Tromboni, trombette e pappagalli

di William Mussini

I portavoce del pensiero unico ai tempi del Truman Show

Secondo l’autorevole associazione internazionale Reporters Sans Frontiers (la più grande associazione internazionale in difesa dei giornalisti di tutti il mondo) l’Italia si ritroverebbe ancora oggi, come già nel 2020, al 41esimo posto nella classifica mondiale sulla libertà di stampa, scendendo ulteriormente di 1.29 punti rispetto al 2019.

La nostra stampa generalista, quella che dicono essere la più letta, apprezzata dai cittadini e più venduta, pare sia dunque vittima di intimidazioni, corruzione, minacce e altre forme di persuasione benevola (forse sotto forma di bonifici ed incentivi da non rifiutare), che la renderebbero meno “libera” per propria convenienza o per coercizione, rispetto a quelle di Paesi come ad esempio il Ghana, il Sud Africa, il Burkina Faso, il Botswana.

Alcuni analisti fra i giornalisti che sono intervenuti a difesa della categoria, sostengono che la parola “libertà”, nel caso specifico, debba essere utilizzata in riferimento alle pressioni, alle violenze ed alle intimidazioni che subisce la categoria, nonché ad un eventuale ricatto da parte di editori, di politici o del mafioso di turno, tutti fenomeni notoriamente diffusi che renderebbero difficile la vita all’onesto cronista italiano.

Per i difensori dei giornalisti italiani, il 41esimo posto al mondo risulterebbe quindi essere la conseguenza di ingerenze, pressioni psicologiche e minacce perpetrate ai loro danni, limitando la sacrosanta libertà di espressione e di cronaca. Potremmo affermare che questa loro disamina sia in parte condivisibile ma anche che non chiarisce affatto l’intero quadro della reale situazione.

A detta di molti critici del mondo mediatico italiano infatti, i criteri di giudizio adottati del RSF, non sarebbero affatto oggettivi. Essi si basano, dicono, sull’analisi dei dati spesso forniti da operatori del settore, quindi dagli stessi giornalisti che valutano la situazione “libertà di stampa” in base al loro personale punto di vista. Il meccanismo di valutazione da parte del RSF appare quindi un tantino inverosimile, poco chiaro, approssimativo, proprio perché non chiarisce che tipo di significato ed accezione si vuole dare alla parola “libertà”.

Fatti i dovuti distinguo, senza demonizzare in toto la categoria, domandiamoci: quale è la differenza tra quel giornalista che viene pagato dal suo editore per dire cose anche manipolate, e che, pur di non perdere il posto di lavoro acconsente al ricatto, e quel giornalista che, invece, non racconta verità per timore, poiché gli viene impedito, attraverso intimidazioni, di poter scrivere e riferire di fatti scomodi a soggetti esterni, occulti e dispotici? Sono entrambi vittime allo stesso modo ed andrebbero difesi a prescindere? Quale dei due cronisti oltraggerebbe maggiormente la deontologia professionale? Ed in base a quale criterio si stabilisce chi dei due è più o meno intellettualmente onesto dell’altro?

Per tentare di essere più chiari e capire quali sono da sempre i meccanismi subdoli che minano la libertà di stampa ed occultano la verità dei fatti, nel nostro benedetto Truman Show mediatico, facciamo un esempio concreto: torniamo agli anni della prima Repubblica, precisamente al 9 maggio del 1978, quando, sui binari della tratta ferroviaria Trapani-Palermo, nei pressi di Cinisi, venne ritrovato il corpo dilaniato del giornalista e politico Peppino Impastato. Come tutti sanno, Impastato fu un accanito oppositore del boss mafioso (suo zio) Gaetano Badalamenti.

Peppino era comunista e si batteva quotidianamente per denunciare e ottenere giustizia, lanciando accuse e sbeffeggi al diretto interessato Badalamenti, dalle antenne della sua Radio Aut. Impastato dava fastidio ai mafiosi, ai suoi parenti ed amici, ma anche ad una classe politica collusa ed a quei cittadini conniventi che avrebbero preferito continuare a vivere senza patimenti ulteriori, in completa e compiacente omertà. Questa, come ben sappiamo, è la verità storica tenuta nascosta dai nostri autorevoli giornalisti per diversi anni e avallata definitivamente soltanto dopo un processo interminabile ed un lungo periodo di falsità, omertà e delazioni.

All’indomani del ritrovamento dei suoi resti, ci furono autorevoli giornalisti di quotidiani nazionali che chiameremo da ora in poi “tromboni”, che ebbero il coraggio di titolare gli articoli sulla morte del giovane compagno Impastato come riporto di seguito:

L’Unità: “Militante di Dp: attentatore o suicida? Dilaniato da una carica di esplosivo sulla ferrovia fra Trapani e Palermo”. Paese Sera: “Candidato di Democrazia Proletaria dilaniato da un ordigno sui binari. Attentato o suicidio?”. La Repubblica: “Era un candidato di Dp in Sicilia. Si è ucciso o è un delitto di mafia? Dilaniato da una bomba sui binari” Stampa Sera: “Ultrà di sinistra dilaniato dall’esplosione. Suicidio?” La Stampa: “Suicidio, delitto mafioso o attentato?” Corriere della Sera: “Ultrà di sinistra dilaniato dalla sua bomba sui binario. All’ipotesi dell’attentatore si intreccia quella del suicidio”. Il Giornale nuovo: “Delitto, suicidio o incidente sul lavoro?”. L’Avanti: “Attentatore dilaniato da una bomba. Esponente di DP voleva far saltare la linea ferrata Trapani-Palermo?”.

Il Popolo: “Dilaniato da un ordigno giovane esponente di Dp. Probabilmente stava preparando un attentato lungo i binari”. Vita Sera: “Ultrà di sinistra muore a Palermo preparando un attentato”. L’Ansa fece vari take dipingendo l’immagine di un terrorista o al massimo di un terrorista impazzito. Cronaca Vera: “È saltato in aria da solo”. L’Espresso: “Dinamitardi. Ai funerali c’era tutta Mafiopoli. Peppino Impastato “gruppettaro” salta in aria. Uno strano suicidio. E se fosse stata la mafia?”.

I tromboni che scrissero quei titoli allusivi e tendenziosi e quegli articoli, appartenevano quasi certamente, nella migliore delle ipotesi, a quella tipologia di cui sopra, che per viltà, per servilismo, o per incapacità, assecondavano quei poteri interessati che intimavano di raccontare solo porzioni di verità e menzogne diffamanti, secondo uno schema ben collaudato di propaganda politica.

A rappresentare il potere e l’autorevolezza di turno, nel caso specifico dell’omicidio Impastato, fu l’allora Maggiore dei carabinieri Antonio Subranni che si occupò del caso, il quale sposando molto spesso la tesi dell’incidente sul lavoro da parte del terrorista morto, influenzò la maggioranza della stampa allineata di quegli anni. Ricordiamo che: Subranni divenne in seguito Colonnello e comandante dei carabinieri di Palermo e poi, dal 1990, comandante del primo raggruppamento dei Ros.

Il Generale Subranni fu più volte indagato dalla magistratura, fino a che nel 2018, insieme agli ex vertici del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, l’ex senatore Marcello Dell’Utri, Massimo Ciancimino e i boss Leoluca Bagarella e Nino Cinà, La Corte di Assise di Palermo lo condannò a 12 anni di carcere per la cosiddetta trattativa Stato-Mafia. Ricordiamo anche che soltanto l’11 aprile del 2002, la Corte d’assise di Palermo lesse il dispositivo della sentenza che condannò Gaetano Badalamenti alla pena dell’ergastolo come mandante dell’assassinio di Peppino Impastato.

È disarmante, avvilente e vomitevole immaginare che ancora oggi, nell’Italia della psico-pandemia, gli schemi propagandistici adottati dalla politica, dai poteri mafiosi, da quelli massonici e dai servizi segreti, per deviare l’attenzione, orientare le masse, imporre un unico discorso ed una sola verità, siano gli stessi identici di cinquant’anni fa.

Ci sarebbero quindi ancora oggi, e sempre più pervasivi, i potenti che dall’alto della loro autorevolezza, orientano le opinioni, consigliano ai tromboni quali notizie divulgare, quali notizie invece bollare come fake news. I nostri giornalisti al soldo dei loro editori, amici di questo o di quel gruppo politico o apparato di potere finanziario, continuerebbero a prostituirsi allegramente, in spregio all’onestà intellettuale che li dovrebbe rendere distaccati e non partigiani, oggettivi e non sordi a voci contrarie, critici e dubbiosi e non schierati aprioristicamente col pensiero governativo di turno, col finanziatore e filantropo indiscutibile salvatore dell’umanità.

Rispetto agli anni di Impastato, nulla sembrerebbe essere cambiato in meglio, anzi, potremmo ben dire che si sarebbero aggiunti anche nuovi elementi di distrazione e manipolazione delle masse; in supporto ai tromboni, la cui credibilità sembrava essere comunque in perenne e rinnovata discussione, sono nate nuove figure mediatiche, soprattutto nella TV generalista e sui canali internet del mainstrem.

Nei talk show, nei programmi di approfondimento politico, nelle trasmissioni che mettono insieme l’intrattenimento spicciolo all’informazione sociale, vediamo che le professioniste dell’informazione, le video-vallette del potere, le neo battezzate trombette, si sgolano accanite per promulgare il verbo del padrone che si esprime di fatto con tante facce ma che, in realtà, ha un solo volto, unico e ben nascosto.

Oltre a queste trombette ben assortite, che saltano da destra al centro, da sinistra a destra e poi di nuovo al centro, ci sarebbero poi i loro fans, quelli che sui social prendono le stesse posizioni accomodanti, quelle del gregge, in modo acritico e conformista: i cosiddetti pappagalli.

Costoro ripetono appunto pappagallescamente il mantra approvato dalla maggioranza, insieme a tutte le notizie, le frasi, le etichette, i luoghi comuni e le invettive qualunquiste che i tromboni e le trombette mainstream, propinano quotidianamente da mesi, attraverso l’ufficialità, la presunta competenza come quella degli allora titolisti del ‘78, la prepotenza dei più forti (dei più finanziati).

Tra i pappagalli risulterebbero coesistere una miriade di personaggi, gente comune, vip, aspiranti vip, influencer, seguaci di influencer, cantanti, volti noti, meno noti, intellettuali, professori, filosofi e sacerdoti, tutti estimatori di Scansi, Fedez o Lucarelli e forse nessuno di Julian Assange.

Insomma, sembrerebbe diventato il nostro, il Paese dei balocchi di Collodiana memoria, dove i più colorati ed i più starnazzanti: tromboni, trombette e pappagalli, la fanno da padrone; essi vendono a tutti i bambini lo zucchero che li rende felici ma che poi gli farà cadere tutti i denti. Per le strade i banditori vorrebbero venderti l’impossibile, soprattutto magiche pozioni che guariscono da tutti i malanni.

Sono così buoni, hanno così a cuore la tua salute che per salvare il tuo corpo, ti chiedono in cambio, semplicemente la tua anima di bambino.

William Mussini27 Posts

Creativo, autore, regista cinematografico e teatrale. Libertario responsabile e attivista del pensiero critico. Ha all'attivo un lungometraggio, numerosi cortometraggi premiati in festival Internazionali, diversi documentari inerenti problematiche storiche, sociali e di promozione culturale. Da sempre appassionato di filosofia, cinema e letteratura. Attualmente impegnato come regista nella società cinematografica e teatrale INCAS produzioni di Campobasso.

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