Bene Comune Festival: prima giornata

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Si è svolta ieri sera, a Casacalenda, la prima giornata del “Festival del bene comune”.
Il festival si è aperto con l’intervento istituzionale della Sindaca di Casacalenda Sabrina Lallitto che ha dichiarato l’apprezzamento dell’Amministrazione e suo personale per il tenore della manifestazione al suo esordio e per averla situata a Casacalenda, che ha fatto dell’evenemenzialità culturale un asset fondamentale della sua prospettiva sociale ed economica.

La manifestazione è una “subdola operazione di marketing”, ha detto scherzando il direttore della rivista culturale intitolata per l’appunto “Il Bene Comune”, alludendo alla duplice lettura a cui si presta il titolo del Festival.

Antonio Ruggieri ha introdotto la tre giorni di eventi e dibattiti spiegando che il Molise patisce più di ogni altra cosa, la mancanza di speranza nel futuro.

L’identità del Molise contemporaneo, più che discendere dai sanniti, si è delineata attorno all’azione politica della democrazia cristiana che ha gestito la nostra modernizzazione e che ha saputo costruire gramscianamente, grazie alle risorse endogene all’epoca cospicue, il blocco sociale conservatore che ha dominato la regione fino alla metà degli anni ‘90. Occorre, dunque, rompere l’assedio del presente, guardare la futuro con più coraggio e rompere il recinto che racchiude le nostre potenzialità. Bisogna dare vita ad un nuovo blocco sociale progressista che sappia riconoscere le vocazioni del nostro territorio, tenendo presente che l’attuale ceto politico, a causa della dissoluzione dei partiti, non ha più le risorse intellettuali e organizzative per guidare una simile transizione. La nostra comunità dovrà dunque darsi da sola gli strumenti necessari per compiere questo passaggio indispensabile e diventare competente attraverso l’elemento cardinale – questo sì veramente rivoluzionario – della partecipazione.

“Il Festival rientra appunto nel tentativo di stimolare un dibattito attorno alla necessità di dotarci di un nuovo modello di sviluppo, coerente con le nostre vocazioni, che ci emancipi definitivamente dalla figura salvifica dell’imprenditore che viene dal nord per salvarci. I soggetti protagonisti di questa tre giorni – ha concluso Ruggieri – saranno quelli che abbiamo individuato come i più importanti agenti sociali attorno ai quali impalcare una proposta alternativa: il sindacato, la chiesa di Bergoglio e l’Università che è la catalisi della nostra intelligenza sociale. “Un altro mondo è possibile – ha concluso Ruggieri – e si può realizzare con la partecipazione ativa dei cittadini. Così si diventa competenti e al tempo stesso rivoluzionari perché, come diciamo sempre, l’utopia non è quello che non c’è, ma è quello che non c’è ANCORA”.

Dopo l’introduzione di Antonio Ruggieri, sono intervenuti il presidente regionale dei medici per l’ambiente Bartolomeo Terzano, e quello provinciale Gennaro Barone. Entrambi hanno affrontato il tema urgentissimo della tutela ambientale per la salute dei cittadini. Barone ha accennato alla drammatica situazione politica internazionale, con personaggi come Trump e Bolsonaro, il neo presidente del Brasile, che in spregio agli appelli della comunità internazionale, si spingono fino al punto di negare il riscaldamento globale e l’emergenza ambientale. Bartolomeo Terzano è entrato nello specifico del contesto locale sottolineando come il paradigma industrialista, con la conseguente centralità dei combustibili fossili, stia spingendo l’eco-sistema verso un punto catastrofico scongiurabile solo a patto di invertire immediatamente il processo in atto, attraverso il perseguimento di un nuovo modello di sviluppo che abbia a cuore il capitale umano più di quello finanziario.

E’ stata poi la volta di Monsignor Giancarlo Bregantini, Arcivescovo della Diocesi di Campobasso-Bojano, che ha delineato quelli che sono alcuni dei fondamenti del pensiero di Papa Francesco in merito al tema di bene comune. Dei veri e propri paradigmi nuovi, frutto anche dell’esperienza di Bergoglio nella sua Argentina, terra massacrata dalla crisi economica. In questo contesto, il Papa ha elaborato una nuova ecologia del bene comune che prevede la condivisione di idee e processi partendo dal basso, superando i conflitti e l’ansia di risultati immediati e privilegiando quello che è il tutto rispetto alle singole parti che lo compongono.

“Con l’enciclica Laudato si, testo fondamentale che parla della cura di noi stessi e dell’intero creato, Papa Francesco ha ben sottolineato la differenza abissale che c’è tra bene comune e benessere, tra mediazione e compromesso, rifuggendo l’uso egoistico delle posizioni di potere per accumulare abbondanza materiale a discapito della collettività”, ha detto Bregantini.

“Così inteso, il benessere genera divisioni, genera il male della corruzione. Il bene comune è superiore alla somma dei singoli interessi; è un passaggio da ciò che “è meglio per me” a ciò che “è meglio per tutti”, ha rilanciato Bregantini utilizzando le parole stesse di Bergoglio.

Ha concluso la prima giornata del Festival l’intervento di Letizia Bindi, antropologa e docente Unimol che ha messo in evidenza l’importanza della nozione di bene comune legata all’idea di partecipazione e di condivisione che va al di là della contrapposizione tra stranieri e autoctoni, ma che ha a vedere, invece, con i processi decisionali che determinano le scelte strategiche per la collettività.

Ha proseguito, poi, passando ad analizzare il tema più specifico di bene comune come valore di accoglienza: l’integrazione nelle nostre comunità non può prescindere dalla considerazione che se da un luogo sono stati gli stessi nativi ad andare via, inserire migranti in questo tipo di contesto senza renderlo di nuovo attrattivo sia per loro che per gli stessi abitanti autoctoni, si rischia di non risolvere il problema, ma, anzi, lo si acuisce andando a generare una serie di contrapposizioni sistematiche.

“Il sistema dell’accoglienza è legato alle competenze, al sapere che cosa fare delle comunità. E’ necessario avere un’idea di sviluppo condivisa e sostenibile che possa rigenerare opportunità e potenzialità dei territori, dando modo alle persone di rimanere. Esattamente il concetto di “restanza” così ben spiegato da un maestro dell’antropologia come Vito Teti”, ha concluso tra gli applausi della platea.

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