Densificazione, ampliamento, dismissione e traslazione di un’area cimiteriale

I cimiteri, i primi, sono nati circa duecento anni fa per volontà di Napoleone e in questi soli due secoli di vita hanno subito frequenti trasformazioni. È una tendenza in crescita al giorno d’oggi la pratica della cremazione la quale, addirittura, qualora si diffondesse renderebbe inutili i sepolcreti
di Francesco Manfredi-Selvaggi
Seppure embrionalmente anche nel Molise i cimiteri stanno cambiando forma, non più esclusivamente distese di tombe nel terreno con ai margini loculi a parete e cappelle private poiché sono comparsi, vedi Isernia, anche colombari multipiano, due piani, il superiore raggiungibile tramite scalinate a servizio di ballatoi lungo i quali sono disposte le nicchie in cui collocare le bare. I cimiteri nel mutare la forma mutano pure il significato che non è più quello di un giardino, avvicinandosi di più ad una struttura edilizia. Tanti cimiteri impossibilitati ad espandersi vengono riempiti da filari di colombai che sostituiscono i campi di inumazione, ad esempio a Busso. Nei casi in cui si è avuto l’ingrandimento del perimetro cimiteriale è nella superficie aggiuntiva che si ha una significativa presenza del costruito, mentre la parte originale rimane ancora connotata dalla prevalenza di sepolture al suolo, succede così a Trivento.
È da sottolineare, quasi un inciso, che nei cimiteri di guerra di Venafro e di Cassino non vi sono loculi a muro, forse perché al momento del loro impianto, nell’immediato secondo dopoguerra, tale tipologia sepolcrale non era molto usata. Il processo, sempre più comuni stanno provvedendo alla costruzione di tali strutture funerarie, in atto è innescato dall’esigenza di sfruttare il più possibile gli spazi; il bisogno è tanto più pressante quanto più il camposanto è prossimo all’abitato e quindi si è impossibilitati ad ampliarlo dovendosi rispettare una determinata fascia di, appunto, rispetto allo stesso. A S. Massimo no, il cimitero è distante dal paese ma qui non si è ancora saturato il terreno per le sepolture a fossa in quanto si è adottato un particolare espediente, disporre nel sottosuolo sovrapposte più bare nel medesimo lotto per cui non si avverte la necessità del suo allargamento.
Qualcuno potrebbe obiettare che si potrebbe procedere a realizzare nuovi cimiteri invece di estendere quelli esistenti, obiezione alla quale si potrebbe controbbiettare che ciò comporterebbe la duplicazione dei servizi funerari, dalla cappella alla casa del custode all’ossario, con i relativi costi. Qui da noi sono pochissimi i raddoppi di cimitero, si citano Ferrazzano e Macchia d’Isernia. Mentre a Ferrazzano il cimitero è stato dismesso per ragioni di instabilità idrogeologica e dunque è un ex-cimitero, a Macchia non lo è in quanto è rimasto in funzione anche se i nuovi morti vengono tumulati nella nuova sede cimiteriale. Per quanto riguarda il cimitero originale di Macchia va evidenziato che esso risulta accerchiato da attività produttive e commerciali sorte di recente le quali hanno cambiato connotati al posto che non ha più i tratti della campagna tradizionale la quale per la sua tranquillità e le qualità paesaggistiche rimane il sito di elezione di un cimitero.
Un’ulteriore questione è quella dei cimiteri connessi a annucleamenti rurali popolosi distanti dal capoluogo comunale dove vi è il cimitero, diciamo, principale, avviene a Civita Superiore e a Monteverde in quel di Bojano, a Castelromano di Isernia, alle frazioni di Foci e S. Giovanni di Cerro al Volturno; non siamo di fronte in questi casi a sdoppiamento di cimitero bensì di cimiteri a sé stanti a servizio non dell’intera popolazione che vive in quel perimetro municipale ma esclusivamente di chi è originario di quel nucleo rurale. Stiamo procedendo con precisazioni su precisazioni e continuiamo a farlo anche in relazione a coloro che hanno diritto ad essere sepolti in quel dato luogo di sepoltura perché esso è esteso a coloro che pur risiedendo altrove hanno le proprie “radici” più o meno remote in quel certo borgo o borgata che sia. Finora abbiamo parlato del recinto cimiteriale e ora, per completare la descrizione, occorre includere nello sguardo anche il percorso di accesso ad esso. Ci sono due situazioni-tipo, quella di Campochiaro dove il cimitero è servito da una strada autonoma, percorribile cioè unicamente da chi è diretto al camposanto, non prosegue oltre e quella di S. Massimo che pur non essendo una strada senza fondo costituendo un tratto di un percorso intercomunale appare come un segmento viario a sé stante, distinguibile dal resto della percorrenza stradale caratterizzato com’è dalla presenza a lato di una serie di edicole con i segni della Passione di Cristo; ciò rende tale tracciato simile ad una Via Crucis, anticipando il tema della morte che è il cuore del culto dei defunti.
Strade senza uscita sono pure quelle dirette ad alcuni conventi fuori porta, tra gli altri S. Bernardino ad Agnone, i Cappuccini a Trivento, S. Giovanni dè Gelsi a Campobasso ai quali sono annessi altrettanti cimiteri, dunque vie chiuse predisposte per raggiungere il monastero con il cimitero attiguo. Non si può pretendere altrettanto per i cimiteri ex-novo dati i costi già cospicui per la costruzione dell’opera cimiteriale, da considerare che al finanziamento dei lavori da parte del Comune si aggiunge il contributo dei privati aspiranti possessori di postazioni di sepoltura all’interno; dunque non una spesa a carico integrale dell’amministrazione pubblica, bensì l’adozione di un modello che assomiglia al project financing il quale è un sistema di copertura dei costi collaudato da anni nei progetti di incremento della superficie cimiteriale e che prevede il procedere per fasi ognuna delle quali corrisponde ad un settore aggiuntivo del cimitero e tra queste non è contemplata la creazione della strada di accesso.
ph. Stampa d’epoca di un cimitero monumentale





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