Un lago artificiale e naturale

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di Francesco Manfredi-Selvaggi

Non è una contraddizione perché quello di Occhito è stato riconosciuto dall’Unione Europea Zona di Protezione Speciale.

Per capire il significato dal punto di vista paesaggistico del lago di Occhito bisogna partire da una osservazione preliminare che è quella che esso è uno delle due realtà lacustri vere e proprie presenti nella nostra regione, l’altro è il Liscione. In verità, si dovrebbe ammettere che è quest’ultimo il bacino idrico propriamente molisano perché tutto interno al Molise e, invece, occorre riconoscere che Occhito, per le sue consistenti dimensioni che sono superiori a quelle dell’invaso di Guardialfiera, è sentito altrettanto come una componente fondamentale del nostro paesaggio.

Date le dimensioni ridotte dell’ambito regionale questo grande specchio d’acqua ha un peso maggiore nella configurazione dell’immagine della regione rispetto a quello che ha per la Puglia con la quale lo condividiamo, detto diversamente, per ambedue questi territori esso è geograficamente al limite, costituendone il confine, per quello pugliese esso ne rappresenta un lembo estremo, mentre per il nostro esso risulta non distante dal suo asse centrale che è l’asta del Biferno, ricompreso nel Molise, appunto, Centrale.

Il bacino di Occhito, peraltro, è enorme non solo in riguardo all’estensione della nostra regione, ma in sé stesso, trattandosi di uno dei massimi laghi italiani e europei. Sempre con la specificazione che si tratta di un invaso artificiale. Artificiale, è doveroso specificarlo, non è un attributo negativo tanto che, se ci riferiamo all’aspetto ecologico, esso risulta ricompreso in due specifici Siti di Importanza Comunitaria, il SIC «Lago di Occhito» e il SIC «Valle del Fortore Lago di Occhito», ricompresi poi in un’unica Zona di Protezione Speciale.

Scartato, quindi, il fatto che artificiale si contrappone, per quanto appena visto, a naturale rimane la differenza tra lago artificiale e lago permanente la quale dicotomia ci è utile per affrontare il tema della presenza di bacini idrici qui da noi. Una lettura, questa, che ci permette di capire l’incidenza che hanno gli specchi lacustri nel sistema percettivo e nella percezione stessa perché una cosa risalta nel contesto se essa è unica e, al contrario, non emerge nel contesto visuale in maniera forte se essa è una cosa usuale.

Artificialità e permanenza dunque, per mettere a confronto le entità lacuali dicendo subito che nel contesto in esame hanno un importante carattere comune che è sia i laghi artificiali, Liscione e Occhito, sia quelli permanenti, il lago del Matese il quale, pur non essendo molisano, viene avvertito come tale, soffrono di oscillazioni della superficie idrica sia pure meno accentuata che in quelli temporanei. Il Liscione più di Occhito, va evidenziato, data la maggiore escursione la quota del fondo e quella del pelo dell’acqua la quale determina nei periodi di secca una emissione alla vista più estesa delle sponde; esse, denudate e evidentemente fangose come sono, non costituiscono un bello spettacolo.

Ad Occhito, invece, in qualche modo l’acqua immagazzinata, che è di circa un terzo superiore a quella del Liscione, si “spalma” su una superficie più ampia per cui pure quando diminuisce, la ritrazione dai bordi è minore, cioè si nota meno. Il lago del Matese anche se ha una certa stabilità è, comunque, anch’esso un bacino carsico per cui la massa idrica tende a scomparire, risucchiata dalla porosità del calcare di cui è formato il massiccio montuoso. Il carsismo ha quale manifestazione esteriore a volte la presenza di inghiottitoi che si aprono nelle doline dove viene inghiottita l’acqua frutto dello scioglimento delle nevi ed è il caso del Lago di Civitanova.

Man mano stiamo lasciando il confronto tra artificiale e permanente e stiamo entrando in una diversa comparazione tra i bacini legata alla loro altitudine, la quale è utile per mettere in risalto una differente singolarità del lago di Occhito. Nel nostro Paese sono le Alpi il luogo dove vi è la stragrande maggioranza dei laghi ed anche nel Molise prima che venissero costruiti dalla Cassa per il Mezzogiorno gli invasi di Occhito e del Liscione tutti i laghi, o meglio i laghetti (salvo quello del Matese), si trovano in montagna; a gruppi, quello di Civitanova, quello di Carpinone e quello dei Castrati sulla Montagnola Molisana o isolati, quello di Castel San Vincenzo.

Liscione e Occhito, al contrario, sono situati nella media collina, poco prima che si aprano le distese pianeggianti, rispettivamente, della costa adriatica e del Tavoliere e ciò ne fa un’eccezione che, sicuramente, dovette colpire i contemporanei , cioè coloro che vivevano in questa terra e chi la frequentava mezzo secolo fa, quando li videro apparire in una posizione così inconsueta oltre che di tale dimensione.

C’è da riflettere sul cambiamento che si ebbe nei confronti dell’altro mezzo secolo, il XX per chiarezza, quando gli sforzi della Nazione erano stati tutti diretti a eliminare l’acqua che si raccoglieva nei «pantani» (Alto e Basso a Termoli) così come nelle Fantine (a Campomarino dove l’acqua è salsa e a S. Giuliano di Puglia), per cui invasare le acque nella seconda metà del ‘900 in quanto ormai considerate “risorsa” probabilmente ebbe delle ricadute non da poco sull’immaginario collettivo. È la modernizzazione, bellezza si potrebbe sintetizzare in questa maniera parafrasando una celebre frase.

Sempre rimanendo sui riflessi psicologici di queste nuove distese acquee che influiscono sulla percezione, si rileva che nell’osservare il paesaggio che esse vengono pesantemente ad influenzare non si può non andare con la mente alle trasformazioni paesaggistiche che si determinano nelle piane, un tempo aride, pugliesi e molisane, al servizio delle quali esse sono state volute. Infatti, si tratta di bacini innanzitutto, per l’irrigazione e non più a scopo idroelettrico il quale aveva spinto in passato a formare raccolte d’acqua, Campitello sul Matese e Castel San Vincenzo sulle Mainarde.

I rimandi del pensiero da un luogo all’altro, dal Liscione alla fascia pianeggiante costiera, da Occhito alla piatta superficie del Tavoliere, sono ciò che i teorici della «psicologia dell’ambiente» definiscono l’effetto del “qui e là”, dello stare in un posto e contemporaneamente di sentirsi pure in un altro. Il valore attribuito a questi due laghi dalla comunità, che li rende anche percettivamente più significativi, è l’essere pure dei serbatoi di acqua potabile che dissetano i popolosi centri della pianura. Proseguendo sull’abbrivio che si è preso, essi sono, per certi versi, carichi di valenza semantica per l’essere il simbolo, ben leggibile nel paesaggio, dello «sfruttamento» delle risorse della montagna, perché qui vi sono le sorgenti a favore delle aree pianeggianti.

Francesco Manfredi Selvaggi155 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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