L’arte in città

A popolare, immaginificamente, i nostri centri in effetti non vi sono moltissime statue. Ai monumenti classici,
principalmente Monumenti ai Caduti, si sono aggiunte alcune opere plastiche raffiguranti personalità di età
contemporanea a Campobasso e Termoli, Bongusto Fred e Cappella Carlo rispettivamente e qualcos’altro
di Francesco Manfredi-Selvaggi
L’arte urbana significa molte cose, anche molto diverse fra loro, differenti forme di espressività artistica. Tra queste la più collaudata qui in città perché la prima ad aver fatto la sua apparizione a Campobasso, circa 100 anni fa, è stata la scultura. Noi iniziamo a parlare partendo non dalle opere, le primissime, comparse agli inizi del XIX secolo come sarebbe stato logico aspettarsi bensì dall’ultima.
Essa è la statua di Fred Bongusto collocata lungo la scalinata di via Chiarizia, nel borgo medioevale. La predetta statua è priva di basamento ed è poggiata, i piedi del cantante, su due gradoni distinti, in verità uno è un gradino, e ciò la rende una creazione site specific. Può essere utile per comprendere tale sua singolarità il raffronto con la statua del Brigante a Roccamandolfi, coeva la quale si erge invece su una colonnina in mattoni non realizzata appositamente per sorreggerla essendo una componente della struttura di delimitazione di una percorrenza urbana. In definitiva, mentre la statua del nostro Fred è pensata per il luogo quella del Brigante potrebbe senza problemi essere traslocata in qualsiasi altro sito, site, non è modellata tenendo conto del luogo specifico, specific. Se, comunque, il Brigante roccolano potrebbe stare anche altrove essa, la statua nel contempo risulta integrata nella realtà locale in quanto
costituisce un tassello del Museo del Brigantaggio il cui corpus principale è nell’ex edificio scolastico. Le statue hanno in comune l’essere state “stampate”, stampa in 3D, in una lega metallica e il fatto che non sono attribuite ad alcun autore. Continuando con l’analisi comparativa che abbiamo avviato rileviamo che entrambe sono situate in un punto centrale dell’agglomerato antico, nel capoluogo regionale in vicinanza della piazza S. Leonardo e nel centro matesino in prossimità della chiesa-madre, mentre invece, vale per tutte e due, sarebbe stato opportuno ubicarle in un angolo meno felice del borgo medioevale al fine di valorizzarlo tramite la presenza di un qualche manufatto rappresentativo.
Saltando di palo in frasca, rimanendo ad ogni modo nel seminato per usare due frasi fatte passiamo alla statua di Gabriele Pepe nell’omonima piazza campobassana: per questa non si può usare il termine contestualizzazione applicabile invece come abbiamo visto a quella di Bongusto pur se riscontriamo che anch’essa non è avulsa dall’appunto, contesto. Non è indifferente al posto non perché vi si adegua, al contrario è quest’ultimo che mostra la volontà di tener conto della sua presenza. Non è uno spazio bensì un’architettura, la Banca d’Italia, a piegarsi alle esigenze della statua incurvandosi a dar vita ad un’esedra, una maxinicchia che accoglie il simulacro dell’eroe risorgimentale, l’edificio incorpora, parzialmente la statua, ne costituisce il fondale. Visto che siamo al cospetto del generale civitacampomaranese ci restiamo per sottolineare l’inadeguatezza dell’illuminazione dell’opera con i
faretti che illuminano solamente la sua base, peraltro un piedistallo di pregio in stile floreale, e non il corpo che già scuro di per sé fatto com’è di bronzo di notte si percepisce appena. La luce si contrappone, lo si sa, al buio e per rischiarare il cielo o meglio la terra, il terreno prossimo alla statua, uno slargo cittadino centrale, è stato messo lì un lampione artistico, un artefatto monumentale assai alto con molteplici bracci in stile liberty ai quali sono appese le lampade. Il sistema di piazze congiunte fra loro dal «corso» che parte da Piazza Pepe ha il suo fulcro nel Municipio la cui facciata, parlando di arte siamo arrivati a parlare di luce, di notte, in “certe notti” direbbe Ligabue, quelle dei giorni, la loro controfaccia, delle giornate dedicate a qualche celebrazione civile, viene irradiata con fasci luminosi di molteplici colori a disegnare motivi rievocanti il, per così dire, “fatto del giorno”, dalla liberazione di Gaza, alla
discriminazione di genere, all’Unità della Nazione, ecc. Se gli oggetti plastici contemporanei, la statua di
F. Bongusto, è lecito che stiano al centro storico, non è consentito, al contrario, né nel nucleo originario né nella zona urbana di rappresentanza in cui trovano posto la Cattedrale, il Palazzo del Governo, il Teatro e così via realizzare murales, i quali non sono certo assimilabili agli scarabocchi che imbrattano qua e là pareti nel nucleo urbanistico più remoto, murales versus graffiti, che hanno arricchito il panorama della periferia cittadina.
La statuaria è stata, tutto sommato, il filo conduttore di questo intervento e la sua conclusione segue la scia tracciata: la statua di Flora, nel giardinetto di pari nome adiacente al monumento a Pepe, nel mezzo di una vegetazione arborea sovrasta un masso roccioso attaccato ad una vasca monumentale riecheggiante uno specchio d’acqua con sembianze naturali, un giardino “all’inglese” di carattere “pittoresco”, in una ideale contrapposizione alla statua di Bacco che è situata nella non lontana Villa De Capoa la quale è conformata secondo gli stilemi del giardino “all’italiana”. Il tutto, le tre statue, Pepe, Flora e Bacco è, in fin dei conti, racchiuso in un breve spazio.
Immagine di copertina di F.Morgillo – Un graffito piuttosto che un murales al vecchio Romagnoli









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