I rapporti Stato-Chiesa e l’ubicazione della Cattedrale a Campobasso

Essa venne posta in un angolo appartato, non al centro della piazza post-unitaria, oscurata dalla mole della Prefettura. Il trasferimento della sede vescovile da Bojano al capoluogo di Provincia avvenne in coincidenza con il Concordato ma non si ebbe un riscatto dalla posizione marginale in cui la Cattedrale era relegata
di Francesco Manfredi-Selvaggi
La cattedrale in questa piazza appare come un’intrusa eppure essa che era all’inizio la chiesa della Trinità precede le altre costruzioni che si affacciano su tale largo. Diventerà cattedrale, pure questo è da dire in premessa, solo nel 1929 quando la cattedra vescovile viene trasferita da Bojano a Campobasso il che non significa che non avesse un ruolo preminente già prima costituendo la sede della confraternita dei Trinitari la quale si contrapponeva a quella dei Crociati che faceva riferimento alla chiesa di S. Maria della Croce; tanta parte della storia della nostra città la vede protagonista contendendosi i Trinitari che erano i rappresentanti del ceto borghese installatosi nel Nuovo Borgo mercantile e artigianale in contrasto con i Crociati i quali sono gli esponenti delle categorie sociali legate al borgo medievale, agli interessi tradizionali, la supremazia nella vita cittadina.
La prevalenza che acquisterà progressivamente il quartiere sorto fuori le mura spinge di certo al rinnovamento dell’antica architettura religiosa dedicata alla S.S. Trinità su progetto dell’architetto Bernardino Musenga il quale le conferisce uno stile neoclassico, quello in voga in quel periodo, siamo agli inizi del 1800. Velocemente abbiamo percorso alcuni secoli di storia durante i quali vi è una mutazione continua, partendo dalla destinazione iniziale di posto del mercato, di tale spazio la cui sistemazione definitiva, l’assetto urbanistico che conserva ancora oggi, avverrà solo dopo l’Unità d’Italia. Dopo la Presa di Porta Pia tra Stato e Vaticano i rapporti sono problematici, di chiusura reciproca, e ciò spiega il confinamento in un angolo terminale della piazza che possiamo definire del Governo perché vi è la Prefettura dell’edificio di culto. Se non vi fosse il portico previggentemente previsto dal Musenga aggiunto alla facciata insieme alla presenza del campanile, la chiesa, nel frattempo assurta al rango di parrocchia, non avrebbe alcun risalto nella configurazione del centro della città, il fronte senza il pronao risulterebbe allineato all’edificato al contorno. A dire la verità non c’è alcuna fabbrica emergente, neanche il palazzo del Prefetto lo è dovendo uniformare il suo prospetto a quello della lunga schiera dei fabbricati che lo fronteggia adottando i medesimi stilemi architettonici. Non vi sono residenze unifamiliari, vi sono unicamente costruzioni per appartamenti con ai primi piani le abitazioni delle famiglie più facoltose e agli ultimi, meno comodi da raggiungere per via delle molteplici rampe di scale da salire, quelle meno abbienti. Facendo il punto è una piazza il cui carattere peculiare, particolarità che la rende assai bella, è l’unitarietà delle cortine edilizie che la delimitano, una è il Palazzo del Governo come già detto.
In altri termini è questo un luogo urbano che vive di vita propria, dotato di assoluta autonomia, dal punto di vista figurativo, non dipendendo cioè il suo pregio da qualche monumento che primeggi sul resto, sia esso un palazzo o una chiesa, è monumentale di per sé. Per capire bene tale aspetto vale la pena fare il raffronto con quanto avviene nell’altra grande piazza della città, la piazza del Municipio la quale è sì incentrata sulla Casa Comunale che ne occupa un intero lato e, però, la sua espressività ovvero riconoscibilità è data dall’essere conformata a mo’ di giardino. Appare essere, in definitiva, una specialità campobassana quella delle piazze che hanno un valore proprio indipendente dalla presenza o meno di primari poli istituzionali o ecclesiastici, bastano a sé stesse, non hanno bisogno di ospitare funzioni direzionali sia civiche che religiose di rilievo, quindi neanche la cattedrale.
Detto tutto quanto sopra viene un dubbio rovesciando i ragionamenti fatti che è il seguente: perché allora all’indomani dell’investitura a sede di Diocesi la quale, attenzione, coincide con la stipula del Concordato da cui la riappacificazione tra Stato e Chiesa e visto che le piazze esistenti erano all’epoca svincolate da eventuali presenze ai lati di edifici di rappresentanza di spicco o no, salvo la Prefettura, tanto meno emergenti sono meglio è, non si è deciso di edificare la cattedrale altrove. Beninteso l’ubicazione sarebbe dovuta essere sempre la zona centrale, mettiamo la fine, piazza della Vittoria, o l’inizio del Corso, dove sta l’ex Banco di Napoli oppure la Banca d’Italia che ancora non c’erano. Per quanto riguarda quest’ultima localizzazione essa sarebbe stata da sconsigliare in quanto il suolo è in pendenza, gli altri siti indicati sono pianeggianti. Si scelse, invece, per poter accogliere un maggior numero di fedeli, l’ampliamento della Trinità avente una capienza limitata essendo dimensionata per la comunità locale non per quella diocesana; si optò per allungarla. Il prolungamento ha comportato che l’abside si trova ora pericolosamente sospeso sulla retrostante piazzetta Palombo, non poggia su un rilevato in cui magari ricavare una cripta.
Si sarebbe potuto procedere, inoltre, all’accorpamento tra Cattedrale, Episcopio e Seminario, una cittadella ecclesiastica, cosa che in precedenza neanche a Bojano, un tempo capoluogo della Diocesi, accadeva. Forse, comunque, si decise per l’ingrandimento, longitudinale e non trasversale, della Trinità, in quanto autentico capolavoro del Musenga. Ci ritroviamo, pertanto, una Cattedrale che non emerge alla vista, il suo pavimento è alla stessa quota della piazza, non è come le famose chiese romaniche di S. Bartolomeo e di S. Giorgio che fanno bella mostra di sé dall’alto della Collina Monforte, quasi sfacciatamente.
ph. F. Morgillo – L’abside della Cattedrale e il fronte laterale della Prefettura









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