il fatto che dentro quest’ultimo il pubblico non poteva accedere, era consentito entrarvi solo ai sacerdoti. Detto diversamente nei templi il valore non è nello spazio interno mentre nella storia dell’architettura occidentale successiva l’interno di una chiesa è architettonicamente parlando di interesse uguale se non superiore all’esterno. Il templio come la piramide egizia lo si può ammirare da fuori ma non si può vedere cosa c’è dentro.

Una similitudine maggiore la Cattedrale campobassana la ha con la basilica sepinate la quale costituisce una sorta di prolungamento, al coperto, del foro, quindi è praticabile. L’elemento in comune tra Cattedrale e basilica è l’impianto, per l’appunto, basilicale, cioè la suddivisione dell’ambiente, di culto l’uno e di incontro l’altro, in navate. La corrispondenza, comunque, non è perfetta perché nella basilica le navate sono tutte della stessa altezza (lo si deduce dal fatto che le colonne rimaste sono uguali fra loro), uniformità dell’elevazione del fabbricato che manca nella chiesa sede della Cattedra Vescovile del capoluogo di regione dove le navate laterali sono più basse di quella centrale. A proposito di quanto si è appena affermato si vuole aggiungere che la navata principale venne sopraelevata successivamente per consentire di aprire finestre nella fascia superiore perché in quella inferiore ciò era impedito dal fatto che alla predetta chiesa sono affiancati fino ad una certa quota altri corpi di fabbrica; nel progetto originario del Musenga era previsto che il soffitto fosse uniforme. È un po’ contraddittorio rispetto allo sforzo fatto per dare luce allo spazio sacro, che il tetto della navata che sta in mezzo si concluda a padiglione poiché se fosse stato per intero a capanna come avviene normalmente negli edifici religiosi, nella superficie triangolare delimitata dalle due opposte falde si sarebbe potuta ricavare una apertura illuminante a mo’ di rosone. Si è rinunziato, in definitiva, ad un simile oculo o foro al centro del triangolo cupsidale di un tetto a capanna.

Il problema, comunque, nel caso in ispecie non si pone perché alla chiesa è stato affiancato in seguito un porticato sormontato da un frontone il cui vertice essendo complanare con il cornicione della chiesa impedisce la realizzazione di un rosone. In altri termini, pur se la chiesa avesse avuto una copertura anche nella parte terminale a falde l’eventuale finestrella ovoidale o circolare o di qualsiasi altra forma geometrica essa sarebbe coperta dal frontone pressoché totalmente, sarebbe rimasto solo uno spazio residuale tra i due spioventi in cui operare una minima apertura. Valeva la pena dedicare attenzione alla questione dell’illuminazione frontale visto l’impegno che era stato profuso con l’innalzamento della fascia mediana della chiesa per assicurare l’illuminazione dell’ambiente di culto. C’è indubbiamente una certa mancanza di coordinamento tra gli interventi eseguiti sul fabbricato, quello dell’alzare la navata intermedia per far prendere luce all’aula e, contemporaneamente, l’aggiunta del portico che è di segno opposto all’iniziativa precedente perché non permette di praticare una bucatura nel settore superiore della parete di entrata al medesimo fine di illuminamento del vano ecclesiastico, ambedue azioni non previste nella progettazione di Bernardino Musenga. In definitiva, lateralmente l’opera religiosa riceve luce, frontalmente no, precisando che la quantità di luce proveniente dai fianchi avrebbe superato, e di molto, quella che sarebbe potuta provenire dalla faccia anteriore dell’edificio; per completezza, anche l’abside, costruito dopo pur esso, è fonte di luce, questa volta posteriore. Finora abbiamo sottolineato dei limiti nella composizione architettonica, dovuti anche alla pluralità di autori che sono intervenuti nella sua edificazione, dal Musenga cui si deve l’impostazione iniziale che è quella determinante, al D’Alena, ingegnere comunale, che gli subentrò alla sua morte per il completamento della costruzione apportando le modifiche, non irrilevanti, sulle quali ci si è soffermati.

L’eterogeneità che si riscontra nelle fasi costruttive non inficia, ad ogni modo, l’impronta neoclassica della Cattedrale che rimane un esempio originale oltre che notevole di questo stile. Si coglie nel disegno della struttura ecclesiastica una razionalità congiunta ad una semplicità che rimanda ai monumenti dell’antichità la quale è considerata dai neoclassici la fonte primaria della cultura cui pertanto occorre ispirarsi. Il neoclassicismo non è uno dei tantissimi -ismi che si affermano nel XIX secolo, non va confuso con il neo-greco il quale è uno stilema che rientra nell’eclettismo storicistico, si fonda sullo studio della classicità e delle idee illuministiche rappresentando l’emblema di una congene culturale sviluppatasi nel Decennio Francese dominata dal pensiero di Galanti e di Cuoco e dello stesso Musenga i quali propugnavano la riforma della società e, per quanto riguarda gli ultimi due, anche della città.

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