Il professore della politica che bacchettava la destra e la sinistra

sartori

Docente di fama internazionale ed editorialista del «Corriere». Battezzò il Mattarellume il Porcellum. Straordinaria la capacità di coniugare eccellenza scientifica ed efficacia comunicativa

Giovanni Sartori, che si è spento poco prima di compiere 93 anni, era solito impartire ai leader di partito e di governo severe lezioni di politologia e diritto costituzionale, spesso in tono caustico. Erano reprimende rigorosamente bipartisan, rivolte a tutti i settori della destra e della sinistra, così come bipartisan è il cordoglio suscitato ora dalla sua scomparsa. Ha osservato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che si trattava di un autentico «maestro della scienza politica», attivamente partecipe «del confronto culturale sulle istituzioni», in cui aveva portato il rigore dei suoi studi. Del resto alla Biblioteca del Senato esiste già una «Sala Sartori», inaugurata l’anno scorso, dove si può consultare il ricco fondo librario donato dal politologo.

Spiritaccio toscano
Straordinaria era in Sartori la capacità di coniugare eccellenza scientifica ed efficacia comunicativa. Aveva insegnato nelle più prestigiose università americane e i suoi libri erano tradotti in tutto il mondo: a lui si deve tra l’altro la più convincente descrizione teorica del sistema politico italiano. Ma era anche un editorialista brillante, sorretto da un sulfureo spiritaccio toscano: per esempio aveva inventato i termini Mattarellum e Porcellum, entrati nell’uso comune per designare le leggi elettorali succedutesi in Italia dopo la svolta d’inizio anni Novanta. E amava trattare con brio, nei libri e sulle colonne del Corriere della Sera, anche altri temi: multiculturalismo, equilibri ambientali, statuto dell’embrione.

Anni caldi
Nato a Firenze nel 1924, raccontava di aver letto i maggiori classici della filosofia moderna durante la guerra, quando si era nascosto per evitare la leva di Salò. Il suo primo incarico universitario, nel 1950, fu in campo filosofico: sei anni dopo cominciò a insegnare politologia. Era stato anche preside della facoltà di Scienze politiche Cesare Alfieri, a Firenze, dal 1969 al 1971, negli anni caldi della contestazione studentesca. E nel 1971 aveva fondato la Rivista italiana di scienza politica, della quale rimase direttore per oltre vent’anni.

«Pluralismo polarizzato»
Dal 1976 Sartori aveva preso a insegnare negli Stati Uniti, prima a Stanford e poi alla Columbia University di New York, della quale era professore emerito. Conosciuto e apprezzato a livello internazionale, nel 2005 era stato insignito del premio spagnolo Principe delle Asturie per le Scienze sociali. Fondamentali i suoi lavori sulla democrazia e sui sistemi di partito, come il celebre Parties and Party Systems (1976). Quanto al caso italiano, Sartori riteneva fuorviante dipingere l’antagonismo tra Dc e Pci come un «bipartitismo imperfetto» (cioè senza alternanza), secondo la formula di Giorgio Galli. Parlava invece di «pluralismo polarizzato»: molti partiti, alcuni antisistema, con un enorme divario ideologico dall’estrema destra all’estrema sinistra e robuste spinte centrifughe. Uno scenario tutt’altro che rassicurante, che anche oggi sembra trovare conferma nella perdurante incapacità del Paese di trovare un assetto stabile.

Lontano dalla retorica dell’accoglienza
Un tratto peculiare di Sartori era la sua estraneità agli schemi usuali. Era un moderato anticomunista («quando c’erano i comunisti», precisava), ma fermissimo nel denunciare il conflitto d’interessi che rendeva anomala la figura del politico imprenditore Silvio Berlusconi. Nel contempo, in rude polemica con la sinistra, criticava ogni sottovalutazione del problema costituito dall’immigrazione di massa: lontanissimo dalla retorica dell’accoglienza, temeva il multiculturalismo come motore di una deleteria «balcanizzazione». E non cessava di porre in rilievo la vocazione teocratica dell’Islam. Laico ai limiti dell’anticlericalismo, Sartori fustigava la Chiesa cattolica per la sua posizione sul controllo delle nascite. Lo allarmava la condizione generale del pianeta, soprattutto per via della sovrappopolazione e della penuria d’acqua: qui era agli antipodi della destra indifferente ai rischi del mutamento climatico o addirittura propensa a negarli. Peraltro i suoi bersagli, come si è detto, appartenevano a tutto lo spettro politico: indicava un sistema elettorale uninominale a doppio turno come la soluzione migliore per riassestare la nostra vita pubblica, ma doveva constatare con amarezza che i suoi suggerimenti restavano inascoltati.

Regressione culturale
Regressione culturale Inoltre Sartori avvertiva evidenti segnali di una regressione culturale, che imputava in gran parte al prevalere della comunicazione visiva su quella scritta. Nel saggio Homo videns (Laterza, 1997) aveva lanciato l’allarme per l’avvento di un nuovo tipo umano, incapace di astrazione concettuale perché abituato a nutrire la propria mente soltanto di immagini. Era forse il più grave dei pericoli che scorgeva all’orizzonte, elencati nel libro La corsa verso il nulla (Mondadori, 2015). Si può ritenere che esagerasse, ma certo le sue apprensioni non erano prive di fondamento. Conviene tenerle presenti.

Fonte Corriere della Sera

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