Quando noi viviamo, la morte non c’è. Quando c’è lei, non ci siamo noi

di William Mussini

Viviamo in un tempo in cui la morte sembrerebbe essere in agguato dietro ogni angolo come non capitava dai tempi bellici, questo almeno secondo la narrazione dei nuovi pifferai dell’informazione
mainstream.

Il Dio Thanatos si riaffaccia prepotentemente nelle cronache dei TG, nei talk show, nella nuova
dialettica dei “politicanti paternalisti” (a tal proposito consiglio di rileggere M. Foucault e la sua
ipotesi di rapporto fra vita e potere – il bio-potere – ne La volontà di sapere), nei discorsi tra amici e
parenti, in strada fra perfetti sconosciuti.

Al contrario, il Dio Eros appare sempre più confinato al solitario mondo del fai da te online, in
ossequio alla nuova regola del distanziamento fisico che ci vorrebbe attivi solo sul web ed isolati in
gabbie come criceti.

Sento di poter dire di non essere mai sprofondato in un assetto psichico “antropofobico” tipico
dell’individuo isolato e desolato, al contrario ho sempre vissuto nell’idea che la “nuda e cruda vita”,
quella che secondo la teoria della “biopolitica” rappresenta l’elemento da preservare in assoluto
(secondo il filosofo Agamben, lo “stato di eccezione” scaturito dall’emergenza, si impone come
l’unica forma possibile di Governo in spregio alle stesse libertà dell’individuo), non sia affatto
sufficiente per poterci considerare pienamente vivi, in assenza di valori e virtù che la sostanzino.

In questo tempo sprofondato nella “tanatofobia”, non ho potuto fare a meno di ricordare e
raccontare di tutte quelle occasioni in cui, sin dall’infanzia, ho intravisto luccicare d’improvviso e a fil di collo, la falce della grande mietitrice.

Per evitare che qualcuno dei lettori possa turbarsi, consiglio di continuare la lettura solo se si è in
possesso di una buona dose di ironia e disincanto.Questa pur non condivisibile esigenza di parlarne scaturisce dalla mia innata volontà di esaminare tutto ciò che accade di interessante in questa vita, mentre viaggiamo su di un pallone di roccia e acqua che schizza nello spazio, verso dove e perché, non si sa! Intendo raccontare qui, per il semplice fatto di essere sopravvissuto e non per vanto, proprio del mio
personale rapporto con la morte e anche di quelle occasioni in cui ho rischiato di lasciarci la pelle,
mio malgrado, a volte con un pizzico di incoscienza dovuta all’età ed all’imponderabile.

Premetto che, da bambino vissuto nel decennio 70 – 80, pur protetto dalla famiglia che filtrava ciò
che di tragico arrivava dal mondo esterno non mi furono affatto ignoti i delitti efferati di quegli
anni: le uccisioni di mafia, le stragi di Stato, dei neri, dei rossi, dei piduisti, insomma quella cronaca
che in bianco e nero raccontava quotidianamente la disastrosa Italia di quegli anni.

Ricordo che, da quando avevo circa cinque anni, ad un certo solito orario che odorava di sugo e
polpette, la sigla del telegiornale già preannunciava l’arrivo di notizie drammatiche grazie alla
scritta inequivocabile “edizione straordinaria”, ed era quasi scontato che nell’addentare il primo
conchiglione carico di sugo, dal televisore la voce marcata, asciutta e decisa di Tito Stagno o di
Mario Pastore, esordisse con frasi tipo: “Questa edizione straordinaria del telegiornale, è dedicata
ad un criminale attentato avvenuto questa notte sulla linea ferroviaria Firenze/Bologna, contro il
treno Italicus – Roma/Brennero (…) il bilancio è gravissimo, 12 morti ed un numero imprecisato di
feriti (…) una bomba, forse ad orologeria (…) ed ecco la fila dei corpi, adagiati su un telo
bianco…”.

Al penultimo conchiglione, la conta aggiornata dei morti e feriti faceva intendere che
non v’era fine alla tragedia, il silenzio dei miei familiari ed in particolare il volto serio e scuro di
mio padre non lasciavano spazio ad eventuali digressioni fanciullesche, le domande si fanno dopo,
meglio stare zitti ed aspettare la fine del tg per poi timidamente esordire (mentre affondavo la
forchetta nella polpetta succosa del secondo piatto) dicendo: “ma sotto i lenzuoli sono tutti morti?”.

Solitamente le risposte dei miei erano vagamente edulcorate, nel tentativo comprensibile di non
affrontare brutalmente il tema della morte. Dentro di me sapevo benissimo però che il sangue di
quei poveri disgraziati era rosso, nonostante il televisore brionvega sul frigo lo camuffasse fra i
diversi toni di grigio. E comunque sapevo bene cosa voleva dire morire dilaniati; avevo visto un
cane, giù in strada – Via Mazzini, Piazza San Francesco -, “aveva tutto di fuori”, gli occhi
semichiusi, la lingua rigida, provai un fortissimo senso di compassione, di empatia.

Sognai quel cagnolino per diverso tempo, il sogno era sempre lo stesso: il cane vivo e vegeto
correva e giocava con noi del quartiere, poi d’un tratto una strana consapevolezza, tutti noi
bambini sapevamo che il cane era morto, anche se lo vedevamo vispo e spensierato; il sogno si
concludeva di solito con l’affiorare dello stesso senso di compassione, mentre accarezzavo il cane e non capivo perché non ero felice fino in fondo.

Noi ragazzini di Via SS. Cosma e Damiano, da giugno fino a settembre, eravamo praticamente
sempre in strada, dal mattino sino a sera. C’erano guaglioni di tutte le età, dai 4 anni sino ai 15, si
giocava a pallone e ad altri passatempi aerobici, si andava in bici impennando spensierati ma si
facevano anche le guerre fra bande, spesso solo a parole, occasionalmente con ceffoni e cerbottane.

Insomma non era sempre un idillio fra le 127 e le 500, vi furono infatti diversi episodi che
turbarono drammaticamente la fragile armonia di quelle giornate all’ombra del Santo con una
colomba in mano, San Francesco appunto; fra questi, tre in particolare segnarono la mia giovane
esistenza. Il primo fu la tragica morte della “mamma dei cinque fratelli poveri”.

Senza scendere nei dettagli, mi riservo di raccontare soltanto come sono venuto a sapere della
scomparsa della giovane madre. In quel giorno nefasto, uno degli amici più grandicelli mi prende
sotto braccio, avvicina bocca e mano all’orecchio per non farsi sentire e mi dice: “lo sai che è morta
la mamma di (…), l’ho vista! mentre stava mangiando le è scoppiato il cuore perché aveva una
malattia al fegato… c’era tutto il sangue per terra! Io ho visto proprio il cuore che scoppiava”.

Per diverso tempo, poiché dotato di una immaginazione spropositata, mi sono figurato questa scena
terribile aggiungendo di volta in volta elementi macabri, ahimè grazie anche alle diverse ed ulteriori
versioni improbabili dei più impavidi e spregiudicati narratori del quartiere. Di più c’è da dire che
nel momento in cui mi venne raccontato il dramma, stavo mangiando una girella, una merendina di cui andavo ghiotto ma che dopo quel giorno non riuscii più a mandar giù.

Il secondo episodio tragico si verificò durante le vacanze natalizie quando avevo dieci anni: uno dei
nostri, durante una discesa sulle piste innevate del Matese, perse la vita in seguito al violento
impatto contro un albero. Lo stesso senso di compassione ed empatia mi pervase per giorni, i sogni
ricorrenti si moltiplicarono e in essi, come fossero una sorta di Eden utopico fatto di pura energia
psichica, rivedevo l’amico, il cane, la mamma dei cinque fratelli, parlare, giocare e ridere come se la
loro non esistenza fosse ancora in qualche modo “vita”.

Ci fu poi il terzo episodio: Luigi (nome fittizio) era uno dei ragazzi della “banda del Cep”, uno di
quelli che mettevano paura, manesco e dai comportamenti affatto amichevoli; un ragazzino che in
più di un’occasione prese coercitivamente in prestito la mia bicicletta, trattandola come fosse un
cavallo da domare e restituendola puntualmente con qualche difetto in più. Luigi e i suoi amici del
Cep, non erano dei nostri e, quando venivano in Via Mazzini a portare scompiglio, i più piccoli di
noi scappavano ed i più grandi si preparavano al peggio, spesso stando al gioco per non arrivare alle
mani. Poco dopo una delle loro sgradevoli incursioni, venimmo a sapere che il corpo esanime di
Luigi fu ritrovato di primo mattino in una automobile, nel suo quartiere. Lo uccise un’overdose di
eroina, con lui scomparve anche il mio risentimento nei suoi confronti, per lasciare spazio questa volta allo smarrimento.

La morte di Luigi mi fece mangiare la foglia, il tempo della compassione lasciava pian piano spazio
a quello della oggettivazione, osservavo ormai l’esistenza da nuove e diverse prospettive.
Soltanto pochi anni prima, dal nuovo brionvega divenuto magicamente a colori, la cronaca ci
mostrò il corpo di Aldo Moro in Via Caetani, era il 9 maggio del 1978, lo stesso giorno in cui in
Sicilia a Cinisi, saltava per aria per mano “ignota” il giovane giornalista e nemico dei mafiosi,
Peppino Impastato.

In tv non c’era più Carosello, messo definitivamente a dormire insieme alle mie girelle indigeste nel 1977, c’era però la nuova pubblicità che ancora mostrava un minimo di onestà ed originalità, con un certo valore etico definitivamente scomparso negli anni a seguire grazie all’utilizzo della persuasione ingannevole; per esempio come adesso che vediamo diverse pubblicità utilizzare il covid ed il lockdown come tema di sfondo, facendo leva sul rispetto delle regole senza possibilità di contraddittorio e sfociando nella retorica peggiore, associando la bevuta di una coca cola fresca alla riconquista di una libertà perduta.

Ma torniamo al 1977, soltanto qualche tempo dopo, accadde un dramma che tutti gli italiani vissuti
in quegli anni certamente ricorderanno. Alfredino Rampi di soli sei anni, cadde in un pozzo artesiano a Vermicino, era il 10 giugno del 1981. Nei circa tre giorni in cui si tentò l’impossibile per tirar fuori il povero Alfredino, senza purtroppo riuscire nell’impresa, ricordo che un dolore al petto ed un’angoscia mai provati prima presero il sopravvento su ogni altra emozione. Fu probabilmente in quei giorni che passai
definitivamente dall’infanzia all’adolescenza, ed il passaggio fu traumatico, tanto che misi in
discussione l’intero costrutto psicologico che sino ad allora sembrava sufficientemente adeguato per
dare significato alla realtà.

Non riuscii più ad accettare la narrazione di matrice Catto-Cristiana che in qualche modo attribuiva tutto ciò che accade ad una volontà superiore, anche l’ennesima, drammatica scomparsa di un innocente. La favoletta alla “Marcellino pane e vino” dei bambini chiamati in cielo dal Signore per fare gli angioletti, più che intristire, mi faceva letteralmente imbestialire! Nell’anno 1982, quello dei mondiali vinti dall’Italia di Bearzot (tanto per fare un riferimento scontato di matrice nazional-popolare), ricordo che in strada eravamo in pochi a scrostare l’intonaco dei muri condominiali a pallonate, la maggior parte degli amici erano solitamente tutti i pomeriggi incollati al televisore.

A me e a pochi altri piaceva giocare a pallone in quel cortile vuoto e in un silenzio surreale, interrotto solo dalle sporadiche ed inequivocabili urla di isteria sportiva collettiva, che ci raccontavano l’esito delle partite con un pizzico in più di suspense. Fu proprio in uno di quei pomeriggi silenziosi che rischiai di passare alle cronache dei necrologi.

Io e Michele, amico con cui si giocava di solito a biglie, in sella alle nostre bici da cross, parlavamo
di quanto fosse stupido impennare e correre in spazi e vicoli stretti, di quanto fossero incoscienti
quelli che lo facevano. Neanche il tempo di terminare la parola “stupidi”, ed ecco che ci ritrovammo
a gareggiare per chi arrivasse per primo al cancello che delimitava il confine con la ferrovia.
A pochi metri dal cancello, persi il controllo della bici e non riuscii ad evitare l’impatto con
l’ostacolo.

La bici rimase piantata con la forcella nelle fessure di acciaio mentre io, con un volo di quattro
metri, passai indenne sopra il filo spinato e gli spuntoni acuminati, finendo poi sopra un cumulo di
sabbia a ridosso dei binari. Ricordo che per qualche istante non vidi più nulla, poi gradualmente,
riacquistata la vista e recuperato il fiato, mi resi conto di quanto ero stato fortunato. Anche Michele
fu fortunato, era lì nel bel mezzo di un rovo spinoso che si lamentava solo di qualche graffio su
braccia e ginocchia. Il portiere del palazzo e l’uomo che riparava le biciclette di fronte la caserma
dei Carabinieri dissero di me che ero un miracolato, non si capacitavano del fatto che la ruota della
mia bici fosse diventata ovale, la forcella completamente deformata e che io fossi sopravvissuto al
volo.

Mi fu chiaro in seguito a quell’episodio che non ero immortale, non che prima mi ritenessi tale, ma capii chiaramente che perdere la vita per un qualsivoglia fatale motivo, non era affatto difficile.
Capitò altre volte da ragazzino di ritrovarmi in serio pericolo: cadute rovinose da muretti e rami,
torpori serali in cortile sotto nevicate siberiane, pietrate in pieno occhio durante gioiose sassaiole
nel cantiere ed altri episodi dal potenziale più o meno esiziale.

Fu nell’anno della leva militare ’90-91, che provai di nuovo in bocca il sapore ferroso della paura,
cioè quando l’adrenalina si sprigiona tanto velocemente da provocare tachicardie e tremori
incontrollabili. Durante una “guerra valutativa” (così sono chiamate le esercitazioni nelle quali si spara davvero con obici e armamenti assortiti), in qualità di “servente al pezzo” nella terza batteria della compagnia diartiglieria da campagna denominata “Taro”, successe che mi fu ordinato – in piena tempesta estiva, sul terreno scivoloso d’una collinetta erbosa nel bel mezzo dell’Aspromonte Calabro – di alzare le code di un obice da campagna insieme ad un altro servente (l’obice è un cannone che pesa diverse tonnellate, le cui code si alzano solitamente in sei), in fretta, senza se e senza ma!

Sopraffatti dalla folle contingenza nella quale dovevamo obbedire in ossequio ad un regolamento incontestabile, dopo uno scambio di sguardi e una bestemmia, io e l’altro compagno di sventura sollevammo le code dell’obice per poi aprirle camminando all’indietro. Non riuscii ad evitare lo
scivolone! Mi ritrovai con l’addome sotto la coda dell’obice, a pochi centimetri dal vomero (grosso
pezzo di ferro a forma di zappa) che avrebbe potuto facilmente tranciarmi in due come fossi fatto di
burro. Quella purtroppo non fu l’unica occasione in cui rischiai di tornare in Molise avvolto in una
bandiera tricolore.

Qualche mese dopo, infatti, nella polveriera di Pratola Peligna in Abruzzo, mentre da neo caporale portavo a destinazione chi era di turno per la guardia alle altane, una notte di settembre, accadde che un artigliere di primo pelo chiamò dalla altana 9 (postazione di vedetta) pochi minuti dopo l’inizio del suo turno di due ore. L’altana 9 era famosa perché in passato un soldato di leva si suicidò proprio lì impiccandosi. L’artigliere, di cui non ricordo il nome, probabilmente in preda alla paura e suggestionato dalla desolazione notturna, chiamò alla radio minacciando di uccidersi sparandosi un colpo in testa.

Nel 1991, l’anno della guerra del Golfo, nelle caserme operative si montava la guardia con il caricatore inserito, gli ordini erano di sparare a chiunque non si fosse identificato dopo il terzo avvertimento. Dopo aver tentato inutilmente di calmare per radio il poverino, fui costretto a recarmi con la Fiat campagnola sotto l’altana 9 in compagnia di un Sergente sardo che imprecò nel suo idioma incomprensibile per tutto il tragitto.

Arrivati all’altana ci ritrovammo sotto il tiro del fucile Fal Bm calibro 7,62 Nato che il poverino,
sbraitando e minacciandoci, sosteneva fosse carico con il colpo in canna. Non so se in quel
momento mi venne in soccorso quanto appresi dalle serie poliziesche tipo Starsky e Hutch, ma ciò
che feci per evitare il peggio era degno di un Magnum P.I. in piena forma. Mentre il Sergente lo
distraeva a suon di insulti barricandosi dietro la campagnola, io decisi di salire l’altana e
sorprenderlo alle spalle, nella speranza di riuscire in qualche modo a disarmarlo.

Andò proprio come avevo previsto: arrivato alle sue spalle di soppiatto, gli presi semplicemente il fucile
allontanandolo con una spinta decisa. Dopo aver scaricato e consegnato il fucile al Sergente, ricordo
che un unico pensiero si impossessò del mio cervello: “cosa cazzo ci sto a fare qui!?”. Insieme ad
un altro paio di episodi (in acqua a cinque metri si profondità ed in automobile su strada bagnata),
questo in particolare, oltre a convincermi definitivamente che probabilmente la conservazione della
vita avviene solo grazie ad una successione ininterrotta di colpi di culo, mi consentì di ottenere il grado di Caporal Maggiore per gentile concessione del Capitano di Batteria.

Quando finalmente mi congedai, oltre alla divisa con i gradi, lasciai in caserma anche la maschera
di circostanza che per nove mesi indossai per non soccombere. Ognuno di noi ha il proprio personale rapporto con la morte, lo si matura con il tempo, attraversando momenti tragici in cui muoiono genitori, fratelli, figli, amanti. A mio avviso, ciò che possiamo fare in attesa dell’inevitabile è difendere il diritto di vivere l’esistenza terrena nella sua totalità e senza condizionamenti da parte di qualsivoglia potere.

A tal proposito, per concludere, riporto le considerazione di Marco Pisanu sulle teorie quantomai
illuminanti del filosofo Giorgio Agamben: “All’interno del campo di concentramento la nuda vita
era uccisa e non sacrificata, in quanto si trattava di uccisioni che avvenivano, nell’ambito di un
permanente stato di eccezione, allo stesso tempo internamente ed esternamente rispetto alla
normalità legale, dentro e fuori la vita regolamentata dallo Stato. In questo contesto, Agamben
presenta l’agghiacciante analogia tra l’ebreo, in quanto nuda vita, e il Fuhrer, incarnazione della nazione tedesca: in lui perciò la vita biologica individuale trapassava, senza mediazioni, in diritto collettivo. L’ebreo ed Hitler, nel loro vivere tra la biologia e la cultura, davano prova al mondo della vera natura del potere moderno.

Agamben non arriva ad affermare che la società attuale sia un grande campo di concentramento di
dimensioni globali. Tuttavia, è evidente come la sua analisi colga il punto fondamentale: la violenza
è il fondamento del potere, e tale violenza si esercita brutalmente su un numero sempre maggiore di
persone in tutto il mondo. Per quanto falsamente percepibile come meccanismo giusto nella sua
brutalità, oggi sempre più esso si mostra per quello che è. La domanda più urgente rimane: è
possibile pensare una politica che sia all’altezza del nostro tempo?”

William Mussini31 Posts

Creativo, autore, regista cinematografico e teatrale. Libertario responsabile e attivista del pensiero critico. Ha all'attivo un lungometraggio, numerosi cortometraggi premiati in festival Internazionali, diversi documentari inerenti problematiche storiche, sociali e di promozione culturale. Da sempre appassionato di filosofia, cinema e letteratura. Attualmente impegnato come regista nella società cinematografica e teatrale INCAS produzioni di Campobasso.

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