Un’architettura autarchica anche in Molise

Si tratta della GIL la quale è stata costruita negli anni nei quali l’Italia era soggetta all’embargo da parte della Società delle Nazioni per cui non si poteva approvvigionare dell’acciaio componente essenziale del cemento armato. Si parlerà anche di altre conseguenze sull’economia regionale provocate dal restringimento delle importazioni

di Francesco Manfredi-Selvaggi

L’Autarchia è un periodo storico che seppur breve, dal 1937 all’Armistizio, ha lasciato dei segni evidenti nel nostro territorio a cominciare dalla lapide infisso nella facciata del Municipio di S. Massimo in cui si deplorano le sanzioni inflitte alla nostra Nazione a seguito delle conquiste coloniali in Africa Orientale (a Bojano sono stati rinvenuti lacerti di una uguale lastra marmorea durante scavi eseguiti per realizzare un giardinetto pubblico a lato della casa comunale). A S. Massimo, comunque, non è solo questa iscrizione a ricordarci tale embargo perché vi sono anche i suggestivi resti di una teleferica che serviva per trasportare a valle il manganese, minerale da cui si ricava il ferro di cui l’Italia era carente, che veniva estratto nelle vicinanze di Campitello.

Più precisamente la cava, una miniera a cielo aperto, si trovava in cima al Vallone S. Nicola lì dove dopo i Muccilli costruiranno una stalla per bovini. È una storia da raccontare: questa famiglia che si era impiantata nella località matesina per provvedere alla gestione del Rifugio aveva rilevato il sito dove avveniva l’attività estrattiva insieme alla striscia di terra coincidente con il tracciato della linea teleferica da un imprenditore campano il quale, a sua volta, lo aveva acquisito all’indomani della nascita della stazione sciistica per realizzare una seggiovia che portasse in quota i turisti in alternativa alla strada carrabile, progetto che poi venne abbandonato. Altre cave di “terre rare” come vengono chiamate ora, si trovavano a Guardiaregia e Campochiaro dalla quale si cavava la bauxite, sempre sul Matese. Pure nella montagna dirimpettaia al Matese, la Montagnola, si individuò un giacimento adesso di pietra asfaltica da cui ricavare l’asfalto, un surrogato italico del bitume, quest’ultima che è un derivato del petrolio è un prodotto di importazione soggetto a divieto di, appunto, importazione, fondamentale per la modernizzazione della nostra rete viaria alle prime flebili luci dell’alba della stagione della motorizzazione di massa.

La cava di cui si sta parlando è quella che in seguito è stata sfruttata dall’impresa Pallante anche se oggidì ai fini del reperimento di rocce calcaree da impiegare in edilizia. Si può dedurre da quanto brevemente illustrato quale ruolo importante avessero allora i geologi, che però erano tutti forestieri, non ce n’erano di molisani. In quel momento di blocco del commercio con l’estero oltre al contributo dei geologi c’è stato quello degli architetti i quali hanno fatto di necessità virtù e se ne spiega il perché, non subito però perché serve un preambolo invero lungo. Nel 1937 fu bandito causa di forza maggiore ovvero perché eravamo stati “sanzionati” dalla Società delle Nazioni il cemento armato come cosa conseguenza di cosa perché per la componente acciaio non eravamo autosufficienti; le autorità governative di quell’“era” (fascista) prescrissero che esso potesse essere utilizzato solo per edifici con più di 5 piani e per opere militari. Fu un grave colpo per l’architettura italiana, almeno per quella quota della stessa che aveva sposato le teorie del Movimento Moderno; si dovette rinunciare a progettare secondo i dettami del Razionalismo corrente stilistica che aveva caratterizzato negli anni ’20 e ’30 del Novecento le migliori realizzazioni architettoniche nella Penisola. Per precisione non si può omettere di evidenziare che nel suolo o sottosuolo patrio manca anche la marna, un ingrediente essenziale del cemento Portland. Per questa ragione si ebbe una revisione degli stilemi razionalisti, non un abbandono tout court e si diede vita allo stile, questo pienamente autarchico, Littorio.

Un esempio significativo di tale produzione è la nostra GIL, Gioventù Italiana del, per l’appunto, Littorio costruita in quegli anni. L’acciaio in questa costruzione compare solo nelle strutture orizzontali di grande estensione, i solai della palestra e dell’auditorium i quali sono stati realizzati con il metodo SAP in cui le pignatte in terracotta collaborano con i tondini metallici. Si colgono caratteri di questo linguaggio ufficiale del Fascismo in campo artistico nei pilastri a tutta altezza ad entrambi i lati dell’edificio dove vi sono gli ingressi i quali rimandano ai colonnati, simbolo senza tempo della romanità. Non sono, comunque, i singoli elementi a evidenziare lo shift tra la maniera razionalista e l’architettura del Littorio, piuttosto è la composizione dell’insieme a rivelarcelo: la lunga facciata spoglia, priva di decori, senza né basamento né cornicione in evidenza è, però, arricchita dai due portali con colonna decentrati presso gli atri d’ingresso che appaiono come volumi vuoti, il resto è pieno, essi alleggeriscono l’immagine del fabbricato. Durante l’Autarchia la difficoltà aguzza l’ingegno per cui compaiono diverse innovazioni tecniche, dal vetrocemento al linoleum alla litoceramica, all’Eraclit e le lastre in fibrocemento, in generale tutte cose che rimarranno bagaglio della tradizione costruttiva italiana.

Li troveremo impiegati in edilizia fino ai nostri giorni ed anzi diventeranno tali prodotti oggetti esportati fuori dei confini nazionali, componenti del Made in Italy, venendosi a ribaltare così l’incresciosa situazione di isolamento che ha vissuto l’Italia al tempo dell’Autarchia.

ph. Lapide sul vecchio Municipio di S. Massimo contro le sanzioni alle quali l’Italia venne sottoposta nel 1935

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