Il dentro e il fuori dell’ospedale

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Francesco Manfredi-Selvaggi

I nosocomi si presentano come strutture monolitiche ed invece essi sono funzionalmente assai articolati sia all’esterno che all’interno

Nel descrivere le diverse parti nelle quali si articola un ospedale, “macchina” complessa che seppure si presenta come un blocco edilizio unitario è costituito da molteplici “ingranaggi”. È emblematica l’immagine dell’ospedale Cardarelli che si percepisce dalla sottostante superstrada il quale appare quale autentica muraglia, richiamando i manufatti fortificati, sensazione rafforzata dall’impiego in facciata di materiali grezzi, il cemento faccia vista del telaio e il ghiaino dei pannelli. Cominciamo dalle appendici esterne più facili da illustrare perché elementi fisici semplici e funzionalmente chiari.

Partendo da lontano vediamo l’eliporto per la cui realizzazione si sono spesi molti soldi, ma che è una necessaria integrazione alle ambulanze del “118” in quanto il Molise è un territorio morfologicamente complesso con problemi di accessibilità stradale e conseguente difficoltà di raggiungere i malati. Sempre muovendoci dal di fuori al di dentro del complesso ospedaliero (sia Campobasso, sia Isernia, sia Termoli) per così dire, troviamo la pensilina della fermata autobus; le corse di linea cittadine che raggiungono la Cattolica e il Cardarelli sono frequenti tanto che può essere inteso quale servizio navetta che parte dal Terminal; esso è indispensabile per gli spostamenti di coloro che usufruiscono del day hospital e per i visitatori.

È importante, inoltre, per gli accompagnatori dei malati che vengono da fuori regione (una certa aliquota di mobilità interregionale è attuata dalla Cattolica), ma anche che provengono da paesi distanti dal capoluogo molisano e che, magari, per il periodo di degenza del proprio congiunto o amico soggiornano in pensioni o bed and breakfast. I collegamenti con mezzi di trasporto collettivo, se efficienti e continui, ricostruiscono quel rapporto stretto che vi è sempre stato tra Campobasso e il centro di cure prima collocato proprio ai margini del «borgo murattiano»; stiamo parlando, è ovvio, del Cardarelli che i campobassani considerano ancora il “loro” ospedale anche se per ridurre la mobilità “passiva”, quella verso altre regioni, vera piaga qui da noi, forse sarebbe opportuna una campagna di promozione dell’immagine.

Di certo deve essere posizionato abbastanza lontano dall’edificio sede dell’ospedale l’inceneritore dei rifiuti (pannoloni, garze, ecc.), così come deve avere una collocazione separata il deposito di quelli radioattivi (essenzialmente le lastre della radiografia). Infine, al perimetro della zona ospedaliera, a presidiare l’ingresso vi è una postazione di vigilanza perché la sicurezza è un fattore essenziale per la tranquillità lavorativa degli operatori sanitari. Da tale accesso unico si diramano due percorsi, uno pedonale per raggiungere il nucleo centrale dell’ospedale e uno carrabile, destinato alle ambulanze che trasportano i pazienti al Pronto Soccorso; questo secondo percorso deve essere del tutto autonomo rispetto al resto delle percorrenze. Le attività che abbiamo illustrato finora sono, normalmente, gestite da privati.

Tutto ciò che è stato ritenuto accessorio viene dato in affidamento a terzi, riservandosi l’azienda sanitaria la conduzione del «core service». Le mansioni complementari ai trattamenti curativi comprendono, inoltre, prestazioni lavorative situate internamente all’ospedale e vanno dalla cucina alla lavanderia, dal sistema informativo alla pulizia dei locali. Non sono, è evidente, cose secondarie, bensì indispensabili per supportare la mission della struttura sanitaria, la cura degli ammalati. Finora abbiamo distinto in modo netto ciò che è all’aperto da ciò che è al chiuso, ma non ovunque c’è una separazione netta perché esistono anche spazi di transizione.

In generale nei nostri nosocomi questi momenti di passaggio sono appena accennati; mentre alla Cattolica tale momento viene addirittura esaltato con la previsione all’entrata di una piazza coperta. Un simile luogo non serve unicamente quale snodo delle percorrenze tra i vari reparti o come gigantesco atrio quanto piuttosto esso rappresenta un’occasione di socializzazione per la vita ospedaliera. Esso non è assolutamente uno spreco di superficie ne ha niente a che vedere con le gallerie e le rotonde vetrate dei centri commerciali pur richiamandone le forme, non è un fattore di attrazione dei clienti cioè non serve a suggestionare chi visita l’ospedale alla stregua di un qualcosa che appartiene ad una strategia di marketing.

Eppure sarebbe lecito pensarlo perché la sanità è entrata nell’era della concorrenza e questa è una struttura privata in competizione, in un mercato regionale ed extraregionale, con altre realtà. Tale piazza, lo si ribadisce, non la si può ridurre ad una questione di immagine anche se conferisce “decoro” all’istituto sanitario. Non è neppure assimilabile alla hall di un albergo poiché non si riduce ad un punto di attesa per i malati prima di essere smistati alle zone di visita e di cura, la hall di quell’ospedale-albergo che aveva in mente Umberto Veronesi.

È un nodo strategico dell’organizzazione sanitaria e di introduzione ai servizi che offre l’ospedale e quindi qui si trovano gli sportelli di front office, un po’ il desk della reception alberghiera, per rimanere nella similitudine precedente. Sarebbe opportuna una postazione per l’accettazione di reclami che si affianchi a quella dove si forniscono informazioni che al Cardarelli è appena accennata avendo concesso una bacheca che dà visibilità al Tribunale per i diritti del malato il quale supplisce, per certi versi, essendo un’associazione di volontariato, all’ufficio relazioni con il pubblico (URP).

Nella piazza vi è il bar e la rivendita dei giornali e può diventare il posto di incontro tra i ricoverati e i loro “ospiti”, i visitatori. Rappresenta, in definitiva un tentativo di umanizzazione dell’assistenza ospedaliera, una filosofia che dovrebbe permeare l’intera organizzazione del nosocomio affinché la vita si possa avvicinare a quella normale, continuando le abitudini, ad esempio, l’incontro con gli amici al caffè, pure nel periodo della malattia. La piazza viene ad essere un’estensione dello spazio esistenziale del degente al di là della propria stanza. Addirittura nella piazza è ipotizzabile, in orari che non causano disturbi, organizzare un concerto o uno spettacolo teatrale (meno rumoroso).

Francesco Manfredi Selvaggi147 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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