Neo-greco o neoclassico, qual è lo stile della Cattedrale di Campobasso?

Il primo è una delle tante varianti dell’Eclettismo Storicistico, il secondo è un’espressione architettonica figlia dell’Illuminismo non il ripescaggio di stilemi dal grande guardaroba della storia
di Francesco Manfredi-Selvaggi
Una chiesa è una sommatoria di episodi perché in essa sono inclusi il campanile, l’aula per le celebrazioni festive con il relativo presbiterio, le cappelle feriali al cui scopo vengono destinate le cappellette ricavate nelle absidi laterali o i cappelloni nelle due ali del transetto, più le prime che i secondi. È da dire per quanto riguarda le cappelle absidali che le panche per i fedeli stanno in capo alle navate laterali, ad una qualche distanza, pertanto, dagli altari minori. Vi è, poi, in tante chiese molisane di un certo rango la cripta, elemento dell’architettura chiesastica di cui parleremo dopo, che qui, però, non c’è. Un elemento particolare è il battistero che nella Cattedrale del capoluogo regionale è introiettato all’interno della stessa, in un locale a sé stante, non, per intendersi, all’esterno come negli esempi illustri di Firenze e Pisa.
In genere il fonte battesimale costituisce un oggetto di arredo liturgico, non un apposito volume edilizio, posto all’entrata dell’edificio di culto dove immancabilmente vi è l’acquasantiera più spesso da muro e non su un apposito piedistallo, cosa che accade a S. Maria della Strada in cui vi è scolpito lo stemma dei Monforte. Il battistero, è da evidenziare non è un corpo sporgente dal muro perimetrale perché lungo le pareti in un’architettura neoclassica tutto deve “filare liscio”. Manca il nartece, lo spazio destinato a coloro che sono in attesa di ricevere il battesimo, la cui collocazione è presso la fonte battesimale e presso l’ingresso, del resto due cose che devono essere prossime fra loro. Per quanto riguarda l’entrata nella Cattedrale campobassana vi sono tutt’al più atrii, in corrispondenza delle porte secondarie, niente vicino al portone.
Del resto qui, siamo nel retro della facciata, è assente il soppalco che sorregge l’organo, al di sotto del quale è uso ricavare il vestibolo; l’organo sta dietro l’altare maggiore, posto destinato al coro e quindi collocazione idonea per tale strumento musicale. Si mantiene ora la promessa di parlare della cripta. C’è da rilevare che la cripta non si può proprio aspettare che ci sia in quanto lì dove dovrebbe trovarsi ciò in fondo, in lunghezza e in profondità, al lato lungo della chiesa non vi è un adeguato strato di terreno al cui interno ricavarla perché l’abside è come sospeso da terra poggiando sulla struttura muraria che ospita le botteghe del mercato di piazzetta Palombo. La cripta è necessario, per statuto, che sia parzialmente interrata la qualcosa qui non è possibile e quindi la sopraelevazione di alcuni gradini del piano pavimentale nell’area presbiterale, rispetto al livello dell’aula, non corrisponde all’estradosso della cripta; nota a margine è che a separare il presbiterio della sala non vi è una balaustra, particolarmente bella quella della parrocchiale di S. Massimo, bensì un cordone. Delle absidi solo quella centrale è estroflessa e vista dal di fuori appare poligonale, dal di dentro risulta semicircolare.
Le annotazioni che seguono sono relative all’“invaso” della chiesa. La prima è che le navate che fiancheggiano quella principale si riducono, mancando altari laterali, al ruolo di deambulatori, non di camminamento devozionale punteggiato da una serie di momenti di preghiera. La seconda è che l’interno è unificato da una trabeazione che corre lungo la navata di mezzo e abbraccia pure l’abside corrispondente, l’abside e la navata più larghe dunque formanti il nucleo, evidentemente allungato, basilare della fabbrica al quale, per intenderci, le altre parti sono subordinate; a sottolineare la continuità sulla trabeazione, dove ci sarebbe da aspettarsi la successione di metope e triglifi, c’è una scritta che si sviluppa per l’intera estensione di questa modanatura architettonica, una frase che non si interrompe agli angoli fra i vari segmenti che compongono la trabeazione. La terza è il predominio di un’unica tonalità di tinteggiatura, bianco-marmorea, il che più che il senso di sobrietà tende a trasmettere l’impressione di unitarietà del vano ecclesiastico, la stessa che viene prodotta dal fatto che non vi è nulla di emergente dalle pareti perimetrali, a cominciare dal battistero.
Vi è una unitarietà nel disegno dello spazio che non si riscontra con frequenza altrove la quale va attribuita alla circostanza che si tratta di un corpo di fabbrica sostanzialmente ex-novo, non si conservano tracce della chiesa della Trinità cinquecentesca. La nettezza che si riscontra nell’impiego dello stile neoclassico che fa della Cattedrale campobassana un unicum è stata resa possibile dall’abbattimento della precedente Confraternita dei Trinitari, magari perché danneggiata seriamente dal sisma del 1805. È raro incontrare chiese sorte in età moderna, la grande stagione delle fondazioni dei luoghi di culto è stata il medioevo, in seguito, specialmente in età barocca si è preceduto ad un aggiornamento stilistico secondo le nuove tendenze del gusto che caratterizzano quei periodi, non ad un rifacimento globale.
Qui non si leggono stratificazioni né vi sono inserti testimonianza di costruzioni preesistenti nel sito. Tutto è nuovo, tutto è unitario, una unitarietà che si coglie anche nel rapporto fra involucro esteriore e ambiente interiore, denunciato dall’adozione di colonne simili, nonostante siano di materia differente, nel portico che sta nel prospetto e nella navata, una sorte di fronte-retro.
ph. La facciata della cattedrale di Campobasso




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