La piazza del mercato di S. Massimo sta a Bojano

In questo Comune poiché piccolo non vi si svolge un mercato. La piazza ha una funzione di luogo di incontro ed è indipendente dalla chiesa parrocchiale che vi prospetta poiché il piano dell’aula ecclesiastica è a una quota molto superiore a quella dello slargo, li collega una scenografica scalinata

di Francesco Manfredi-Selvaggi

La piazza di S. Massimo è esemplificativa di una serie di caratteristiche ricorrenti in tale attrezzatura urbanistica la quale è presente in ogni Comune del Molise, non c’è un Comune che non la abbia e questa non è una cosa scontata. Diciamolo subito non in tutti i piccoli borghi la piazza nasce come luogo di mercato e neanche lo diventa in seguito. Ciò accade specialmente in quei centri minori talmente vicini a uno maggiore, prendi S. Massimo così vicino a Bojano, presso il quale settimanalmente, nel capoluogo del comprensorio matesino il sabato, si tiene un non per caso accorsato mercato che non vi è ragione che se ne svolga uno in essi. È evidente, per ovvie ragioni di economie di soglia, che in un mercato diciamo casalingo non potrebbero essere rappresentati tutti i settori merceologici e neanche che vi sia concorrenza tra i commercianti. Nelle città, ci stiamo riferendo a Campobasso, per contrappunto non solo c’è varietà dei prodotti in vendita ma sussiste, anche una sorta di specializzazione dei luoghi di commercio che nei piccoli centri tanto meno a S. Massimo non c’è distinguendosi il mercato delle erbe da quello delle carni, ambedue in piazzetta Palombo, in segmenti separati della stessa, per cui il mercato della piazzetta era chiamato il mercato dei “commestibili” per distinguerlo da quello di Corso Bucci (è bene notarlo per quanto si dirà su S. Massimo, il primo è separato dalla strada, il secondo è lungo di essa) contenente il reparto abbigliamento, oggetti per la casa, ecc.

Un’annotazione, o forse una digressione, a proposito di Piazzetta Palombo è che da semplice slargo utilizzato per gli scambi, non uno specifico spazio e questa è la situazione comune nel resto dei comuni, non è una ripetizione, evolverà negli ultimi decenni del XIX secolo in un’area appositamente, cioè seguendo i canoni dell’architettura annonaria, organizzata per ospitare espositori; in altri termini con un progetto definito si è rimesso ordine alla disposizione degli stalli la quale doveva essere in precedenza casuale. Nonostante sia all’aperto, l’area mercantile è stata concepita secondo una precisa tipologia architettonica anticipando il Mercato adesso Coperto, ovvero un’architettura in piena regola, che nella “capitale” del Molise comparirà nel Secondo Dopoguerra. Possiamo ritornare, dopo questo quadro generale, alla piazza di S. Massimo la quale avrebbe avuto la potenzialità per diventare una sede di mercato in quanto all’origine era separata dai flussi di traffico i quali avrebbero potuto disturbare gli scambi. Infatti il transito dei mezzi provenienti dall’esterno dell’abitato avveniva passando per via S. Rocco per proseguire lungo la via poi intitolata a L. Piccirilli e ciò fino al momento della realizzazione della “Traversa rotabile” che collega il paese all’arteria di fondovalle la quale viene a sfociare nella piazza Marconi.

Per capire meglio tale sua vocazione “intrinseca” a luogo di commercio è utile compararla, è l’estremo opposto, alla piazza Pasquino di Bojano la quale è invece intersecata da ben 4 strade che configurano una raggiera capace di trasformare il suo punto centrale, dove sta la croce viaria, in una sorta di rondò automobilistico. S. Massimo in illo tempore non doveva avere una piazza, non è di certo uno spiazzo naturale bensì frutto di un preordinato disegno urbanistico che portò allo spianamento del terreno dopo averlo liberato delle macerie degli stabili crollati a causa del terremoto del 1805. Si procedette da un lato al livellamento del suolo e dall’altro lato alla costruzione di una balaustra in muratura a fianco del percorso viario che la sovrasta per evitare che le acque piovane da monte potessero riversarsi nella nuova piazza; vale la pena ricordare che le acque di scorrimento superficiale trasportano anche i rifiuti depositatisi sulla pavimentazione della strada. Dovette essere un problema sentito quello del deflusso idrico perché la piazza non ha pendenze e all’epoca non esisteva una rete fognaria in grado di raccogliere le acque di superficie e allontanarle dal sito tramite appositi tombini, problema accentuato dall’assenza di sbocco delle acque data la compattezza del fronte edilizio che delimita la piazza verso valle. Si è potuto agire solo marginalmente, ovvero ai margini, impedendo che si riversi nel “catino” della piazza la corrente d’acqua che in occasione delle piogge o allo scioglimento della neve corre, per l’appunto, lungo la viabilità al contorno. Da sottolineare che v. L. Piccirilli, lo si è detto tangente alla piazza è abbastanza acclive per cui ci si dovette assicurare di predisporre uno sfogo, un wayout delle acque all’inizio di v. S. Rocco incanalandole in quel vicoletto che separa il palazzo Gioia dal palazzo Tortorelli. Ritorniamo dopo le questioni tecniche, non secondarie ai caratteri della piazza che non ha natura mercantile e neppure è un polo direzionale semmai amministrativo poiché vi è collocato e in posizione baricentrica il Municipio.

È comunque la Casa Comunale nonostante la stazza ridotta un elemento di grande valore semantico che ha acquistato assai più rilevanza con la fine del feudalesimo durante il quale il posto di comando, cioè la residenza del barone, era sul colle. Neanche è una piazza di impronta fortemente religiosa poiché la Parrocchiale pur prospettando su tale invaso ne rimane in qualche modo discosta per l’imponente scalinata d’accesso; essa appare tutt’al più come fondale visivo della piazza. Dato il sensibile dislivello tra l’entrata della chiesa e la quota della piazza quest’ultima non funge da sagrato. La chiesa nella sua versione ottocentesca è sicuramente più grande di quella distrutta dal sisma del 1805, il sedime non si sovrappone a quello della vecchia fabbrica religiosa, in parte è su rilevato, circa la metà; l’imponenza degli edifici di culto è una costante da quel periodo in poi.

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