La teoria del crooner di Campobasso

È davvero inimmaginabile che un molisano possa lasciar passare il Natale 2020 – questo Natale così drammatico e forzatamente casalingo – senza leggere «Fred Bongusto, il crooner che fece sognare l’Italia» di Giuseppe Tabasso.

Sono obbligati a leggerlo quei molisani che credono ancora nella possibilità di delineare una qualche identità regionale, e di vedere finalmente definita l’originalità propria di un territorio, perché Fred Bongusto è riuscito a distillare uno stile contaminatissimo ma originale, riconoscibile, senza mai rivelare alcuna vicinanza alla tradizione musicale pugliese, al salterello abruzzese, agli stornelli romani. E se qualcosa di napoletano c’è in lui – come potrebbe non esserci? –, è dello stesso tipo di ciò che è contenuto in ogni artista italiano, persino nel genovese Fabrizio de André. Partendo da un punto geografico minuscolo, schiacciato da quattro regioni di ben altra tradizione culturale, il “musicante” di Campobasso ha trovato se stesso percorrendo un binario personalissimo, da “chansonnier intimiste” – come lo definì il critico musicale di France Soir -, e aprendosi senza alcun imbarazzo al mondo intero. E che mondo! Dalla “Bussola” di Marina di Pietrasanta a Vinicius de Moraes e Toquinho, dal Festival di Sanremo a Visconti e Lattuada.

Sono obbligati a leggerlo anche i molisani che oramai odiano il Molise e che non ne possono più di vedere il loro territorio abbandonato alla malora, all’incuria delle istituzioni e degli stessi abitanti; quelli che ce l’hanno con il destino che li ha visti nascere nel Medioriente d’Italia. «Cosa sarei oggi se fossi rimasto in Molise? – diceva, infatti, lo stesso Bongusto – Come si fa a dirlo? Credo troppo al destino… forse, chissà, oggi come oggi sarei un incazzato!»

Devono leggerlo i molisani che lottano ogni giorno per realizzarsi e che sperano di veder riconosciuti i loro sforzi dai corregionali. Quei molisani che ad ogni vittoria professionale – vittorie che portano il Molise in zone un po’ più luminose di quella buia e ombrosa in cui da sempre siamo condannati – sperano di ricevere un grazie, una pacca sulla spalla, i complimenti sinceri di chi vive la stessa città o regione e che, invece, si voltano indietro e trovano il deserto, l’indifferenza, il pettegolezzo, il lavorìo subdolo e sottile per sminuire quanto è stato fatto con sacrificio, passione, fatica. «È incredibile… – diceva Bongusto – ma nei negozi di dischi di Campobasso io non esisto!»

Eppure di dischi Fred Bongusto ne aveva venduti milioni! Aveva inciso tante canzoni e tante ne aveva portato al successo. Aveva composto una trentina di colonne sonore e aveva vinto due “Nastri d’argento” per quelle di “Oh Serafina!” e “La cicala”. Aveva tenuto concerti in ogni angolo del pianeta, dalle tournée giovanili a Beirut con il giovanissimo Sergio Endrigo a quelle in Sudamerica, continente continuamente visitato per amore del clima e della musica: «Sono un creatura solare, sto bene solo ai climi caldi, forse perché ho sofferto troppo freddo da piccolo».

Il libro di Tabasso ripercorre le tappe fondamentali della vita di Bongusto, sostenuto da una puntuale appendice biografica di Tiziano Carrozza e un corredo fotografico inedito e sorprendente.

Riporta episodi dell’infanzia e dell’adolescenza campobassana e gli incontri strepitosi con i personaggi dello spettacolo e della cultura che, negli anni Cinquanta-Settanta, davano effervescenza e vitalità a un Paese che voleva allontanarsi velocemente dai disastri della guerra.

Racconta la formazione musicale, le amicizie, il “socialismo umanitario”, le hit, la ricerca e l’ottenimento di un successo bello perché pulito, ottenuto senza sgomitare. Persino la sua capacità di non rendere mai pan per focaccia: «Io in conflitto con il Molise? Scherziamo? Il Molise mi ha insegnato quella cosa speciale che si ritrova in tutte le mie musiche: la malinconia».

Ancora: nel libro di Tabasso troviamo episodi di una vita così piena, mai monotona, che sorprendono e sanno di incredibile; come quello raccontato da Stefano Disegni e relativo alla partecipazione, nel 1971, al Festival Pop di Palermo. «Il pubblico (…) era l’esatto contrario di quello dei night e della televisione, composto da giovani fascinati dagli echi di Woodstock che andavano in visibilio per band (…) come i Black Sabbath e i Colosseum (…) Il pubblico, trepidante, aspettava uno dei tanti special guest, quando sul palco salì un musicista mezzo travestito da rockstar americana di cui nessuno sapeva nulla. (…) Dalla chitarra partono note di blues, le corde vibrano, la frequenza della musica esplode e azzittisce il brusio di ventimila spettatori. Poi il tizio si mette a cantare un blues. Muddy waters, mi pare. Si fa silenzio, la gente si calma e lui ne canta un altro, forse di John Lee Hooker, non ricordo. Poi un altro e un altro ancora, finché il pubblico di belve non si scioglie in un grandissimo applauso. Aveva capito che un vero bluesman si nascondeva dietro il travestimento di Bongusto, il quale – racconta Disegni – alla fine esplose in molisano stretto: “E mo fischiate…”»

Tabasso, insomma, ci fa conoscere da vicino – e finalmente! – un artista che ha coabitato con gli urlatori e lo ha fatto con eleganza, disegnando per se stesso un ruolo preciso, tutto suo, così da poter attraversare i decenni senza farsi condizionare dalle mode; un artista che ha fatto proprio dell’eleganza la sua cifra stilistica più riconoscibile e originale. Le sue canzoni sanno di nostalgia molisana ma parlano di Detroit, Malaga, Berlino… sono perle della canzone italiana ma sanno di fusion e cosmopolitismo… sono state scritte tempo fa ma suonano e parlano ancora nella contemporaneità. «Un celebre italiano d’America, Tiziano Ferro, – scrive Tabasso – ha raccontato che dietro la porta della sua casa di Los Angeles tiene affissi e ben visibili quattro poster dei suoi idoli: Giuni Russo, Califano, Mango e Fred Bongusto».

Giovanni Petta50 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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