La verità appartiene ai puri di cuore

Riceviamo e pubblichiamo questo contributo di William Mussini che ci offre un punto di vista diverso dal nostro, comunque utile per il dibattito.

di William Mussini

Tra i miei registi preferiti, fra quelli dei quali ammiro soprattutto la capacità di essere innovativi e stilisticamente originali c’è, in primis, il geniale cineasta giapponese Takeshi Kitano (vincitore del Leone d’Oro nel 1997 e del Leone d’Argento nel 2003 a Venezia); i film Sonatine, Zatoichi, Hana-bi, Fiori di Fuoco, Brother e Dolls sono solo alcuni dei suoi capolavori. Nelle sue numerose pellicole, molte delle quali, purtroppo, ben poco conosciute dal pubblico italiano, si alternano storie di violenza, con specifici riferimenti al mondo della Yakuza (la famigerata mafia giapponese) a storie d’amore, di innocenza e poesia dai significati coinvolgenti, dove il cattivo mostra sovente il lato più tenero in momenti inaspettati, ribaltando così gli schemi classici di partecipazione ed estraniamento propri della visione cinematografica.

L’antieroe, nei film di Kitano, è spesso l’indiscusso protagonista (vedi ad esempio il personaggio Aniki Yamamoto in Brother, interpretato dallo stesso Kitano) anche se violento, spietato e impassibile, svela il suo lato più innocente e benevolo nei momenti in cui la storia, solitamente, subisce un repentino ribaltamento dei ruoli, suscitando in tal modo stupore e compiacimento nello spettatore. Nel suo road movie L’estate di Kikujiro, il regista Kitano che interpreta anche il ruolo del protagonista Kikujiro (solitario uomo di mezza età, burbero e scansafatiche), fa percorrere allo stesso un viaggio sgangherato alla ricerca della madre dell’amico bambino, il coprotagonista Masao.

Durante il viaggio non privo di patemi, fraintendimenti e riconciliazioni, momenti di disincanto e poesia, emergono dinamiche psicologiche che permettono l’affrancamento dal senso di abbandono e solitudine che accomuna entrambi i protagonisti (l’adulto-bambino ed il bambino-adulto), vittime allo stesso modo di traumi mai risanati sino ad allora. Grazie allo scontroso ma, allo stesso tempo, farsesco comportamento di Kikujiro, il bambino Masao, afflitto dal drammatico distacco dalla madre, riacquista pian piano una condizione di felicità, colmando i propri spazi vuoti affettivi e, nel frattempo, permettendo a Kikujiro di riconquistare l’equilibrio perduto in anni trascorsi in solitudine.

Il film racconta una storia d’innocenza, timidezza (come ripetuto dallo stesso autore in diverse interviste) e di purezza, qualità che appartiene naturalmente solo ai semplici, quindi ai bambini, agli animali e agli uomini non contaminati dalla maturità sociale imposta da regole comportamentali, prerogativa compromissoria di una società di adulti. In questo modo, nella sua parabola umanizzante, Kitano ci fa apprezzare, nonostante le sue mancanze, il personaggio di Kikujiro, che diviene quindi il vero protagonista del film quando rivela il suo nome, soltanto sul finire dell’opera, motivando così il titolo e regalando un’ultima suggestione allo spettatore.

I temi della verità come innocenza e della purezza come prerogativa per apprezzare, rispettare e insegnare la verità, sono le colonne portanti della narrazione del film L’estate di Kikujiro. La poetica che si esprime attraverso la contrapposizione, l’incontro e il progressivo accostamento tra un bambino e un adulto, chiarisce come l’infanzia possa essere un modo esclusivo di guardare, pensare e vivere la realtà; in sostanza una forma mentale originaria che permette di rendere la vita più libera e piena di verità.

Khalil Gibran, il poeta e scrittore libanese, scrisse così a proposito della purezza primigenia: “diceva un foglio bianco come la neve: ‘Sono stato creato puro, e voglio rimanere così per sempre’. Preferirei essere bruciato e finire in cenere che essere preda delle tenebre e venir toccato da ciò che è impuro. Una boccetta di inchiostro sentì ciò che il foglio diceva, e rise nel suo cuore scuro, ma non osò mai avvicinarsi. Sentirono le matite multicolori, ma anch’esse non gli si accostarono mai. E il foglio bianco come la neve rimase puro e casto per sempre – puro e casto – ma vuoto”.

Rivedere oggi un film anacronistico come L’estate di Kikujiro, potrebbe riportare alla memoria emotiva di molti, quei significativi valori poetici legati all’età infantile che sono stati smentiti e dimenticati, volutamente messi in punizione negli angoli più bui dei nostri locali di contenzione, dove si aggirano, irrequieti, figli e nipoti dell’era pandemica, mascherati, terrorizzati, incollati su banchi con le rotelle, cosparsi di igienizzanti, distanziati, colpevolizzati.

L’innocenza, la purezza e la verità, (le tematiche care a Kitano) sono oggi violate da influenze ideologiche ed isteriche partorite dal mondo dei cosiddetti adulti responsabili, ossequiosi servitori del pensiero unico. Osserviamo ovunque, sui giornali, nelle TV generaliste, nelle pubblicità rivolte direttamente ai minori, argomentazioni propagandistiche che attribuiscono ai bambini non vaccinati (sottendendo ed anche esplicitando la loro qualità di possibili assassini), il terrifico ruolo di subdoli untori.

Il mondo adulto e responsabile odierno, terrorizzato, attaccato morbosamente alla vita e alle sue ovvietà materiali, considera gli innocenti, i ragazzi, come dei potenziali ammalati, magari asintomatici, e per questo il prototipo perfetto dell’ordigno letale, flagello della nostra società costituita in sostanza da “tutti malati fino a prova contraria”.

Per chi crede che esista ancora la purezza dell’infanzia e, come sosteneva il poeta e drammaturgo Valeriu Butulescu, che “ogni fiume è limpido alla sorgente”, riassaporare le suggestioni che il film di Kitano può regalare, significa riconciliarsi con quella qualità umana chiamata equanimità.

Quando l’infanzia muore, i suoi cadaveri vengono chiamati adulti ed entrano nella società, uno dei nomi più garbati dell’inferno. Per questo abbiamo paura dei bambini, anche se li amiamo: sono il metro del nostro sfacelo”. Brian Aldiss, The Trillion Year Spree, 1986.

William Mussini51 Posts

Creativo, autore, regista cinematografico e teatrale. Libertario responsabile e attivista del pensiero critico. Ha all'attivo un lungometraggio, numerosi cortometraggi premiati in festival Internazionali, diversi documentari inerenti problematiche storiche, sociali e di promozione culturale. Da sempre appassionato di filosofia, cinema e letteratura. Attualmente impegnato come regista nella società cinematografica e teatrale INCAS produzioni di Campobasso.

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