La moda, gli zombies di Romero, l’ego e la sua decadenza

di William Mussini

Essere politicamente corretti significa che, ipocritamente non dico ciò che realmente penso di un fatto, ma mi limito ad usare una grammatica ed un vocabolario conformi ai nuovi canoni sociali, che non siano di rottura quindi ma di accomodamento. La premessa è d’obbligo in quanto continuando la lettura, capirete bene che non aderisco al politicamente corretto e che quindi i vocaboli, i riferimenti e le locuzioni impopolari che utilizzerò, sono l’espressione di una autenticità ben poco accomodante.

George Romero nel suo famoso film: “La notte dei morti viventi” (Night of the Living Dead, del 1968) poneva non proprio intenzionalmente in questo primo esperimento a basso budget, una nitida e puntuale riflessione su tutta una serie di aspetti dell’”American “Way of Life”: circoscritto interamente in una abitazione di legno assediata dai morti viventi, il film denunciava ad esempio, in maniera forse non casuale, il razzismo subdolo in molti dei “personaggi/specchio” costretti ad una convivenza forzata per sopravvivere; oltre a questo, tra le righe il discorso di Romero si spostava anche sulla critica a diversi valori fondamentali non soltanto della cultura statunitense, come l’istituzione della famiglia e delle classi sociali.

Nel successivo “Zombie” (Dawn of the Dead, del 1978) il discorso sottotraccia sulla decadenza della società americana si indirizzava contro il consumismo di massa: questa volta la storia si svolgeva dentro un confortevole e rassicurante centro commerciale, meta irrinunciabile degli zombies ex popolazione non pensante.

Il fanatismo militare e scientifico furono invece oggetto di forte critica ne “Il giorno degli zombi” (Day of the Dead, del 1985), fino ad arrivare alle radici del capitalismo nella pellicola “La terra dei morti viventi” (Land of the Dead, del 2005). Nel confermare la volontà di appropriazione di un genere come lo zombie-movie George A. Romero ha voluto nel contempo affermare non palesandolo sfacciatamente, la propria posizione critica ed ideologica rispetto la subcultura di appartenenza.

Proviamo adesso a scrivere (riscrivere) una bozza di idea per un soggetto cinematografico ispirandoci ai film di Romero, ai suoi Zombie e alla nostra attuale situazione di emergenza pandemica. Ci occorrono una serie di elementi: un virus letale scappato forse da un laboratorio ipertecnologico oppure da un mercatino di una metropoli orientale, una popolazione dedita al consumismo più cieco e in maggior parte priva della coscienza del sé, una classe politica che la rappresenti al meglio, un manipolo di finanzieri, banchieri, milionari con l’ego smisurato ed infine una “scienza” medica finanziata da case farmaceutiche. Pare proprio che non manchi nulla. Ecco come potrebbe essere l’incipit:

Sistema mondo/Italia 2020/21. Scritta rossa ben visibile al centro su schermo nero: Ogni riferimento a fatti realmente accaduti, cose o persone è puramente casuale!
È di moda in questi tempi di “psico-pandemia”, appoggiare fideisticaménte le raccomandazioni, spesso in contraddizione con le precedenti, dei numerosissimi esperti, virologi da salotto e affini, medici e specialisti di varie discipline scientifiche che quotidianamente da oltre un anno, unitamente ad una intera (o quasi) classe politica ed allo squadrone mediatico degli autoproclamati “professionisti dell’informazione”, ci insegnano come vivere nella paura e come evitare di ammalarci giacché hanno a cuore il nostro bene.

La moda: “aspetto e comportamento di una comunità sociale secondo il gusto particolare del momento”, è una manifestazione di gradimento contingente, passeggera e fondata spesso su di un presupposto effimero ed illusorio. I meccanismi psicologici che inducono una comunità di cittadini ad aderire ad una moda effimera e passeggera, sono esattamente gli stessi che la spingono ad accettare qualsivoglia nuovo paradigma dignitario, seppur inverosimile o contraddittorio.

Ricordiamo tutti i primi interventi televisivi dei nostri esperti, professori, ministri e politici in passerella mainstream quando dicevano ad esempio: “in Italia siamo prontissimi!” (Giuseppe Conte in risposta alla domanda della Gruber sul virus cinese nella trasmissione 8 e mezzo del 27 gennaio 2020); “… continuiamo costantemente ad aggiornarci col Ministro Speranza, deve tener conto che L’Italia in questo momento è il paese che ha adottato misure cautelative all’avanguardia rispetto agli altri, ancora più incisive ed in questo senso abbiamo adottato tutti i protocolli di prevenzione, possibili ed immaginabili…”.

Inutile ricordare poi cosa sia accaduto nei mesi seguenti, di quanto sia stata nei numeri fallimentare la gestione governativa della psico-pandemia (l’Italia “vanterebbe” il più alto numero di decessi con/in/su/per/tra/fra covid19 per milione di abitanti al mondo, vedi anche le recenti inchieste sulla discutibile gestione del piano pandemico sin dall’inizio dell’emergenza), nonostante l’adozione delle misure liberticide tra le più devastanti in assoluto che ancora adesso, tutti i “modaioli in smart working”, a distanza di un anno, per volere (così sembra) del riconfermato Ministro Speranza, continuano a considerarle indispensabili per il contrasto al contagio.

Ricordiamo ancora, ad esempio i vari Zingaretti & Co abbracciare nei TG i cinesi al ristorante, fare i “giovanotti” sui navigli a suon di abbracci e prosecchi, per poi ritrovarli qualche mese dopo con mascherine in faccia, sudaticci, col dito ammonitore alzato a dettare le regole del buon cittadino rispettoso e senza mai fare un mea culpa. Ricordiamo poi che dall’alto della disinteressata, insindacabile, incorruttibile competenza scientifica dei CTS e dell’OMS, piovevano ripetutamente ed in contraddizione le numerose raccomandazioni divenute pian piano mode passeggere.

Ricordate all’inizio? Cosa dicevano?: “le mascherine all’aperto non sono utili anzi dannose!”, poi la raccomandazione diventa: “mascherine ovunque! Anzi meglio se due!”, durante il primo, famigerato lockdown: “sanzioni salatissime e pubblica gogna a chi passeggia da solo in strada”, poi ancora di recente a seguito di studi approfonditi: “all’aperto le possibilità di essere contagiati e contagiare sono quasi nulle!”.

E mentre i modaioli timorati, rinchiusi in casa come se stesse per arrivare l’apocalisse si concedevano soltanto pochi attimi di respiro all’aria aperta per intonare inni italici e gridare il motto profetico con hashtag allegato: “ce la faremo!” oppure “restiamo a casa!”, i funerali della logica aristotelica e del buon senso si celebravano ovunque, mentre ci si dimenticava poco a poco di una Carta Costituzionale fatta letteralmente a pezzettini dai vari Dpcm, nel silenzio quasi assoluto della parte ancora ipoteticamente non assuefatta dei comparti giudiziari, culturali, artistici ed intellettuali del paese.

Appare quindi abbastanza chiaro il quadro dell’intera situazione. La popolazione italica, oramai per la maggior parte terrorizzata dopo mesi di prime pagine dai titoli funesti e TG allarmistici sui numeri di tamponi, contagi, asintomatici, positivi e decessi giornalieri, adesso è disposta a seguire pur con qualche mugugno malcelato, tutto ciò che dall’alto le viene “consigliato”. L’ego di pochi trionfa sulla insipienza di molti. Le grandi e potenti corporazioni si arricchiscono sempre di più mentre gli autonomi, i piccoli imprenditori obbligati ad un fermo biologico ad oltranza, censurati e fatti passare dai media mainstream per nazisti negazionisti, vedono svanire sempre più la speranza, aggrappandosi alle ultime rimostranze per ora ancora permesse.

La decadenza dell’ego elitario neoliberista affiora pian piano in tutta la sua marcescenza. Non ci resta che immaginare per quest’opera di finzione, un finale utopico e rivoluzionario simile a quello che il buon Romero ha mostrato nel quarto capitolo della sua fortunata serie. Ne “La terra dei morti viventi” del 2005, il suo film più esplicitamente politico, “la società è divisa in classi rigidissime – i ricchi sono asserragliati all’interno di una cittadella-fortezza e i poveri sono invece costretti a difendersi dalle orde di non morti. Questi ultimi però inaspettatamente, un esercito di operai, meccanici e macellai, hanno malgrado tutto raggiunto un nuovo livello di evoluzione, in particolare un grosso zombi-benzinaio che finisce poi per guidare i compagni all’assalto della città dei vivi. Un vero e proprio esercito di proletariato alla riscossa”.

William Mussini34 Posts

Creativo, autore, regista cinematografico e teatrale. Libertario responsabile e attivista del pensiero critico. Ha all'attivo un lungometraggio, numerosi cortometraggi premiati in festival Internazionali, diversi documentari inerenti problematiche storiche, sociali e di promozione culturale. Da sempre appassionato di filosofia, cinema e letteratura. Attualmente impegnato come regista nella società cinematografica e teatrale INCAS produzioni di Campobasso.

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