Io odio Campobasso

villa de capoa

di Paolo Di Lella

“Bisogna restaurare l’odio di classe. Perché loro ci odiano, dobbiamo ricambiare”

Edoardo Sanguineti

La scorsa domenica, Villa De Capoa, una delle poche oasi di bellezza che ancora resiste in una città sempre più brutta, è rimasta chiusa.

La domenica precedente era stata aperta, quella prima ancora chiusa, e si va avanti così da mesi.

Questa cosa mi fa incazzare assai. Non per il fatto in sé che sia chiusa – è legittimo che l’Amministrazione adotti un provvedimento simile, causa lavori di manutenzione, ad esempio –, solo mi dà fastidio il pensiero che gli amministratori di questa città ritengano di poter disporre a proprio piacimento di uno spazio pubblico senza dar minimamente conto ai cittadini delle motivazioni né delle tempistiche. Sarebbe bastato un semplice cartello.

Mi dà fastidio sopratutto perché ciò significa considerare i cittadini come soggetti passivi, non solo immeritevoli di partecipare alle decisioni (la politica partecipativa è una cosa molto sofisticata che va ben al di là di ciò che riesce a concepire chi ci governa) ma persino neanche degni di essere messi a parte delle azioni che riguardano un loro bene, un bene comune, per l’appunto.

Quando si dice: l’antipolitica! Di questo si tratta: della trincea scavata da chi governa per difendere la propria rendita di posizione.

Altro che “io amo Campobasso”. Anche questa idea che bisogna essere sempre e solo costruttivi, evitando l’analisi critica, è una scemenza. Qui non si tratta di sostituire qualche pedina in Consiglio comunale, ma di de-costruire pezzo per pezzo la cultura antisociale che si è impossessata di noi, piano piano, zitta zitta, senza che ce ne accorgessimo.

È un’operazione complicata che richiede tempo e lavoro oscuro. Tutto il contrario delle proposte politiche che iniziano a delinearsi in vista delle prossime elezioni amministrative di maggio-giugno.

L’impressione è che, finanche nel campo dove si sta tentando di costruire un’alternativa, prevalga uno stile comunicativo improntato a creare suggestioni più che proposte radicali (e radicate).

Non serve il cuore, c’è da usare il cervello più che altro. Meno sentimentalismo, più pessimismo della ragione.

Il futuro non è un destino insondabile nei confronti del quale disporci di buon animo, con spirito di sopportazione. E nemmeno con ottimismo. Il futuro lo dobbiamo pensare.

Esso dipenderà dalla qualità che sapremo esprimere con il nostro pensiero, dal rigore e dalla lucidità che sapremo mettere nello studio e nell’analisi, dalla capacità che avremo di essere conseguenti rispetto alle conclusioni guadagnate.

Dovremmo imparare ad essere essenziali, a non prendere i discorsi alla larga, a fare ciò che va fatto per il bene della comunità nel lungo periodo. Punto. Senza troppi fronzoli.

Recentemente, alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si è tenuta a Katowice in Polonia, è intervenuta una ragazzina di quindici anni, Greta Thumberg, che ha detto: “Noi dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza e se le soluzioni sono impossibili da trovare in questo sistema significa che dobbiamo cambiarlo”.

Come dire: dobbiamo fare ciò che c’è da fare, senza mediazioni, semplicemente perché è logico dal punto di vista del bene collettivo.

A Campobasso, intanto, molto più banalmente, si ragiona su come sprovincializzarsi. I nostri Amministratori, pensano di perseguire questo obiettivo spendendo tutti i soldi che abbiamo per convincere Galimberti e Mc Curry a fare tappa fugacemente nel capoluogo, e per fare le mostre di Picasso e di De Chirico. Tutto questo è fin troppo semplice. Basta pagare. Ma chiediamoci: a cosa è servito? Quali passi avanti abbiamo fatto? Ci siamo sprovincializzati, per caso?

La narrazione che ci serve, il cosiddetto storytelling – per usare un’altra espressione alquanto abusata ultimamente – non può essere il raccontarci che non abbiamo nulla da invidiare a Venezia e a Firenze. Questa è cialtroneria.

Occorre capire chi siamo, dove stiamo e cosa realisticamente possiamo fare con quello che abbiamo. Questo quantomeno è l’unico modo che esiste per essere unici, per dare un significato alla nostra esistenza, mettendo fine, una volta per tutte, a quell’altro stupido giochetto di parole con il Molise che “non esiste”, “esiste”, “resiste”.

Esistere vuol dire uscire dall’indeterminatezza, assumere una forma, darsi senso.

Io credo che il senso della nostra vita stia nel comprendere ciò che ci rende unici e nell’impegno per valorizzarlo. Senza inventarsi nulla, semplicemente mobilitando tutta l’intelligenza sociale di cui siamo capaci, liberata dal fardello di una politica che fa solo gli interessi di parte.

Così sì che inizieremo ad amarci.

(foto by Mario Gravina)

Paolo Di Lella67 Posts

Nato a Campobasso nel 1982. Ha studiato filosofia presso l'Università Cattolica di Milano. Appena tornato in Molise ha fondato, insieme ad altri collaboratori, il blog “Tratturi – Molise in movimento” con l'obiettivo di elaborare un’analisi complessiva dei vari problemi del Molise e di diffondere una maggiore consapevolezza delle loro connessioni. Dal 2015 è componente del Comitato scientifico di Glocale – Rivista molisana di storia e scienze sociali (rivista scientifica di 1a fascia), oltre che della segreteria di redazione. Dal 2013 è caporedattore de Il Bene Comune e coordinatore della redazione di IBC – Edizioni. È autore del volume “Sanità molisana. Caccia al tesoro pubblico”. È giornalista pubblicista dal 2014

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