Una facciata non sfacciata

Quella della chiesa di Cantalupo persegue la discrezione non la sfacciataggine. È modesta non nel senso di incolore, di scarsa significatività bensì in quello di volontà di rifuggire all’esibizionismo

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Come si conviene per descrivere un edificio si inizia dalla facciata e così faremo. Essa è una classica facciata a salienti cioè scalettata alla stessa maniera di come è scalettato l’interno della costruzione, la navata centrale è più alta delle laterali. Si può essere tacciati di pedanteria e, però, lo si dice lo stesso che è una tipologia distinta da quella a capanna la quale ha la forma a V capovolta, ovvero con le due falde continue e non suddivise ognuna in 2 monconi, con la medesima inclinazione, come succede in quella a salienti. È una facciata che si presta ad essere tripartita, le 3 parti sono delimitate da lesene (non paraste perché non elementi portanti bensì semplici modanature).

Le lesene che delimitano la parte che è al centro possono essere definite ad “ordine gigante” e si spiega subito il perché. Tali lesene, lo si ripete quelle che contornano la porzione intermedia del fronte, sono dotate in testata di capitelli, qui in stile ionico, quindi risultando rispettose dei canoni dell’architettura greco-romana alla quale si deve la creazione degli ordini architettonici; le lesene che stanno ai lati chiudendo il prospetto, pur presentando come le altre una scanalatura, un’unica scanalatura, verticale ricorrente, in numero variabile, nei fusti colonnari dell’antichità, mancano del capitello. Per quanto riguarda la qualificazione “gigante” dell’ordine essa spetta a quelle che definiscono la fascia mediana della facciata perché la sua elevazione equivale a due piani di un corpo di fabbrica ordinario sopravanzando, comunque, in altezza le fasce laterali e, di conseguenza le relative lesene. Non sarebbe stato obbligatorio, di certo, adottare l’ordine gigante in quanto ci sarebbe stata la possibilità di una soluzione compositiva differente suddividendo le lesene presenti nel riquadro ovvero porzione, parte, fascia, settore, intermedio del prospetto in 2 segmenti, segmento inferiore alto quanto le lesene collocate alle, diciamo così, ali; si sarebbero ottenute in tale modo 4 lesene uguali fra loro che identificano un piano inferiore della facciata e 2 lesene al piano superiore, corte perché è un piano attico il quale in quanto tale è di dimensione verticale contenuta, presente unicamente nel mezzo della parete frontale della chiesa.

L’immagine che, invece, si è voluta perseguire nel disegno della facciata per la sua porzione in posizione baricentrica che è larga un po’ più di un terzo della stessa in quanto corrispondente alla navata principale è quella di un templio e a ciò concorre la sua terminazione costituita da un frontone. Dunque, per il progetto della facciata della Parrocchiale di Cantalupo ci si è ispirati all’architettura templare come rivisitata dal Valadier nella sua chiesa di San Rocco a Roma cui ha tratto ispirazione pure Bernardino Musenga per la chiesa di San Michele Arcangelo a Baranello, siamo nel periodo neoclassico; tutti e tre questi episodi architettonici hanno la sagoma scalettata in entrambi i versi con un elemento emergente richiamante un pronao e avancorpi che fanno da contrappunto ad esso, ma non è copiatura bensì reinterpretazione di un modello. Subitaneamente da cima passiamo a fondo, al basamento che è uno zoccolo basso in pietra il quale serve anche a conferire orizzontalità alla base della chiesa.

Da notare che il terreno su cui poggia in lieve pendenza comporta che il numero di gradini che precedono gli ingressi è variabile, quello più a valle ne ha di più per cui le pedate si trovano ad invadere lo spazio antistante al luogo di culto; la scaletta al fine di favorire la circolazione viaria, motivazione impropria, è stata tolta. Dopo essere scesi fin giù adesso risaliamo un po’ e ci fermiamo alla quota delle porte le quali sono 3 rispettando la tripartizione del fronte. Quella intermedia è assai più ampia delle altre due e, del resto, in una chiesa necessita un varco capiente non fosse altro che per far uscire le statue, qui quella di Sant’Anna il 26 luglio, in processione. A manifestazione della sua primazia tale portone è sormontato oltre che da una piattabanda smussata da una aulica mostra lapidea; nel portale è incisa la data 1732, risalente perciò a prima del terremoto del 1805 che distrusse il precedente edificio. All’ingresso più grande corrisponde la finestra più grande e nello stesso tempo più in alto anch’essa dagli angoli arrotondati e non potrebbe essere altrimenti perché siamo in corrispondenza della navata più grande. Nel frontone vi è un oculo trilobato, quindi non un mero buco per la presa d’aria del sottotetto. Da una lettura di tipo bidimensionale concentrata sul lato corto, l’unico rappresentativo, i lunghi sono scarsamente significativi, andiamo ad una analisi tridimensionale non prima di aver sottolineato che finestrature compaiono in ogni lato perché è un fabbricato isolato, non è in aderenza di altre strutture edilizie, anzi è meglio dire che la chiesa è un isolato urbano. La tridimensionalità è data dalla sua spinta articolazione volumetrica. Qui si evidenziano i volumi della zona absidale assai mossi: le 3 absidi, molto profonde tanto da figurare, almeno una delle 2 minori, i corpi più bassi della chiesa, quale cappella “feriale”, in cui cioè si celebra la messa nei giorni feriali. In quanto rettangolari sono necessariamente estroflesse e, però, non risultano avvincenti come quelle poligonali o semi-circolari; esse non si manifestano all’esterno se non che con finestrelle lunettate.

Tra i volumi andrebbe incluso anche il campanile con il quale si aggiungerebbe una dimensione verticale al corpo di fabbrica della chiesa che è, all’opposto, orizzontale.

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