La teoria del maestro Manzi

Era giusto rientrare a scuola in presenza o no? È facile dirlo ora ma qualcuno aveva proposto, già alla fine di giugno, di non riaprire e aveva profetizzato la chiusura delle scuole, qualora ci si fosse intestarditi a tornare in presenza, al 15 di ottobre, sbagliando, nel suo vaticinio, solo di qualche settimana. Ma cosa bisognava fare, allora?

Era necessario tener conto dei dati a disposizione e mettere in campo la soluzione migliore, partendo proprio da quei dati e applicando solo un po’ di logica.

E quali erano i dati? Pochi. Si sapeva – e si sa ancora – che in autunno e in inverno sarebbe arrivata l’influenza e che l’influenza ha gli stessi sintomi del Covid 19. Quindi il primo dato era: confusione. Altro dato certo era l’incertezza degli scienziati. Legittima, certo, ma far finta che non esistesse ha significato non voler tener conto dei dati.

Quali erano le incertezze? Mettiti la mascherina – togliti la mascherina/prendi l’antibiotico – non prendere l’antibiotico/arriverà la seconda ondata – non arriverà la seconda ondata/i guariti da Covid sono immunizzati – non sono immunizzati/il vaccino, quando arriverà, immunizzerà per sei mesi – il vaccino immunizzerà per due anni/e così via.

Questi erano i dati (o non-dati) da cui partire per mettere in campo una soluzione. Alcuni di essi sono rimasti ancora tali: ipotesi, cioè, senza alcuna dimostrazione. Ciò avrebbe dovuto farci riflettere e applicare ciò che abbiamo spesso applicato nel corso della nostra evoluzione di genere: se non sapessimo che l’acqua può spegnere un incendio, nell’attesa della dimostrazione di tale affermazione scientifica, eviteremmo di avvicinarci al fuoco.

Già questa era una prima verità che avremmo dovuto applicare conseguentemente: finché non so come sconfiggere il Covid19, non mi avvicino, evito i contatti. Quali erano, inoltre, i dati esterni allo specifico della pandemia ma che rientravano nel quadro delle cose di cui tener conto per prendere le decisioni?

Erano questi:
1. La scuola in presenza è diversa da quella a distanza ma il valore della vita va tenuto in considerazione;
2. Il sistema dei trasporti non può consentire il distanziamento che si può avere a scuola;
3. Il sistema sanitario non è in grado di far fronte al dilagare dei contagi;
4. I docenti non sono pronti per mettere in campo una didattica a distanza efficace;
5. Gli strumenti a disposizione di studenti e insegnanti (linee telefoniche, pc, contenuti digitali dei libri di testo…) non sono all’altezza di sostenere il lavoro che si immagina di fare.

Per ognuno di questi punti bisognerebbe approfondire e spiegare. Il primo, per esempio, è un’affermazione lapalissiana ma si può rimanere fermi sulla decisione di imporre la presenza quando la presenza mette in pericolo la vita delle persone? E non solo di studenti e insegnanti ma anche delle persone che vivono nelle case di studenti e insegnanti. E di quelle dei lavoratori che sono stati costretti ad uscire e hanno incontrano otto milioni di studenti su autobus e metropolitane.

Perseverare nell’idea di mandare gli studenti a scuola è molto bella. È romantica. Ma persino Foscolo, che di romanticismo ne sapeva un po’ più di noi, mandò a quel paese Napoleone quando lo vide capace di firmare il trattato di Campoformio. Eppure a 28 anni – dieci anni in meno della ministra Azzolina – era già generale dell’esercito francese!

Dire che bisogna continuare con la Dad non significa che la si preferisce alla didattica in presenza. Significa riconoscere che il valore della vita e della salute è, in questo momento, da tenere in considerazione maggiore rispetto alla “socializzazione, le amicizie, i primi innamoramenti, il confronto…” e tutte quelle belle cose – romantiche – che sono state utilizzate per sostenere la riapertura delle scuole a settembre.

Poche ore fa la ministra Azzolina ha ribadito che “la chiusura delle scuole ha conseguenze psicologiche serie sugli adolescenti”. E chi le dà torto? Anche il passaggio alle piattaforme on-demand della fruizione del cinema produce conseguenze psicologiche serie rispetto alla “socialità” della condivisione in una sala cinematografica, però nessuno si è sognato di mandare obbligatoriamente gli adolescenti al cinema. E se lo si fosse fatto, prima della pandemia, non ci sarebbe stata nemmeno la controindicazione del contagio.

La ministra Azzolina ha fatto un ottimo lavoro. E con lei i dirigenti scolastici. Ma quel lavoro non ha tenuto conto degli altri punti messi in elenco: il due, il tre, il quattro, il cinque. Dieci milioni di persone sono state costrette a far parte di un progetto, bello e romantico, che non ha tenuto conto del fatto che la scuola non è un’isola ma è parte integrante di una comunità e che all’interno di quella comunità non tutto funziona come dovrebbe funzionare.

Cosa bisognava fare, allora? Bisognava tener conto dei dati, quelli elencati prima, e procedere in questo modo: chiedere ai docenti di formarsi, sei ore al giorno nel mese di luglio, con esperti veri, sulla didattica a distanza e sull’uso efficace degli strumenti digitali. Riaprire a distanza il 14 settembre e fissare al 7 gennaio l’eventuale riapertura in presenza, dopo aver fatto il punto della situazione durante il periodo natalizio.

Bisognava chiedere agli editori, inoltre, di lavorare anche loro, durante l’estate, per aggiornare i contenuti digitali dei libri di testo e dare dignità a quei contenuti che, per ora, sono solo una noiosa ripetizione del cartaceo o un tentativo di inseguire le propensioni ludico-digitali degli adolescenti.

Anche in questo campo, infatti, non c’è ancora niente di scientifico: qualche anno fa facemmo notare a un noto commentatore della Divina Commedia che il suo testo scolastico aveva, come corredo digitale al passaggio di Dante da un cielo all’altro, un video fatto in questo modo: nuvole nell’azzurro finto dello sfondo e il suono “Scccc!!!” di sottofondo. Non c’era nient’altro.

Lo studente, insomma, doveva scaricare l’mp4, aprirlo, cliccare su play per capire digitalmente, in cinque o sei secondi, che, quando Dante operava il passaggio da un cielo all’altro, ciò avveniva tra nuvole e azzurro e che il vento cosmologico muoveva le vesti del poeta fiorentino con un sibilo o fruscio. Potete immaginare l’appeal di tale trovata e il fascino prodotto sugli studenti.

Se fossimo rientrati in presenza il 7 gennaio dopo una formazione del genere, 120 ore, e dopo un lavoro serio degli editori sui testi scolastici (non certo il continuo invio, ai docenti, di inviti a corsi in cui si insegna come usare, mascherato, l’antico power-point), avremmo evitato i contatti pericolosi del mese e mezzo appena trascorsi e, inoltre, avremmo avuto strumenti di insegnamento digitali e a distanza molto più efficaci, da utilizzare, con altro livello di competenza, anche nell’auspicabile rientro in presenza.

Ci ritroviamo ora, invece, dopo lo sforzo encomiabile dei dirigenti scolastici che, in alcuni casi, hanno “ricostruito” i loro ambienti di lavoro con l’obiettivo della massima sicurezza, a riprodurre in video ciò che si faceva in presenza e a proiettare ciò che è scritto sui libri. Cose che il maestro Manzi faceva in televisione tra il 1960 e il 1968, in una trasmissione dal titolo sorprendente per noi che viviamo i sogni romantici del terzo millennio: “Non è mai troppo tardi!”

Giovanni Petta37 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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