Metamorfosi e luce nei versi di Simona Volpe

di Giovanni Petta

È uscito in questi giorni, per Poesia Edizioni, «Pelle di nespola» di Simona Volpe. È la quarta raccolta poetica della poetessa del sorriso delle cose, dell’autrice più attenta ai riflessi occhieggianti degli oggetti e degli esseri viventi, animali o vegetali che siano, sempre disposta all’ascolto della più piccola vibrazione proveniente dalla materia dell’Universo.

Dal colore e dai profumi della “salvia e dello zafferano” della prima raccolta, attraverso le “ragioni del cappero” della seconda e la persistenza urticante del“l’ortica” della successiva, Simona Volpe giunge, matura ed equilibrata, alla pazienza straripante della “nespola”. Ognuno degli elementi utilizzati per i titoli dei suoi lavori rimanda alla simbologia tradizionale degli erbari medievali ma, nello specifico, si aggiungono proprietà che solo il poeta coglie e codifica, significati di straordinaria efficacia per comprendere le stasi risolutive − quando riescono a essere tali − delle solitudini contemporanee.

Così, l’autonomia e l’intelligenza pragmatica di Penelope, la bellezza vulnerabile di Euridice, la ribellione etica di Antigone e la curiositas di Psiche − sono i titoli delle sezioni del libro − vengono immediatamente proiettate nei movimenti quotidiani delle donne che vivono la nostra era digitale. I fenomeni osservati sono cristallizzati in versi di nitida chiarezza formale e dall’esplicitazione di profondità mai completamente rivelate. Tali significati non sono irraggiungibili ma vengono tenuti volutamente in una penombra necessaria: «abbiamo spento le luci / per non farci più male». Che senso avrebbe svelare ciò che è comunque conosciuto e che potrebbe soltanto, preso di nuovo in considerazione, rinnovare un dolore?

Come nella termodinamica, anche in questo libro tutto si trasforma allo scopo di rimanere nel flusso continuo dell’esistenza senza procurarsi e procurare danni irreparabili. “Caliti iuncu ca passa la china” cantava Battiato rifacendosi a un antico proverbio siciliano: “Piegati giunco che passa la piena”. Una esortazione a non resistere inutilmente, a non opporsi alla piena del fiume, a rimanere dentro il fluire dell’esistenza piegandosi nel momento della tempesta e rialzarsi poi, come fa il giunco, una volta tornati alla normalità. «Nessuno schianto, né addio solenne // Solo un lento, inesorabile / scivolare in altre vite. Annodati / come fazzoletti bianchi a una canna.» E, ancora, «Mi piego, mi incrino / mi lascio attraversare; / resto intera solo perché tremo.» E cos’è tale “piegarsi” − caliti iuncu… − se non una trasformazione, una consapevole metamorfosi del sé faticosamente conosciuto e di cui si è finalmente padroni? «Ci sono cose che non si rompono / semplicemente non accadono.» O si fa in modo che non accadano.

Così, «nello sforzo di somigliare a tutto» c’è la conquista di una libertà invincibile. Per difendere tale libertà si evita di condividere la propria condizione, la si lascia protetta nella dimensione dell’invisibile: «Le parole ci avrebbero divisi». E per «l’eclissi del sé», conseguenza inevitabile del sacrificio del silenzio, si chiede perdono «perché, sottostando, ho avallato / la mano che trasformava il mio pulsare / in un’eclissi.» Eclissi, appunto. Tuttavia, il silenzio, la condizione scelta per vivere consapevoli e intatti, torna presto e definitivamente a essere la scelta migliore perché «C’è una grazia selvatica nel restare sparsi / nel dismettere l’assedio di volersi interi.»

E, nonostante ci sia sempre un momento da ricordare con nostalgia… Nonostante ci sia sempre qualcosa che non arriva a essere ciò che dovrebbe essere… Nonostante ciò, la vita risolve, trova una via alternativa, arriva comunque da qualche parte. Anche se la meta non è più quella per cui si è partiti. Nel tragitto si è anch’essa metamorfizzata. Ma va bene così: «E fu quasi vino e fu quasi voce / e bastò.»

Infine, la luce. La vibrazione di quella energia amata dalla poetessa più di ogni altra cosa. Osservata in continuazione e fermata nei versi con puntualità straordinaria, con cura. Nel laboratorio prezioso di Simona Volpe si raccoglie e si descrive lo scintillìo, il baluginìo, il lampeggiare lontano, lo sfavillare gioioso, il luccichìo e il brillare, «le oscillazioni / del grano e delle fedi»… Come si fa a non pensare alle “scaglie di mare” del meriggiare di Montale? Quel “komorebi” così novecentesco, e tuttavia eterno, della nostra tradizione poetica più bella?

La luce dei versi di Simona Volpe è energia efficacissima e necessaria per rimanere nella vita, per partecipare, per condividere. E, nel tentativo di realizzare a ogni costo un’esistenza felice, non c’è mai un accantonamento superficiale del dolore. Il dolore viene attraversato senza aggiramenti, non è mai deriso ma rispettato sorridendo, non è mai combattuto ma riconosciuto e chiamato. La poetessa sa bene cosa deve fare − «Spaccare la cornea a metà / tenendo con me / quella che non piange» − sicura che arriverà il bene. Anche nel deserto di umanità in cui viviamo, ci sarà il miracolo di quel «seme caduto senza chiedere terra / che sogna radici nel cuore del vento.»

Simona Volpe

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